Jonathan Franzen

Femministe vs. Franzen, ancora

Mariarosa Mancuso
Alle donne non piacciono le protagoniste femmine di “Purity”, ma il boicottaggio in atto è ridicolo. La raccolta di fondi su Kickstarter è sospesa a 1.494 dollari: non c’è un progetto, pare più un dispetto.

Raccolta di fondi su Kickstarter sospesa a 1.494 dollari. Più di quanto avesse chiesto all’inizio. Meno di quanto si era decisa a chiedere quando le hanno fatto notare che svendeva il suo tempo. E’ l’ultimo atto – per ora – di una battaglia ormai annosa: femministe contro Jonathan Franzen. Amy Collier prima aveva detto “giammai, per nessuna cifra”, poi aveva detto “lo farei per mille dollari”, poi ha alzato il prezzo a 5.000. Era ben avviata a riuscire nell’intento prima che la piattaforma di crowdfunding sospendesse la colletta: non c’è un progetto, pare più un dispetto.

 

Il Grande Misogino Americano non aveva bisogno di altri nemici. Ma l’attacco garantisce visibilità, quindi i nani si arrampicano sulle spalle del gigante. Le femministe deplorano le insopportabili femmine del suo ultimo romanzo, “Purity” (la traduzione italiana è appena uscita da Einaudi). Le scrittrici pretendono pari opportunità nei premi, nelle recensioni, sugli scaffali delle librerie. Fu Jody Picoult a iniziare i lamenti: “Se una donna parla di sentimenti la mettono tra i romanzi rosa che nessuno recensisce mai; se parla di famiglie Jonathan Franzen viene osannato sul New York Times”.

 

La lista è anche più lunga. Gli scrittori americani non sopportano il successo dell’antipatico rivale ma non osano contestarne la bravura, quindi lo attaccano sulle dichiarazioni pubbliche, dove in effetti le spara grosse. Mica sempre sbagliate, però: l’osservazione che tra Bernie Sanders e Donald Trump Hillary Clinton sembra “l’unico adulto nella stanza” vale più di mille analisi. Tutti gli scrittori italiani sono invece convinti che potrebbero scrivere meglio di Franzen, se solo lo decidessero (ma non lo decidono, sarebbe andare incontro ai gusti del pubblico, per quello hanno inventato la tv). A volte gli urlano contro anche i lettori, vittime della sindrome “il miglior romanzo di Franzen è sempre il precedente”. Capitò con “Libertà”, paragonato a “Le correzioni”, e sta ricapitando con “Purity”, paragonato a “Libertà”.

 

Alla lista degli schiaffeggiatori – sembrano i passeggeri che su “L’aereo più pazzo del mondo” si mettono in fila per calmare a suon di botte la passeggera isterica – si aggiungono per “Purity” i fanatici della trasparenza e della web-democrazia. Il parallelo tra la Germania dell’Est – dove metà della popolazione spiava l’altra metà – e la vita di tutti spiattellata sui social network regge l’intero romanzo. E per la prima volta Franzen esce dagli Stati Uniti, mossa rischiosissima per un Grande Romanziere Americano.

 

Purity è il nome della protagonista, detta Pip. Un nome dickensiano da “Grandi speranze” che suggerisce un’orfanella, e infatti per metà lo è: sua madre rifiuta di svelarle il nome del genitore, lei spera sia ricco abbastanza per aiutarla a ripagare i debiti di studio. Un’altra signorina nel romanzo si chiama Anabel, ed è in effetti insopportabile: più per un’idea di fusione amorosa, con relativi ricatti, che per qualche dichiarazione femminista di facciata, come la pretesa che i maschi facciano pipì seduti.

 

La censura si è abbattuta lo stesso, ancor più ridicola in tempi di identità fluide. Ognuno ha il diritto di scegliere liberamente se considerarsi maschio o femmina, mentre uno scrittore non può scegliere liberamente se raccontare personaggi maschi o personaggi femmine. Quel che è “vietato vietare” nella vita sta per diventare vietatissimo in letteratura.

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