Girare per strada e accorgersi che il senso della storia s'è perso per sempre

Matteo Righetto

I giovani e il de profundis dell’identità culturale

Se avete dieci minuti liberi, provate a fare questo gioco. Andate nel centro storico della vostra città, posizionatevi in un punto qualsiasi e chiedete ai passanti più giovani dove si trovi una tal chiesa o una tal via. Scoprirete che quasi nessuno lo sa. Io l’ho fatto a Padova, la mia città, scoprendo inorridito che la grande maggioranza degli under 25 interpellati (poco importa se patavini o studenti fuori sede: se si vive in una città la si deve conoscere) non sa minimamente dove si trovino la chiesa del Carmine né quelle di San Nicolò o di Santa Sofia, solo per citare alcuni luoghi di culto tra i più prestigiosi della città. Peggio: moltissimi fra loro addirittura non sanno dove sia il Duomo, che quando va bene confondono con la Basilica del Santo. Se anche voi farete questo gioco scoprirete invece che tutti i ggiovani o diversamente ggiovani (categoria quest’ultima troppo spesso trascurata nel novero delle disgrazie nazionali) sanno dove si trova il negozio di Tim o quello di Vodafone, anche se non sono capaci di darvi le indicazioni per arrivarci, sia perché ignorano i nomi delle vie e delle piazze, sia perché non riescono a spiegarsi comprensibilmente poiché l’analfabetismo di ritorno è vivo e lotta insieme a noi. Altri farfugliano frasi che grossomodo suonano così: “Cioè… hai presente (dando ovviamente del tu) dov’è Tiger? Ecco, vai lì, poi giri a destra fino al negozio O Bag, poi vai sempre dritto fino a Calzedonia, giri a sinistra e sei da Foot Locker, tu vai a sinistra verso H&M e alla fine te lo trovi davanti. Più o meno tra Intimissimi e Sushiko. Capito?”

 

Capito eccome. Ho capito che siamo di fronte a una generazione che, tra mille altre cose, ignora anche la toponomastica delle proprie città, avendo scelto di barattare l’eternità con qualche estemporaneo punto vendita di brand commerciali che oggi ci sono e domani chissà.

 

E forse è proprio questo il punto. Credo infatti che il fenomeno appena descritto non risponda banalmente all’ignoranza di qualche nozione di odonomastica, bensì a un vero e proprio de profundis culturale che in questo caso coincide con una perdita irrevocabile del senso della storia da parte di moltissimi ragazzi. Il fatto che molti fra loro non abbiano la minima idea di dove si trovi una chiesa gotica del centro non è un problema che ha a che fare con la religione o con la storia dell’arte, e il fatto che essi non sappiano dove si trovi un’antica via del ghetto non ha a che fare con la geografia o con la Shoah. In entrambi i casi il problema è il loro rapporto esistenziale con  la storia.

 

Se per dare indicazioni molti ggiovani forniscono (come riescono) riferimenti esclusivamente commerciali, si capisce che sono persone slegate dal proprio passato e da qualsiasi passato, da qualsiasi memoria, da ogni radice. Schiacciati in un eterno presente: si sta come d’estate sul parabrezza i moscerini, per capirci. I riferimenti culturali della nostra civiltà per questi ggiovani non ci sono più. Nemmeno quelli dove essi poggiano le suole delle loro sneakers tutti i santi giorni. Le vie della città, con la loro portata storica, con la moltitudine di persone che li ha preceduti e che nel corso dei decenni e dei secoli le ha attraversate, le ha vissute e rese vive, sono di fatto scomparse dalla dimensione cognitiva dei millennial. E come possiamo pretendere che questi ragazzi parlino correttamente la lingua italiana se non conoscono nemmeno la grammatica dell’orientamento? Tutto svanito, evaporato. Non esiste più il valore intrinseco di una Via Marsilio da Padova o di una Piazza Capitaniato, tanto per dire. Macché.

 

Oggi siamo crocifissi tra Intimissimi e Sushiko. Marchi registrati con negozi presenti qua e là che domani potrebbero chiudere i battenti con la conseguenza che questi figlioli possano ritrovarsi smarriti, senza loghi come riferimenti, naufraghi nell’oceano di Conrad, ma senza oceano e senza alcun Conrad. E questo schiacciamento su una dimensione di superficiale simultaneità che ben rappresenta la nostra epoca, inquieta soprattutto perché chi non nutre alcun senso del passato non può avere alcuna concezione del futuro. No roots, no fruits, come direbbe il Rebbe di Lubavitch, grande maestro chassidico. Che la toponomastica e l’odonomastica fossero importanti per la civiltà lo sapeva bene anche Napoleone il quale, al suo ingresso in Italia, tra le prime cose dispose che venisse laicizzata tutta l’onomastica urbana, perché i nomi delle piazze e delle vie di una città concorrono da sempre alla genesi di un luogo e dei suoi abitanti, formandone una coscienza culturale collettiva e caratterizzandone una identità durevole. Essi sono le arterie, le vene e le sinapsi di un luogo. Il loro vissuto. Ma se queste piazze e queste vie poco a poco perdono i loro nomi e quindi il loro vivo valore, che identità pensate che potranno avere i loro nuovi cittadini?

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