Il regime digitale è democratico. Sono gli algoritmi che devono essere chiari

Antonio Pilati

Oggi prevale un regime meno strutturato e più selvatico che rende immediato (disintermediazione) il raccordo tra l’origine della conoscenza e la platea dei potenziali destinatari

Gli sconquassi elettorali che durante il 2016 hanno cambiato il volto politico di un gran numero di stati sui due lati dell’Atlantico e la palese drammatica incapacità dei principali media di intendere quel che stava accadendo (Trump dato per candidato improbabile e sicuro perdente in tutta la lunga campagna per la presidenza) hanno portato l’attenzione sui mutamenti – intensi e capillari – che l’enorme sviluppo del web ha prodotto nella circolazione sociale delle conoscenze. Il tema, confinato per lungo tempo nel recinto degli specialisti, d’improvviso è esploso: in fondo è il sentimento dell’opinione pubblica che modella i risultati elettorali. Prima è emersa la questione della disinformatija, alimentata o meno da fughe mirate di notizie (leaks), poi qualche post filosofo ha montato il fumoso ghirigoro della post verità, infine, più in concreto, il presidente dell’Autorità antitrust Giovanni Pitruzzella ha messo nel mirino le fake news, pericolose soprattutto in ambito scientifico (le campagne contro le vaccinazioni, l’avallo a cure inefficaci o nocive).

 

La questione che sta alla base dei vari spunti e che li unifica è semplice. Finora ha dominato un regime di circolazione delle conoscenze relative all’attualità (e alla politica) gestito da un corpo di professionisti che, basandosi su un codice riconosciuto, produce, vaglia e gerarchizza le informazioni da diffondere; diventare fonte è un privilegio che si raggiunge dopo aver superato un certo set di prove e che implica il rispetto di vincoli rilevanti, in primo luogo l’obbligo di firma (in capo all’autore o all’organizzazione cui appartiene) e quindi di riconoscibile responsabilità, e poi una serie di requisiti tecnici definiti – a seconda degli stati – in via informale o dagli organi professionali o per legge.

 

Oggi invece prevale un regime meno strutturato e più selvatico che rende immediato (disintermediazione) il raccordo tra l’origine della conoscenza e la platea dei potenziali destinatari e permette a tutti di diventare fonte: è tolta la riserva operativa concessa agli specialisti, i codici professionali sono azzerati, i vincoli sono di fatto assenti e in particolare l’anonimato è consentito. Le essenziali funzioni di selezione e messa in gerarchia delle conoscenze escono fuori dalla produzione e si concentrano negli algoritmi delle piattaforme di distribuzione. I risultati sono da un lato un grande incremento di quantità e varietà delle conoscenze diffuse, dall’altro una drastica caduta dell’ordine e della prevedibilità del circuito cognitivo.

 

La circolazione va in orizzontale, è piatta, senza gerarchia: l’unico punto di comando è l’algoritmo che dà un ordine alle conoscenze cercate. Ciò massimizza il potere delle piattaforme digitali: chi le costruisce e gestisce non solo mette in contatto diretto produttori di conoscenza privi di vincoli con audience disperse e fa funzionare l’intera dinamica cognitiva, ma anche decide – in modo inaccessibile – l’ordine dei flussi. L’andamento degli investimenti pubblicitari testimonia la nuova dislocazione del potere e Zuckerberg forse immagina di ripetere Trump. Il nuovo regime digitale ha un evidente tratto democratico sia dal lato dei produttori sia dal lato delle audience: in ciò moltiplica – ed è senza dubbio positivo – gli accessi e gli strumenti cognitivi. Ed è proprio questo tratto di imprevedibile varietà che getta nello sconcerto le élite nazionali e consente agli outsider come Trump e Grillo di fare blitz travolgenti cavalcando le nuove dinamiche sganciate da vincoli.

 

Ma per contro si riduce fortemente il tasso di responsabilità del sistema che, in conseguenza, rischia di deragliare. Sembrano soprattutto due i punti sensibili: in primo luogo l’anonimato che moltiplica, dai falsi agli insulti, l’irresponsabilità; in secondo luogo l’opacità degli algoritmi usati dalle piattaforme, che se – come pare – privilegia criteri quantitativi, può amplificare derive irresponsabili. La combinazione tra l’azzeramento del potere e della responsabilità nella fase della produzione con la crescita del potere ma non della responsabilità nella fase della distribuzione non sembra una formula felice. Un antidoto ai rischi da irresponsabilità può forse venire, oltre che da interventi esterni, peraltro complessi, dall’uso di nuovi criteri interni in grado di circoscrivere l’anonimato e di rendere chiari e pubblici i principi ispiratori degli algoritmi. 

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