“Me and Earl and the Dying Girl”. Signori della Fox, siete ancora in tempo a ripensarci

Mariarosa Mancuso
Fare il verso a Werner Herzog – al suo spigoloso inglese con accento tedesco, voce narrante dei documentari sull’uomo che fu sbranato dai grizzly o sui condannati nel braccio della morte – sa ormai di tradizione.

Fare il verso a Werner Herzog – al suo spigoloso inglese con accento tedesco, voce narrante dei documentari sull’uomo che fu sbranato dai grizzly o sui condannati nel braccio della morte – sa ormai di tradizione. Qualche anno fa avevamo goduto, prima per iscritto e poi per voce imitante, le sue note destinate alla donna delle pulizie. “Ho conquistato vulcani e sono sceso nelle profondità della terra, ma nulla mi terrorizza più delle scaglie di vecchio sapone rimaste nel bagno” è la prima lamentela, il vuoto esistenziale conduce all’aspirapolvere mai passato con abbastanza cura (“vacuum cleaner” si presta meglio dell’italiano). Alla fine, le istruzioni pratiche: “Troverà i soldi sotto la ghigliottina”.

 

Al Festival di Locarno abbiamo sentito una perfetta imitazione di Werner Herzog nel film “Me and Earl and the Dying Girl” di Alfonso Gomez-Rejon. Arrivo previsto nelle sale italiane il 29 ottobre. Titolo previsto – per favore, signori della Fox, siete ancora in tempo a ripensarci, tanta fatica per evitare la parola “morte” quando al cinema fanno grandi incassi gli adolescenti malatissimi – “Quel fantastico peggior anno della mia vita”. Premio della giuria e premio del pubblico al Sundance Film Festival, ha per protagonista un giovanotto che gira parodie di film famosi. “Arancia meccanica” – titolo originale A Clockwork Orange” – diventa “A Sockwork Orange”, da “sock” come calzino: sullo schermo si vedono appunto dei calzini bianchi con la bombetta nera di Alex, prima della cura Ludovico. Una lettera scandita con la voce di Wernez Herzog fa da ciliegina sulla torta.

 

Su internet circolano da qualche giorno – firmati da Patrick Willems che già aveva dato prova della sua ironia, oltre che della sua conoscenza dei vezzi registici, incrociando Wes Anderson con gli X-Men – tre minuti che fanno il verso a Werner Herzog e al supereroico “Ant-man” (nelle sale italiane da mercoledì scorso). Conosciamo il punto di vista del regista tedesco sulla natura, le prove sono nei suoi film nessuno escluso: niente di armonioso né leggiadro, solo violenza cieca, crudeltà, indifferenza verso gli umani. Il finto Herzog mostra un omino che si fa una barchetta con un guscio di noce, incontra insetti mostruosi, e alla fine un tremendo gallinone (il regista le odia sopra ogni cosa, dice chi lo ha conosciuto: tornano in mente le spaventose scagliette di sapone).

 

[**Video_box_2**]Il gioco funziona bene perché “Ant-Man” è rimasto una decina d’anni in quel che a Hollywood si chiama “development hell”. Edgar Wright, il regista e sceneggiatore britannico che ci lavorava insieme a Joe Cornish (suo il bellissimo horror “Attack the Block”) ha ceduto all’ultimo momento il posto a Peyton Reed. Il supereroe formica – grazie a una tuta rimpicciolente – comanda schiere di insetti. Gli effetti speciali sono ben riusciti, l’ironia va e viene. Le scene dopo i titoli di coda suggeriscono che il supereroe-insetto si unirà a “The Avengers”, mentre lo spettatore sogna una moratoria – o almeno un cambio di passo - per il film tratti dai fumetti Marvel.