Un matrimonio

Don Gianni era visibilmente commosso e anche confuso. Don Franco sembrava, invece, turbato.

9 Luglio 2010 alle 10:38

Don Gianni era visibilmente commosso e anche confuso. Don Franco sembrava, invece, turbato, specie al momento di dare la benedizione. Don Alberto era talmente frastornato  da sembrare presente solo col corpo, per il resto del tutto assente.
Avevano cercato di tenere riservata la cosa, ma giornalisti e fotografi erano arrivai da ogni parte del mondo. Era la prima volta che accadeva. Il primo matrimonio gay fra sacerdoti. Il momento più difficile da superare era  stato sicuramente  quello della formula di rito, ma don Franco fu bravissimo. Aveva semplicemente ripetuto la medesima frase per entrambi come se stesse rivolgendosi ad una sposa: “Vuoi tu Gianni prendere quest’uomo come tuo legittimo sposo?” e subito dopo: “Vuoi tu Alberto prendere quest’uomo come tuo legittimo sposo?”.
Un imbarazzo anche maggiore avrebbe potuto manifestarsi al momento del “lo sposo può baciare la sposa”. Anche in questo caso don Franco fu perfetto, recitando semplicemente la frase: “Che gli sposi si bacino”. E fu a quel punto che don Alberto si sollevò dal suo torpore  cercò un plateale bacio sulla bocca con tanto di abbraccio avvolgente. Ma don Gianni lo contenne e gli permise solo un casto sfiorarsi di labbra. E poi  fu un diluvio  di flash, un assalto spietato di cronisti che con i loro microfoni cercavano di accalappiare le parole  e le emozioni a caldo dei protagonisti.
Raggiungere la porta della chiesa fu più difficile che scalare a mani nude una roccia a strapiombo sul mare.
Sul sagrato li aspettava l’autista del vescovo che con un piccolo servizio d’ordine improvvisato riuscì a fendere la folla e a farli salire in auto. Si correva verso il palazzo vescovile dove, alla presenza di sua Eminenza, ci sarebbe un breve rinfresco con gli amici più cari  e i parenti. Però né la mamma di don Gianni né il papà di don Alberto erano voluti venire.
Sua Eminenza li accolse raggiante. Abbracciò entrambi,  diede loro la sua speciale benedizione e, al momento degli auguri, volle fare un suo discorsetto nel quale diceva che questo giorno doveva essere considerato doppiamente felice. Felice per l’unione di due giovani che si amavano e vedevano il loro amore santificato nel sacro vincolo del matrimonio; felice per tutti i figli di Nostra Madre Chiesa che potevano finalmente vedere riconosciuto e santificato universale bene dell’amore in ogni forma si manifestava, sapendo che avrebbe trovato accoglienza nella Casa del Signore.
Si fece anche prendere un po’ la mano e iniziò uno dei suoi fervorini, che lo avevano reso celebre, sulla realtà intima dell’essere come amore e l’amore come forma sostanziale dell’essere, che dalle regioni infinite del caos primigenio puntava dritto al centro, unendo tutto ciò che era disperso e isolato, fino a ricondurre ogni particella del creato al Padre, per mezzo del corpo di Nostro Signore Gesù Cristo.
Questa  visione metafisica gli era valsa fra i maligni il sopranome di “Attaccatutto” e, più ancora, la fama di avere formulato il sillogismo etico con cui promuoveva al rango di cristiani tutti coloro che respiravano, giacché se Cristo è amore assoluto, allora chiunque abbia vissuto, per forza di cose è passato attraverso l’essere, che essendo Amore, lo ha reso parte essenziale del corpo di Nostra madre Chiesa, sposa  e testimone dell’Amore assoluto con cui Cristo ha amato il mondo.
Don Gianni, sentendolo parlare, ebbe la certezza che era stato sicuramente lui ad avvertire stampa e fotografi del giorno e del luogo dove si sarebbe celebrato il matrimonio. Durante la confessione aveva avvertito come una sorta di rancore rabbioso da parte di sua Eminenza quando gli aveva manifestato i suoi dubbi e soprattutto il suo timore che forse non era cosa  benedetta agli occhi di Nostro Signore.
Questo era saltato su e lo aveva zittito con un fiume di parole, delle quali ricordava: "...dopo tanti sforzi, dopo oltre duemila anni di sofferenze e patimenti, ora che finalmente siamo riusciti a comprendere in tutta la sua sublime interezza la dottrina dell’amore, ebbene ora tu vuoi rovinare tutto, tu vuoi sporcare il tuo amore tenendolo segreto, macchiandolo di un sentore di colpa, come se fosse o dovesse essere inviso al mondo  e a Dio. Tu offendi la grazia che hai ricevuto, il grande amore che Dio ti ha dato nella persona del nostro caro Alberto. Tu hai il dovere gridare il tuo amore  al mondo, avendolo santificato nel sacro vincolo del matrimonio. Guai guai  se ora facessi marcia indietro, getteresti solo fango sul dono che Dio ti ha dato e su tutti noi che sappiamo che l’amore, in qualunque forma si manifesti, è il chiaro e sicuro  segno della presenza di Cristo nel mondo". Don Gianni si era così chetato, o meglio, più confuso che mai, aveva obbedito al proprio vescovo, sentendo però una strana spina nel fianco che, di ora in ora, scavava sempre più in profondità.
Presso il Convento delle suore Colombine, avevano preparato la stanza per la prima notte di nozze. Il giorno dopo sarebbero partiti per la luna di miele in Terra Santa.
Don Alberto si era chiuso in bagno da un bel pezzo, alla fine uscì indossando la  guepiere nera che sapeva piacere tanto a don Gianni, i capelli raccolti a coda di cavallo, le calze nere che finivano in un paio di scarpe col tacco a spillo e, in mezzo alla gambe, l’affare che sbatacchiava malizioso mentre raggiungeva il letto. Ma don Alberto non raggiunse mai il letto. Si accasciò senza un singulto come un sacco di patate.  Il piccolo foro di una calibro 22 gli aveva lasciato proprio in mezzo alla fronte una macchiolina nera dalla quale usciva il rosso di una lacrima di sangue.
Don Gianni guardò per un attimo il volto attonito di sua moglie che  fissava muto il lampadario che pendeva dal soffitto, puntò la calibro 22 alla sua tempia e fece fuoco.
Sul comodino un bigliettino: “Non chiedo perdono, non è necessario, è già tutto perdonato”.

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