Slavoj Zizek

Califfi e proletari

Giulio Meotti
“Elvis della critica culturale”, pensatore amatissimo nei salotti, “philostar” diventata icona con la sua t-shirt da proletario dell’est Europa, gli occhi pesti e la barba sfatta, Zizek ha dato persino il suo nome a un Giornale internazionale di studi zizekiani e a un club di dibattiti postmoderni.

Roma. “Immaginatelo a cena. Ha la barba. La sua forchetta si ferma, due punte di asparagi tremanti fra i denti, un sopracciglio che compie un’escursione verso l’attaccatura dei capelli, e con voce strascicata dice: ‘Penso che quello che stiamo vivendo sia la difficoltà wittgensteiniana con il linguaggio…’”. E’ così che Thomas W. Hodgkinson e Hubert van den Bergh descrivono il filosofo sloveno Slavoj Zizek nel loro nuovo libro “How to sound cultured”, uscito in Inghilterra per Icon Books. E non avevano ancora letto quanto ha scritto il famoso intellettuale su Newsweek per commentare le stragi di Parigi del 13 novembre.

 

“Elvis della critica culturale”, pensatore amatissimo nei salotti, “philostar” diventata icona con la sua t-shirt da proletario dell’est Europa, gli occhi pesti e la barba sfatta, lacaniano coccolato in tutti i festival europei che contano, autore di cinquanta libri che parla più velocemente di quanto pensi, editorialista per le maggiori testate del pianeta (New York Times compreso), Zizek ha dato persino il suo nome a un Giornale internazionale di studi zizekiani e a un club di dibattiti postmoderni.

 

Su Newsweek, Zizek non ha soltanto scritto che l’Isis e il Front national pari sono, “gli islamofascisti e i razzisti europei antimmigrati sono due facce della stessa medaglia”. La sua tesi è che per sconfiggere lo Stato islamico serve la lotta di classe: “Torniamo alla lotta di classe, la solidarietà globale degli oppressi e degli sfruttati. Senza questa visione globale, la patetica solidarietà per le vittime di Parigi è una oscenità pseudoetica”. Tanta empatia nei confronti dei 130 morti di Parigi non ce la saremmo aspettata. Oppure sì. E allora si capisce perché Adam Kirsch su New Republic ha dato a Zizek del “giullare letale”.

 

Zizek ha cavalcato qualsiasi terrore politico, a cominciare dalla difesa ubriaca della ghigliottina della Rivoluzione francese che decapitò Lavoisier (“la Repubblica non ha bisogno di scienziati”), fino alla purificazione operata dai Khmer rossi, elogiati per aver tentato una rottura totale con il passato. Ha proposto di smantellare Israele e farne uno “stato unico”. Questa mascotte hegeliana del movimento Occupy Wall Street, per il quale i diritti umani universali “sono una finzione ideologica”, ha scritto che la violenza di al Qaida è sì “orribile”, ma anche “uno dei possibili luoghi da cui si possono dispiegare dubbi critici sulla società di oggi”, ovvero “uno dei siti di resistenza”. La resistenza all’ordine liberal-democratico è così urgente per Zizek da giustificare qualsiasi grado di violenza. E’ lo stesso ciarlatano che si è permesso di scrivere che “è meglio il peggior terrore staliniano della migliore democrazia capitalistica liberale”.

 

[**Video_box_2**]In ultima analisi, Zizek parteggia per i terroristi islamici. Dice che sono chiaramente dei reazionari nel loro dogmatismo religioso, ma anche che “se ai nostri occhi usano mezzi malvagi per fini malvagi, la forma stessa della loro attività incontra il più alto standard di bene”. Mohammed Atta e compagni non sono stati altro che vittime dell’ingiustizia della globalizzazione capitalistica. “L’unico modo per concepire quello che è successo l’11 settembre – scrive Zizek – è collocarlo nel contesto dell’antagonismo al capitalismo internazionale”. Se il fine è smantellare la democrazia liberale e il capitalismo ogni fine è lecito. Compreso il tagliatore di teste che risponde al Corano. “Tutto è lecito qui”, scrive sempre Slavoj Zizek nel suo libro “Iraq: the borrowed kettle”, “compreso il fanatismo religioso”.

 

Qualche anno fa, una stralunata studiosa italiana se ne uscì con un libro su Abu Musab al Zarqawi, il decapitatore dell’Iraq post Saddam, con il seguente titolo: “Proletario giordano”. Fra i narcisisti molesti che frequentano i “dinner parties”, dove lanciano discorsi di maniera, gli intellettuali scriventi e parlanti nel sistema dei media, il proletario dell’Isis si porta tantissimo. I cento morti del Bataclan molto meno.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.