Work N. 960 di Martin Creed, esposto al Fruitmarket Gallery

Ma questa è arte? Dare forma a un pensiero, l'unica salvezza contro la fuffa

Adriano Scianca
Inforcano gli occhiali, si avvicinano con aria assorta e tentano di decifrare l'inquietudine. Fanno, insomma, ciò che va fatto per restare nel ruolo e si lanciano nell'ermeneutica pensosa di una stampa venduta da Ikea al prezzo di 10 euro, beffardamente piazzata fra i quadri del museo d'arte moderna

Inforcano gli occhiali, si avvicinano con aria assorta e tentano di decifrare l'inquietudine. Fanno, insomma, ciò che va fatto per restare nel ruolo e si lanciano nell'ermeneutica pensosa di una stampa venduta da Ikea al prezzo di 10 euro, beffardamente piazzata fra i quadri del museo d'arte moderna di Arnhem, in Olanda. È accaduto pochi giorni fa, per una burla del team di LifeHunters Tv. Gli incauti visitatori hanno aguzzato la vista e si sono sbizzarriti nel trovare significati reconditi e tracce di genialità, arrivando a valutare l’opera più di 2 milioni di euro. Un bel salto di qualità dai 18 milioni, di lire però, che i visitatori della Biennale volevano sborsare per portarsi a casa Anna Longhi, la moglie di Alberto Sordi in “Dove vai in vacanza?”, scambiata per parte integrante di un'opera per il fatto di essersi stravaccata su una sedia all'ombra di una palma. Errore speculare a quello di quel muratore di Ravenna che qualche tempo fa combinò un guaio stuccando, per deformazione professionale, un buco in un muro del museo dell’arte cittadino. Si trattava, in realtà, di un'opera del riminese Eron, al secolo Davide Salvadei, composta dall’ombra lasciata da un grande specchio, posizionato sul pavimento come se fosse caduto. E sopra l'ombra, il buco del chiodo che avrebbe dovuto sostenere la cornice dello specchio.

 

A parziale discolpa dei visitatori del museo di Arnhem, c'è che su tutto lo scherzo resta sospesa una domanda: che criterio abbiamo per distinguere una stampa di Ikea da un'opera d'arte contemporanea? Il che ci porta in modo inquietante a un'altra questione: come facciamo a dire che la stampa di Ikea non è un'opera d'arte? Se è in un museo e se raccoglie l'interesse degli addetti ai lavori, che vi ravvisano un messaggio artistico, di quale attrezzatura concettuale disponiamo per stabilire che invece si tratta di un oggetto profano? E quindi forse hanno ragione i radical chic olandesi. E noi che ridiamo di loro abbiamo torto. È questo il paradosso, che chiama in causa il senso stesso dell'arte contemporanea, in cui l'opera diventa quasi superflua: quel che conta è solo il gioco di ruolo, ovvero una comunità di ottimati, che in luoghi particolari e con un gergo volutamente oscuro creato alla bisogna stabilisce di volta in volta i confini del suo oggetto e perfino la sua stessa esistenza, che come il vestito nuovo dell'imperatore nella fiaba di Andersen, potrebbe anche non esserci, ma poco conterebbe se tutti fossero convinti del contrario. Oggi il vestito del re è la fuffa d'artista. Manca però il bambino che si alzi in piedi alla proiezione a rulli invertiti del soporifero "The Tree of Life" di Terrence Malick alla Cineteca di Bologna (anno 2011) e urli che girato in quel modo il film non ha senso e forse, se nessuno ha notato la differenza, non ha senso neanche montato nel verso giusto. Manca il bambino che urli alla fuffa conclamata leggendo "Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity", il celebre articolo nonsense di taglio post-strutturalista pubblicato su “Social Text” da Alan Sokal nel 1996 per denunciare i deliri linguistici della filosofia contemporanea.

 

[**Video_box_2**] Ciò che nel cinema o nella filosofia è deriva, nell'arte è però elemento dominante. Di cosa parliamo, infatti, quando l'artista thailandese Rirkrit Tiravanija, premiato con il prestigioso Hugo Boss Prize del Guggenheim Museum, fa arte cucinando nei musei e facendo mangiare i visitatori, permettendo loro di portare a casa pentole e piatti sporchi? Che cosa succede quando l'artista slovacco Roman Ondak si limita a piazzare una fila di persone davanti all'ingresso  in occasione di una mostra pretendendo che quella sia l'opera? O quando Martin Creed vince a Londra il Turner Prize accendendo e spegnendo le luci della stanza che il museo gli ha destinato? È genio o truffa l'arte dell'americano Robert Ryman che dipinge le sue tele interamente di bianco? “A voi sarebbe mai venuto in mente? Il problema di questa arte è che si basa sull'idea, non sulla tecnica. Se nell'antichità la tecnica era fondamentale per sviluppare un'idea, oggi non lo è più”, risponde il critico Francesco Bonami nel suo “Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte” (Mondadori, 2007). Ma l'idea è il cavallo di Troia della fuffa. Gottfried Benn spiegava che non basta passare d'autunno in un giardino deserto e provare malinconia per fare poesia. “Ora arriva Stefan George e vede tutto esattamente come noi, ma egli è cosciente dei propri sentimenti, li osserva e scrive. Conosce le sue parole e sa cosa ne può fare, conosce la coordinazione di parole adatte a lui e con esse sa dare una forma, cerca rime, strofe tranquille, silenziose, espressive, ed ecco che sorge una delle più belle poesie della nostra epoca sull'autunno e su un giardino – tre strofe di quattro versi – e grazie alla loro forma affascinano tutto un secolo”. Di fronte all'avanzata della fuffa, l'unica salvezza resta sempre la forma.

Di più su questi argomenti: