Oggi di una donna che partorisce prima dei trent’anni si dirà, in tutti i paesi occidentali, che ha partorito presto (nell’immagine un dettaglio dell’opera di Gustav Klimt, “Le tre età della donna”)

Mater semper incerta

Roberto Volpi
I numeri ci dicono che le donne italiane fanno sempre meno figli e in età più avanzata. Non basta adottare politiche per la famiglia: il problema è culturale. Nel 2013 i nati da quarantenni hanno superato quelli nati da ventenni. Un cambiamento antropologico con delle conseguenze.

Nel 2010 l’Istat ha licenziato le sue “Previsioni della popolazione. Anni 2011-2065”. Di queste previsioni, come si fa usualmente, ci sono offerti tre scenari: uno scenario basso, uno scenario centrale e uno scenario alto che delineano, nel complesso, un intervallo di variazione entro il quale dovrebbero andare a collocarsi di anno in anno (secondo le previsioni, appunto) le entità reali dei fenomeni demografici: nascite e morti, movimenti migratori interni ed esterni.

 

Ora, se confrontiamo le nascite previste negli anni 2013 e 2014 con le nascite effettive di questo biennio, scopriamo che le nascite effettive sono risultate inferiori a quelle previste di ben 50 mila unità annue rispetto allo scenario alto, di 32 mila unità annue rispetto allo scenario centrale e di 14 mila unità annue rispetto allo stesso scenario basso. Se si considera che le nascite medie annue nel biennio in questione si sono aggirate attorno alle 510 mila, e che dunque il divario con le previsioni è assai corposo, sembra quasi che lo stesso Istat sia stato sorpreso da una caduta così sensibile delle nascite. Anche la più pessimistica delle previsioni è stata infatti polverizzata  e il risultato è a maggior ragione sorprendente trattandosi, per gli anni 2013-2014, di previsioni a brevissimo termine che riguardavano il domani immediato, non un futuro più lontano, rispetto al quale è ben più facile che le previsioni si discostino.

 

Ora, qui non si tratta di provare a capire perché ciò sia successo. Qui è piuttosto il caso di non smarrire il messaggio, per chiamarlo così, che lo scollamento tra previsione e realtà delle nascite evidenzia e in un certo senso ci affida. Esso è infatti a tal punto impietoso da farci temere che la popolazione italiana nel suo complesso – e dunque comprensiva pure di quanti, circa cinque milioni di stranieri immigrati, non hanno la cittadinanza italiana – stia avviandosi a diventare organicamente e culturalmente incapace di dar luogo a un volume di nascite sufficiente a mantenere il paese in una condizione di piena vitalità, non soltanto demografica, ma anche produttiva e creativa, economica e culturale, nei decenni che seguiranno.

 

I segnali di decadenza, e decadenza seria, parliamoci chiaro, ci sono già tutti. Eccone uno, gigantesco: nel 2013 si sono avuti, nel totale di poco più di mezzo milione di nati di questo anno, 33.301 nati da donne con cittadinanza italiana di 40-44 anni contro 29.137 nati da donne di cittadinanza italiana di 20-24 anni. Ogni 100 nati da donne di 20-24 anni ci sono stati 114 nati da donne quarantenni di venti anni più vecchie. Ecco, in questo storico sorpasso c’è tutta la mutazione antropologica che s’è prodotta nella maternità in Italia – e altresì nelle donne italiane –  nell’arco degli ultimi quattro decenni.

 

E ancora: di 100 donne con cittadinanza italiana che hanno partorito nel 2013 poco più dell’8 per cento, vale a dire appena una partoriente su 12, aveva fino a 25 anni non ancora compiuti d’età. La madre giovanissima, quella di non ancora 20 anni, non poteva certo reggere al tempo, ed è debitamente scomparsa. Ora è la volta della madre giovane di 20-24 anni di togliere il disturbo. Al suo posto, conquista posizioni su posizioni la madre quarantenne.

 

E, ancora: fino a quattro decenni fa c’era un formidabile addensamento dei nati prima dei trent’anni della donna, oggi c’è una continua rarefazione dei nati da donne non ancora trentenni, scesi anno dopo anno fino a rappresentare oggi appena il 28 per cento dei nati da donne con cittadinanza italiana – poco più di un nato su quattro.

 

La spinta al figlio, insomma, sembra verificarsi esattamente in senso inverso rispetto a prima.

 

Se riflettiamo bene su questi dati non faticheremo a capire, credo, che a spostarsi, in questi ultimi quarant’anni, non sono stati tanto i limiti biologico-riproduttivi delle donne, che semmai si sono ampliati, quanto piuttosto quelli più fortemente e incontestabilmente culturali. E se non è da inguaribili ottimisti pronosticare una qualche, pur se assai modesta, ripresa delle nascite sulla base di migliorate condizioni economico-materiali del paese e di una politica a favore delle coppie e delle famiglie più consistente e organica di quella che a pezzi e bocconi si è riusciti a mettere in atto in Italia, occorre invece esserlo al massimo grado per prevedere anche soltanto una qualche correzione sotto il profilo culturale capace di rilanciare la spinta verso i figli a età della donna meno avanzate di quelle di oggi, così avanzate da aver fatto dei figli una faccenda più per donne che viaggiano verso i quarant’anni che non per donne che guardano ai trenta.

