Alcmena e Zeus

Nemmeno Euripide avrebbe potuto salvare Sara dal suo rogo funebre

Alessandro Giuli
Un delitto di malamore tra genderismo e amor fati. Il caso di Sara ricorda il mito di Alcmena e Anfitrione: il marito, geloso della tresca fulminea tra la moglie e nientemeno che Zeus, cerca di dare fuoco alla donna. Ma alla fine del dramma Euripide salva Alcmena.

Si muore sempre al momento esatto. Perché una trama inesorabile di cause ed effetti remoti affiora ogni volta che “si compie il nero destino di morte” (Omero), poco o nulla cambia quando la sorte è acerba. Ma va’ a raccontarlo ai genitori, agl’intimi di Sara: ventidue anni materialmente inceneriti dal dèmone della gelosia maschile, dal senso del possesso che si fa ottundimento e possessione. Ventidue anni, santi numi, nemmeno il tempo d’illudersi e disilludersi della vita. Noi non conosciamo l’età della vergine Alcmena quando suo marito Anfitrione cerca di darle fuoco, una volta scoperta la sua tresca fulminea nientemeno che con Zeus in quella notte d’oro che dura tre notti e dalla quale nascerà l’eroe Ercole. “Mentre Alcmena continuava a dormire, persa, naufraga, Anfitrione rifletteva su che cosa avrebbe fatto di lei. L’avrebbe bruciata viva, subito, solennemente. Alcmena si svegliò – e fuori già stavano erigendo una pira compatta… Zeus guardava dall’alto. Alcmena levò le braccia verso di lui, mentre le fiamme già crepitavano. Zeus fece un cenno a due fanciulle celesti, le Iadi. Dalla volta del cosmo ciascuna lasciò spuntare un’anfora, da cui si rovesciava un flusso ininterrotto d’acqua. Cadeva su un arcobaleno, affiorante nella luce dell’aurora e da lì precipitava sul rogo di Alcmena. Dolcemente lo estinse, prima che le fiamme lambissero il corpo” (Roberto Calasso, “Il cacciatore celeste”, Adelphi).

 

Anche Sara, cosparsa di alcol, l’altra sera ha levato le braccia in cerca di aiuto ma non ha trovato né un dio né un mortale che la scrutassero, non uno scudo umano, un grido di salvezza, un giubbotto jeans addosso o una giacca o qualunque altra cosa potesse spegnere il rogo di un’esistenza. E al posto delle gocce salvifiche versate dal cielo oggi restano lacrime lancinanti d’incredulità. Sara non è Alcmena e il suo carnefice, il ventenne Vincenzo, non era suo marito: lei l’aveva lasciato, come si trovano e si lasciano le farfalle, e dunque non poteva neppure tradirlo. Stordita dalla propria fiducia, ha distolto lo sguardo dalla gelosia assassina, dall’ossessione buia del carnefice.

 

Si dice che il mito sia metafora della storia, di una storia possibile che in realtà è già avvenuta e avverrà ancora, lontano dall’ambrosia dei primordi, dalla poesia edificante degli aedi. E qui non c’è elegia, non c’è consolazione, non c’è catarsi. Le statistiche, a quanto pare, militano a favore dell’allarme femminicidio e inducono i così detti “esperti” a invocare una medicalizzazione delle passioni, una riforma della paideia. L’antropologa Chiara Saraceno dice che “bisogna puntare sulla prevenzione e l’educazione sin da piccoli, superando l’educazione di genere”. Altre giaculatorie con pretese di scientificità colpiscono meccanicamente il solito maschio arcaico. Come se l’arcaismo fosse del tutto estirpabile senza negare la natura umana, in questo caso di segno maschile, nella quale è compreso il dovere d’incatenare ritualmente la quota di ferinità che ci è coessenziale. Il calco negativo del genderismo livellatore – né uomo né donna – accompagna la frettolosa libertà del consumo amoroso: c’è forse un tratto in più d’innocenza nell’inconsapevolezza, ma non è anche da questa nebbia vorticosa che nasce lo svuotamento omicida della coscienza? E insomma dove lo vedete tutto questo arcaismo nella debolezza di un ragazzino senza centro né confini attorno al suo vuoto? E salvare Sara sbriciolando per tempo l’assassino non sarebbe stato arcaicamente applaudito dai più?

 

Qui non si compiange la scomparsa dell’oleografia (pseudo) tradizionale, figlia della sbornia romantica che concepì il bovarismo e lo diede in sposo alla violenza della ritorsione domestica. Qui si compiange Sara, la ragazza incendiata dall’ex fidanzato, vittima di una dismisura che eccede i sociologismi, trabocca di fatalismo maniacale, oscura l’Eros autentico che potrebbe rendere l’uomo e la donna assoluti, più che umani, mai più assassini. Quanto all’accusa d’indifferenza mossa contro i “centauri” – il mito ci insegue ancora – che non si sono accorti di Sara e della sua pira funebre: qui l’indifferenza è il secondo volto della paura, se non soltanto della fretta e della velocità che però, a modo loro, esprimono il timore moderno di avere le ore contate.
Ma adesso tu, Euripide, che salvasti Alcmena scrivendo della sua salvezza, riscatta Sara con le tue stesse parole: “Chi può sapere se il vivere non sia morire e il morir vivere?”.

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