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Io vado in banca…

Che Como sia stata, e in parte ancora sia, uno dei principali centri tessili mondiali, è cosa risaputa. Infatti, la nostra città è stata per anni, con le sue raffinatissime sete e i grandi tessuti stampati, protagonista della moda e punto di riferimento per i grandi sarti.

6 Giugno 2010 alle 11:00

Che Como sia stata, e in parte ancora sia, uno dei principali centri tessili mondiali, è cosa risaputa. Infatti, la nostra città è stata per anni, con le sue raffinatissime sete e i grandi tessuti stampati, protagonista della moda e punto di riferimento per i grandi sarti.
E’ stato pertanto consequenziale, per tanti giovani comaschi, trovare occupazione in questo settore, in molti casi inventandosi anche un futuro imprenditoriale.
Nel mio caso, diversamente e come tutti sapete, e se non lo sapete ve lo dico adesso, la mia vita lavorativa – esclusa qualche esperienza da precario, durante le vacanze da studente – è stata quella del bancario.
Erano però altri tempi e, prima di entrare in banca, ho avuto anche l’agio di poter scegliere tra varie opportunità. E, oltre alla banca dove sono finito, assieme ad altre che per motivi vari ho scartato, c’è stata anche una grande azienda tessile, la seteria Ratti spa: il scintillante mondo della moda stava per spalancarsi davanti a me.
Feci colloqui con entrambe le aziende.
Venni dapprima ricevuto da Capo del Personale della banca,  che poi era il defunto Banco Lariano. Stava al terzo o quarto piano dello stabile in piazza Cavour, allora sede della Direzione Generale.
Per raggiungere il suo ufficio - dopo aver lasciato il mio ombrello (che più non trovai al ritorno) nel salone, era il dicembre 1969 e pioveva  – utilizzai una scala interna, dove, nei sottoscala, erano qui e là ammonticchiati scatoloni male in arnese e sedie rotte. Tutti residuati che due decenni dopo se ne stavano ancora lì; se non proprio gli stessi, dei nipotini.
Attesi in una saletta il mio turno d’essere ricevuto, e da qui ebbi tutta la comodità di sentire un formidabile ruzzo telefonico. Era fatto, il ruzzo, a qualche dipendente – operativo in una delle allora quaranta filiali della banca.
All’ignoto impiegato veniva prospettata la possibilità, se non si fosse raddrizzato, di essere trasferito ai confini dell’impero.
Era vero? Era una messa in scena per intimorirmi, quella minacciosa telefonata? Boh.
Fatto sta che, una volta entrato nell’ufficio e salutato con untuosa deferenza come fossi Fracchia, feci un figurone in virtù del mio taglio di capelli (mi mancavano alcune settimane per il congedo ed ero in licenza).
E venni assunto.
In più o meno contemporanea, venni ricevuto, a Villa Sucota, anche dal cavalier Antonio Ratti.
Lì la storia era stata tutta un’altra.
Ovviamente nessuna traccia di sedie rotte e scatoloni apparentemente dimenticati, anzi.
Il pavimento della villa era di pregiatissimo ebano sul quale erano adagiati tappeti persiani del Settecento; alle pareti c’erano arazzi di Damasco; dal soffitto pendevano enormi lampadari stile Maria Teresa e negli angoli potevi trovare tavolini disegnati da Le Corbusier con appoggiata finissima cristalleria veneta.
In questi saloni, degni della Versailles di Luigi XIV, volteggiavano, simili a farfalle, femmine alla Carla Bruni.
Comparve anche, con foularino di seta al collo e fazzolettino nel taschino della giacca d’Angora, un compagno di scuola di qualche anno più avanti.
“Allora, come te la passi, qui?”, feci io.
“Mah, sono appena tovnato da New York e dopodomani pavto pev Pavigi. Sai, Pvemiève Vision. Cosa vuoi, bisogna sapevsi adattave”.
Cazzo, pensai, questo è il mio mondo!
Non vi sto poi a raccontare il cordiale colloquio con il cavalier Ratti. Tutto mi spingeva in quella direzione.
E infatti venni assunto.
Però … la banca … stipendio fisso … ottanta mensilità … l’indennità di cassa … quella di sotterraneo … quella di caro carbone (quest’ultima non è una forzatura ironica, per un po’ c’è stata davvero).
Quale poteva essere la scelta giusta?
Arrovellato dal dubbio, ci pensò la mia futura moglie a tagliare di netto il nodo gordiano, dicendomi con estrema delicatezza:
“Ma non sarai mica matto?! Vuoi lasciar perdere la banca? Telefona subito alla Ratti e comunica loro, ringraziandoli, che hai fatto un’altra scelta. Su, e non perdere altro tempo, brutto stronzo!”
Sicuro di me, dei miei mezzi e dei miei desideri, feci quella telefonata e un paio di settimane dopo entrai in banca, anche alla caccia del mio ombrello.
In banca, peraltro, mi sono trovato anche bene.
E la moda e il tessile, con le sue varie aziende?
Beh, come detto, tramite mio figlio sono riuscito ad esserci in mezzo. Poi, direttamente ancorché di sguincio, gli sono stato vicino.
Come? Sempre in banca, analizzandone i bilanci, vieppiù difficili da far quadrare.

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