Marcus Harvey e Maggie, un Bull terrier inglese, il 2 giugno scorso al Vauxhall Art Car Boot Fair di Londra (foto LaPresse)

Nella testa di Marcus Harvey

Sofia Silva
Un giovane punk che diventa l’artista più inglese di tutti. E’ misogino, incapace di sorridere, ma ecco perché quando entra in un pub tutti smettono di parlare

Nello studio di Marcus Harvey si alza una nuvola di gesso bianco. Mi avvicino ai piedistalli delle sculture cotte di recente, mentre i dipinti giacciono protetti da lunghi teli nella stanza adiacente. Nel tempo i frammenti delle sculture incompiute si sono sbriciolati sul pavimento e ora dieci anni di scarti scricchiolano sotto i miei piedi. “Io sono un pittore anche quando scolpisco, devi guardare la scultura frontalmente”, raccomanda Harvey spingendomi innanzi a Heroic Head, una testa d’uomo circonfusa di boccoli sulla barba e sui capelli alla maniera dell’Ercole Farnese. “Tu pensi che siano boccoli – mormora Harvey – in realtà sono mani di bambino che stringono palle da cricket a memento degli attimi di gloria”. La materialità della scultura è dirompente, il bianco della creta la fa assomigliare a una scogliera di guano d’uccello o al topping della pavlova, la torta panna e meringa mangiata dai neozelandesi. A fare da naso a Heroic Head, il calco d’un avambraccio. Un occhio è la maschera mortuaria dell’ammiraglio Horatio Nelson, l’altro è il busto di Winston Churchill.

 

Negli anni di Maria la Sanguinaria, i frati neri di Londra calpestavano frettolosi il ghiaccio che incrostava le sponde del Tamigi. Narra la leggenda che fossero sempre di fretta e che rallentare di un solo momento il loro folle passo avrebbe comportato la morte di due contesse, la rivolta dei mendicanti e il cupo ritorno in città di cacciatori allontanati da tempo. Quando nell’anno 1558 l’ultimo priore si spense nel sudore del suo lanoso cappuccio, dei black friars non restò che il nome. Quel nome fu attribuito a un ponte di ferro, il Blackfriars Bridge, su cui negli anni del più fiorente colonialismo transitarono tumidi frutti di mango, le prime casse di curry, il tabacco, le stoffe dei sari pronte a rivestire gli sfondati divani della borghesia. Sotto quello stesso ponte, più di cent’anni dopo fu trovato un impiccato, il banchiere italiano Roberto Calvi: mattoni in tasca, 15 mila dollari sul petto. E’ notte fonda, fioche le luci della stazione di Blackfriars, i broker della City sono scomparsi, i pochi ubriaconi del financial district dispersi. Nerissimo, il Tamigi rigurgita lamine d’acciaio e biciclette; su una banchina, con la pelle d’oca, guardo lo smartphone acceso che segna meno tre gradi; sul ponte un’ombra gigantesca svetta solitaria. Erede di frati, falconieri, soldati sikh, banchieri disperati, Marcus Harvey si specchia nelle acque. Le sue occhiaie precipitano più veloci della linea di tendenza nelle giornate dei crolli in Borsa; erose, inquinate, spante sulle guance, chi le ha sbadatamente toccate dice che l’effetto sia quello di immergere la mano in un secchio di fango del Tamigi mescolato a vetri e schegge. La massa corporea di Harvey è prepotente; in gioventù si mostrava in società vestito di bianco, da golfista, stessa divisa per i salotti dei collezionisti tory e laburisti; sfoggiava i suoi pantaloncini bianchissimi in palazzi frequentati da vecchie e magre gambe.

