Il premio Nobel per l’Economia nel 1974 Hayek

Oggi pomeriggio, martedì 10 maggio, la sua lectio alla Fondazione Einaudi di Roma

Così Hayek passò dall'ostracismo al Nobel, fino a intuire le crisi odierne

Rosamaria Bitetti
Kurt Leube, direttore dello European Center of Austrian Economics Foundation e adesso visiting professor alla Luiss, racconta al Foglio come è diventato, fra le altre cose, l’ultimo assistente di ricerca di Friedrich von Hayek: l’incontro con il maestro e la sua attualità.

Roma. “Per il mio quindicesimo compleanno, i miei genitori mi regalarono ‘La strada della schiavitù’. Le idee contenute nel testo di Friedrich von Hayek furono per me sconvolgenti, e cominciai a tempestare di lettere l’editore, finché questi non mi diede l’indirizzo della casa in Tirolo dove Hayek trascorreva le sue vacanze. Mi presentai alla sua porta e mi aprì. Iniziammo a discutere, e da allora non abbiamo mai smesso, fino alla sua morte”. Kurt Leube, storico del pensiero economico, emeritus alla Hover Institution di Stanford, direttore dello European Center of Austrian Economics Foundation e adesso visiting professor alla Luiss, racconta al Foglio come è diventato, fra le altre cose, l’ultimo assistente di ricerca di Friedrich von Hayek. Lo abbiamo incontrato alla vigilia di una lectio che terrà martedì pomeriggio alla Fondazione Einaudi di Roma, nell’ambito di un seminario dedicato al ricordo dell’economista.

 

“Era un elegante signore austriaco di vecchio stampo, molto riservato – dice oggi Leube del suo maestro austriaco scomparso nel 1992 e vincitore nel 1974 del premio Nobel per l’Economia – Proveniva da una famiglia di accademici da cinque generazioni, però nel 1917 abbandonò l’università per partire in guerra come volontario. Questi due aspetti sono indicativi del suo carattere: credeva che difendere la libertà economica fosse una missione importante, ed era aperto a discutere le sue idee con tutti. Però non tollerava che le sue parole fossero travisate e utilizzate per giustificare altri fini, nel qual caso diventava anche aggressivo, nelle discussioni”.

 

Forse non sarebbe contento di leggere oggi che il “neoliberismo”, che lui aveva contribuito a far risorgere dopo le guerre fondando la Mont Pelerin Society, è diventato una sorta di ombrello sotto cui i suoi detrattori inseriscono qualsiasi male, dall’aumento della spesa pubblica al controllo della corrispondenza elettronica: “Hayek aveva fondato la Mont Pelerin Society proprio perché consapevole del fatto che le sue idee erano impopolari e controintuitive. E’ un fatto innegabile che la filosofia e la scienza politica, più di altre discipline accademiche, siano oggetto di miti popolari e mode ricorrenti, e quella di dare al mercato la colpa di ciò che non ci piace è una storia che ritorna periodicamente, da ben prima di Hayek: è un modo per dare la colpa agli altri, senza dirlo apertamente. Il fatto che ciclicamente venga data una qualche interpretazione assurda dell’opera di Hayek ci dimostra che aveva ragione Erich Fromm quando diceva che ‘una delle peculiari ironie della storia è che non ci sono limiti alle distorsioni delle teorie, nemmeno in un’epoca in cui sarebbe possibile un accesso illimitato alle fonti’”.

 


La prima riunione della Mont Pelerin Society nel 1947, presieduta da Hayek (a sinistra)


 

Hayek è stato introdotto e studiato in Italia principalmente da filosofi, politologi, sociologi, più raramente da economisti. Questo in parte è dovuto al fatto che lui era un vero e proprio ingegno rinascimentale: vinse un Nobel per l’Economia, ma scrisse anche di scienze cognitive, diritto, teoria politica, storia del pensiero. “Penso che questo sia vero, ed è una prova da una parte della grandezza dell’uomo, dall’altra dei pericoli del trasformare l’economia in una scienza meramente tecnica – dice Leube – Creare modelli di massimizzazione ed equilibrio può sembrare complesso, ma è una semplificazione della complessità della vita. La complessa matematizzazione dell’economia moderna avviene spesso a scapito della comprensione dell’azione umana. Anche per questo Hayek non si sentiva perfettamente a suo agio nella facoltà di Economia di Chicago. Mentre Milton Friedman, Ronald Coase e Frank Knight fondavano le basi di quel grande movimento culturale che sarà la scuola di Chicago, Hayek si concentrava su un seminario interdisciplinare di metodologia, aperto non solo ai suoi colleghi economisti, ma anche ad altre discipline. Ospitò Enrico Fermi, Albert Einstein, Karl Popper, Roscoe Pound. Anche nella sua vita personale, legava di più con quegli economisti, come George Stigler, che avevano interessi intellettuali oltre la disciplina: Hayek era molto colto, gli piacevano la letteratura e la musica, il teatro e le arti visive”.

 

Leube accenna a un certo ostracismo che inizialmente colpì Hayek: “Poco prima del Nobel avevo organizzato una conferenza a Vienna, e il principale quotidiano locale titolò ‘Hayek = disoccupazione’. Qualche mese dopo, quando Hayek ricevette il Nobel, cominciò la corsa a chi doveva attribuirsi il merito. L’Accademia delle Scienze austriaca, che fino ad allora lo aveva ignorato, lo invitò a diventare ‘corresponding member’. Ricordo che quando rispondevamo a questo genere di lettere, Hayek rideva di cuore”.

 

Non solo. Hayek, secondo Leube, rimane un pensatore attuale: “Fu estremamente prolifico, il suo pensiero è ancora ricchissimo di spunti. Basti pensare alla teoria del ciclo economico, e a come la crisi del 2008 abbia creato un piccolo rinascimento del pensiero austriaco: perché spiegava meglio cosa stava succedendo al mondo. Hayek formulò queste idee in gran parte durante i dibattiti contro Keynes alla London School of Economics. Secondo Hayek, la creazione di credito artificiale provoca cicli di bolle e crisi, perché i tassi d’interesse artificialmente modificati danno una falsa informazione sul risparmio e sul consumo futuro. Così gli imprenditori investono oggi per produrre beni che domani nessuno desidererà o potrà comprare – esattamente quello che è successo con la bolla immobiliare negli Stati Uniti”.

 

“La tesi centrale di Hayek – prosegue Leube – era che i tassi d’interesse segnalano il rapporto fra i veri desideri per i beni di oggi contro quelli futuri, e che quindi, contrariamente a quello che voleva Keynes, erano i fattori monetari a causare le crisi reali. Nonostante la disputa teorica fosse stata vinta indubbiamente da Hayek, negli anni successivi alla Grande depressione le tesi di Keynes diventarono dominanti perché erano più affascinanti per i politici, i quali potevano promettere di risolvere i problemi, usando gli stessi strumenti che li avevano generati. Proprio per il loro appeal politico le teorie keynesiane sono dominanti anche oggi, ma dopo la crisi del 2008 si è ricominciato a studiare di più l’economia austriaca”.

 

Leube conclude con una nota d’ottimismo: “Hayek riteneva che le idee studiate nelle università fossero il primo livello di beni capitali del mondo: da queste discendono quelle condivise e rielaborate da una fascia di intellettuali intermedi, quelli che scrivono sui giornali, divulgano contenuti prodotti dall’università, e costruiscono le visioni del mondo che usano tutti gli altri, dai politici agli elettori: sì, io credo che, nel lungo termine, l’unico modo di cambiare il mondo è lavorare sulle idee. Senza scoraggiarsi, perché Keynes aveva torto: nel lungo termine non siamo tutti morti”.

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