 

Culturalmente, ben prima che non materialmente, il figlio a età giovanili non è più cosa. Nell’opinione pubblica corrente s’è ingenerata l’idea che il figlio è per donne mature, accorte, che sanno della vita per averla già in buona parte vissuta e che non debbono, proprio per questo, sacrificarla sull’altare del figlio – e ancora meno su quello dei figli intesi in senso plurale.

 

Oggi di una donna che partorisce prima dei trent’anni, di una donna che ha un figlio mettiamo tra i 25 e i 27 anni, si dirà senz’altro, pressoché in tutti i paesi occidentali, che ha partorito presto, ch’è una mamma  giovane, se non proprio “molto” giovane. E questo mentre nessuno si azzarderebbe a definire vecchia una mamma di 35-37 anni. Fino a qualche decennio fa s’incorreva già a trent’anni nella definizione clinica di “primipara tardiva”. Oggi la definizione di “tardiva” non è più usata con nessuna partoriente, neppure in riferimento a una donna  di quarant’anni. La maternità oggi è sempre, se del caso, anticipata, giammai posticipata.

 

Ma tutto questo segnala appunto lo slittamento che s’è verificato sul piano culturale, nel sentire comune, riguardo all’età delle madri. Di una madre giovane si penserà sempre che non sia stata accorta, che abbia fatto un errore di valutazione, che non abbia considerato attentamente i pro e i contro di un figlio, e che avrebbe sempre, e meglio, potuto comportarsi con più ponderazione, più giudizio. Di una madre in su con gli anni si penserà sempre,  al contrario, che non abbia lasciato niente al caso, all’improvvisazione, che abbia fatto bene i calcoli, considerato con attenzione possibilità e prospettive cui andava incontro,  mettendosi nell’impresa del figlio. Perché nel figlio d’oggigiorno c’è l’“impresa”, per quanto calcolata, vale a dire la continua messa a punto del progetto, il bilancio pignolo dei rischi e dei vantaggi, la considerazione occhiuta degli elementi a favore e di quelli contro. E il comune sentire vuole che sia così, che i figli quando arrivano trovino ogni cosa al loro posto, ogni esigenza prevista, ogni bisogno assicurato, ogni eventualità calcolata, ogni intralcio disinnescato in via preventiva o quantomeno disinnescabile senza troppe difficoltà.

 

Il figlio, la sua prospettiva, la sua possibilità, è entrato in una contabilità dalla quale non si può prescindere perché prescinderne equivarrebbe a dare una inaccettabile dimostrazione di irresponsabilità. E’ da irresponsabili desiderare un figlio, volere un figlio senza essere sicuri di poterlo mantenere fino a  quando non ci sarà la certezza che ce la possa fare con le sue gambe. Il progetto di figlio deve avere delle basi più che solide. Basi materiali ma anche culturali. Oggi è espressamente richiesta la “cultura” del figlio. Il semplice desiderio del figlio non basta più. Nessuno oggi chiede più di seguire il semplice desiderio del figlio, ma semmai di diffidarne perché troppo spontaneo e ingenuo, troppo poco mediato. Foriero di fallimenti educativi, di disastri di coppia. Si può cementare un rapporto di coppia, una situazione di famiglia, con un figlio, coi figli, ma anche precipitarlo nelle difficoltà, nella litigiosità, nel malanimo. La cultura del figlio, d’altra parte, prescinde dai figli. Mostra di averne di più chi più – e fosse pure la madre che ha avuto quel solo a 45 anni – agisce e s’impegna affinché il figlio non abbia che da imparare, nella vita, a cogliere e a mettere a frutto convenientemente tutto quello che è stato approntato per lui prima della nascita e che si continuerà ad approntare per lui dopo, per un tempo sempre più lungo.

 

[**Video_box_2**]La giovinezza della donna è così diventata nel sentire comune un viatico negativo per la buona riuscita di un figlio. Il rovesciamento, culturale e antropologico, s’è compiuto. Di questo rovesciamento parlano i dati, ed è questo stesso rovesciamento  a riflettersi nello scollamento tra previsioni seppure negative e dati delle nascite più negativi ancora. 

 

Un rovesciamento che ha già fatto della società italiana la più vecchia del mondo. Quando si comincerà a capire che non può continuare così? Che continuando così tempo cinquant’anni e altro che buona scuola, occorrerà all’Italia. Buona, anzi buonissima, casa di riposo. Piuttosto.

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