 

Abbiamo passato la serata al pub con altri artisti, evocando il dimenticato pittore scozzese Patrick Oliver; la scena non varia mai, da decenni. Verso mezzanotte, quando ormai tutti sono ubriachi e io mi defilo a disegnare qualche tavolo più in là, Marcus guarda i suoi amici con occhi socchiusi ed estranei. E’ contento, o forse li odia come una donna può odiare i propri polpacci troppo gonfi o i seni troppo piccoli. Nessuno sa perché Marcus non sorrida. Lui si alza e se ne va, io lo seguo non volendo restare sola con i pittori sbronzi.

 

Molti anni prima delle nostre serate al pub, Myra Hindley e Ian Brady vivevano nella contea di Greater Manchester, si amavano, leggevano de Sade e Dostoevskij, uccidevano bambini nella brughiera strangolandoli con lacci e finendoli a colpi d’ascia, fumavano tantissimo e guardavano film porno. Nell’anno 1963, mentre Myra e Ian perpetravano il loro primo delitto, Marcus Harvey nasceva a Leeds, nella vicina contea del West Yorkshire, da una famiglia cattolica ed estremamente attenta a utilizzare un buon lessico e una perfetta dizione nell’eloquio. I destini della bella e folle Myra e del giovane Marcus s’intrecciarono molti anni dopo, nel 1997, quando Harvey, divenuto pittore, espose un immenso ritratto dell’assassina all’interno dell’epica mostra Sensation presso la Royal Academy di Londra, facendo tremare di sdegno il Regno Unito.

 

La mostra lanciò il gruppo d’artisti più sovversivi – e, in breve, influenti – della contemporaneità: gli Young British Artists; tra le opere esposte lo squalo in formaldeide di Damien Hirst, la tenda dell’amore di Tracey Emin, le Madonne dipinte con sterco d’elefante di Chris Ofili, gli omuncoli bambini di Jake e Dinos Chapman, con il naso fatto a pene e la bocca modellata come un ano. Queste opere s’imponevano come un violentissimo schiaffo all’arte, al pudore e al ben pensare; tutti gli occhi erano puntati sul ritratto Myra. Per Myra, una tela optical dove l’immagine ritratta è composta da centinaia d’impronte di mani infantili, vennero frantumati i secolari vetri della Royal Academy: addosso al dipinto uova e getti d’inchiostro, finché non fu necessario rimuoverlo e ristrutturarlo. Fu un debutto spettacolare per Harvey, un debutto tetro, tutt’oggi velato dal rimorso e dall’odio; e mentre il suo migliore amico, il vivace Damien Hirst, comprava quadri di Bacon, beveva tequila e sbancava all’asta, Harvey si ritirava sempre più nel suo studio, solitario e pensoso. Da ragazzo Harvey era stato un giovane punk nei sobborghi di Leeds, era abituato a tutto. La politica della Thatcher aveva fatto fallire l’azienda di famiglia, gli Harvey avevano perso la casa, Marcus aveva perso la fede. Tuttavia gli anni che seguirono a Sensation furono ancora più bui: Harvey, a poco a poco, smise di dare notizia di sé. Immagino il giovane Marcus allontanarsi da casa, rifugiarsi tra due muretti imbrattati di giallo, comprare una birra al delhi indiano. Si stende e guarda le fabbriche davanti a sé. Dieci anni dopo riemerge come un re, serio, lontano dagli scandali, padre. Fu allora che ebbi modo di conoscerlo.

 

Quattro anni fa Marcus Harvey decise di raggruppare attorno a sé, e ad alcuni suoi amici pittori del carisma di Alex Katz e Phillip Allen, quindici giovani artisti di ogni parte del mondo. Fortuna volle che fossi tra i prescelti. Harvey mi telefonò ordinandomi di raggiungerlo a Londra entro due giorni, in uno scantinato di Coronet Street. Raffiche di vento e il vociare di due orientali disturbavano la linea. All’ora stabilita suonai al campanello dell’edificio e il portiere mi pregò di aspettare Harvey in un ripostiglio di otto metri quadri, in compagnia di un cane addormentato. Harvey arrivò con un’ora di ritardo, tuonò il mio nome e scardinò la porta. Il cane gli morse la gamba dallo spavento, Harvey pestò lo stivale a terra e guardò il cane con indifferenza. La povera bestia, un bulldog, smise di ringhiare e se ne andò via con la coda tra le gambe. Strinsi la mano a Harvey e mi limitai a pronunciare correttamente il mio nome perché lui aveva detto Sophia all’inglese. In quel momento guadagnai la sua fiducia. Il mio interesse crebbe quando mi accorsi che Harvey non incuteva terrore solo ai cani, ma anche ad artisti, galleristi, collezionisti, ai suoi stessi amici, un terrore che secca la saliva, spezza la voce, porta gli artisti a usare parole da businessman e i businessmen a dire fuck off ogni tre secondi. Sin da quella prima volta capii che volevo suscitare in lui riso, pianto o un qualcosa del genere, per infine scalzare Damien Hirst dal ruolo di migliore amico.

 

Marcus Harvey era avido di rinnovamento, di nuove energie. Occupò un’intera fabbrica in disuso nel Bermondsey, a sud del Tamigi, e ne ristrutturò gli spazi adibendoli a immensi, tenebrosi open space dove i pittori potevano muoversi in piena libertà, ma anche spiarsi l’un l’altro. Alla fine del diciannovesimo secolo la fabbrica era stata un biscottificio i cui altoparlanti ogni due ore gridavano lo slogan: “Popular with all! Popular with all!”. Ci diede un nome, quello di Turps Painters, e un’insegna da appendere sulla saracinesca del montacarichi arrugginito, unica porta d’accesso agli studi. Faceva un gran freddo, anzi si gelava proprio; dipingevamo giorno e notte, lui guardava le nostre opere e scuoteva la testa.

 

Per inserirmi nel mondo dell’arte londinese mi sottoposi anche a quotidiane sessioni di talking painting in strani luoghi a robusti tassi alcolemici. Me ne derivò una conoscenza approfondita dei pittori inglesi, per qualche misteriosa ragione diversi da tutti gli altri e uguali a se stessi nei secoli. Il pittore inglese scrive pagine e pagine di critica d’arte su una sola opera senza mai citare un filosofo o un concetto. Il pittore inglese ha solitamente problemi con l’alcol e con le donne, molto spesso incolpa mamma e papà per quel lascito di pruderie e goffaggine british che nemmeno la droga e le risse da club nei duri anni Ottanta hanno limato. I pittori inglesi insomma sono alito di birra e pantaloni di velluto sdrucito. Li ho divisi in due categorie; il primo gruppo è composto dai pittori che con sguardo dolce mi hanno offerto il tè nella tazza da cui aveva bevuto due minuti prima anche il loro pitbull. Posso liberarmi della tazza posandola sulla scrivania senza per questo risultare antipatica; il pittore è già intento in un monologo su un qualche dipinto di Bruegel. Poi ci sono gli ex capi-punk convertiti al dandismo, questi invitano al pub e fanno sfoggio di sé, interpuntato da frasi di supplica: “I’m so sorry, I just look so stupid”. Sono pittori piacevoli all’occhio, ma non si offrono mai di pagare il conto. Quando Marcus si degna di venire a salutarci al pub, cala un adorante silenzio. Eccolo, in calzamaglia bianca e aderente, camicia hawaiana, stivali da cow-boy, mantella da monatto; gli avventori del pub non battono ciglio, chi siede al bancone in jeans e maglietta sembra fuori luogo. Machi (fortunatamente falliti), anti-intellettualoidi e goffi, questi gli artisti inglesi; l’ultima qualità che rende la loro pittura la migliore di tutta Europa è un insano, autoreferenziale, losco e dannatamente glorioso nazionalismo.

 

[**Video_box_2**]L’immaginario di Marcus Harvey è dominato da commodori narcolettici, tagliatrici di teste, re fantocci, pigs in divisa da british police, gorgiere macchiate di sangue e sherry, nazisti nascosti nelle scogliere. Per questo, mentre tasto la superficie polverosa di Heroic Head nello studio di Harvey, non mi stupisco se le mie mani accarezzano Horatio Nelson e Winston Churchill. Nelson, ammiraglio della flotta navale contro la Francia rivoluzionaria e bonapartista, è tutt’oggi uno dei più amati eroi nazionali inglesi. Silhouette del suo asciutto profilo, del suo naso da gheppio, compaiono sui poster osé che tappezzano i gay bar di Soho e sui graffiti di Chalk Farm. Già in vita l’ammiraglio ne sapeva qualcosa sull’essere fatto a pezzi, avendo perso la retina dell’occhio destro in Corsica e il braccio, sempre destro, a Tenerife; aveva una certa esperienza anche nel lasciare che il suo corpo venisse plasmato dalle esigenze poiché, dopo aver esalato l’ultimo respiro a Trafalgar, il cadavere venne accartocciato in una botte di rum che ne permise una miglior conservazione. Tale rimedio non piacque però a una banda di marinai che, irritatissimi per il dimezzarsi della razione di rum giornaliero, pensarono bene di praticare dei piccoli fori alla bara prêt-à-porter e di ingollare rum dolcificato al sangue. Harvey ha fatto tesoro di quest’immagine. Winston Churchill occupa un posto speciale nel cuore degli artisti inglesi. Tra le amatissime uova in camicia e i sigari cubani Romeo y Julieta, Winston si dedicava anche alla pittura, colorando scene d’interno facilmente confondibili con quelle di John Singer Sargent, se non fosse per un certo scrupolo della pennellata. Heroic Head, Ercole, Nelson, Churchill: il macho deriso col fallo sul naso mentre in Irlanda vengono approvati i matrimoni gay.

 

“Io nutro una sola credenza”, tuona Marcus Harvey. “Credo che l’indifferenza sessuale sia complice del crollo degli imperi e dell’identità politica, morale ed economica britannica nel Ventesimo secolo. I generi sessuali stanno collassando, ma attenta, il mio è un bisogno di pancia, un desiderio di gola. La testa della statua è la testa di un dio, di un dio maschio. E’ una testa d’Ercole. Vedi gli occhi di Ercole? Nelson, Churchill, nomi scelti nella loro ridondanza per la mia maschia statua, un monumento all’uomo. Ma anche la sua derisione”. Immersi nella polvere che vola per lo studio, contempliamo Heroic Head con nostalgia. “Voglio che all’uomo sia permesso d’essere uomo”, questa la richiesta che Marcus Harvey shakesperianamente recita al suo pubblico – che poi sarei io. Potrei ridere, sorridere, sospirare – invece, annuendo, continuo a prendere appunti.

 

Ero stata avvisata. Squadroni di pittrici, pattuglie di scultrici, mi avevano messo in guardia sul fatto che nei laboratori di Harvey, nelle stamperie della sua rivista, venivano compiute scelte “preoccupanti”. “Devi avere il cazzo e saper aprire la birra coi denti perché quelli ti rispettino”, aveva sibilato Kay, una rockabilly che dipinge zebre e gazzelle scorticate al centro di verdi paesaggi da brughiera inglese. Nelle bocche di tutte aleggiava velata, svelata, gridata, derisa una sola parola: misoginia. Le signore mi avevano poi mostrato le opere giovanili di Harvey, dipinti di un cromatismo violento e scostante, opere gestuali su cui erano tracciate linee nere che disegnavano i contorni di donne inginocchiate e vagine che urinano in rubinetti pubblici. E dipinti più recenti: porte di toilette costruite in vetro smerigliato da cui emergono le forme sfocate di donne con le mutande al ginocchio. “Bene – dissi alle mie amiche arrabbiatissime – l’audacia con cui Harvey insegue e immortala le donne nella loro intimità smerigliandole dietro le vetrate delle toilette, lo sguardo infuocato del suo stile, la gioiosa sfrenatezza della sua pennellata testimoniano la verità del suo amore”.

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