Il varo

Il varo di una nave è un momento magico in cui gli uomini e l’intera struttura di un cantiere navale pur in perfetta intesa possono trovarsi a fronteggiare l’imprevisto. La nave cresce giorno per giorno, pezzo per pezzo sotto gli occhi delle maestranze sino al magico istante del varo.

1 Giugno 2010 alle 11:00

Il varo di una nave è un momento magico in cui gli uomini e l’intera struttura di un cantiere navale pur in perfetta intesa possono trovarsi a fronteggiare l’imprevisto.
La nave cresce giorno per giorno, pezzo per pezzo sotto gli occhi delle maestranze sino al magico istante del varo.
Le lamiere vengono saldate e gradualmente assemblate sullo scalo. Lo scafo una volta completato è appoggiato su numerosi cunei di legno che, incastrati tra loro lungo la chiglia e la fiancata, formano un’ incastellatura di appoggio e contenimento.
Il giorno precedente al varo la parte dei cunei, che costituiscono la base d’appoggio della chiglia e parte di quelli laterali su cui si reggevano le fiancate, viene spalmata di grasso e lo scafo, una volta  liberato da ogni impedimento, scivola libero in acqua.
La mattina del varo si presentava splendida.
Sole, folla variopinta all’interno ed all’esterno lungo la passeggiata a mare. Le imbarcazioni in porto avevano innalzato il gran pavese pronte a salutare con le sirene il battesimo della nuova venuta. L’aria era dolce ed una fresca brezza aleggiava nel golfo. Lo scafo, in tutta la sua possente struttura da 10.000 tonnellate, si ergeva sul cantiere, sulle maestranze e sulla folla che si accalcava all’ingresso e sul lungomare. 
Nel palchetto delle autorità, sottostante la prora, la madrina, elegantissima e per l’occasione con il cappellino d’ordinanza, si preparava al battesimo.
La bottiglia di champagne era già al suo posto, sospesa e pronta al lancio.
Conclusi i discorsi di rito e le varie procedure tecniche, finalmente il cappellano benedisse la nave.
 I batticuneo, dopo i colpi finali, evacuarono veloci la base dello scalo mentre la folla tratteneva il fiato in attesa che  scafo cominciasse la sua corsa verso l’acqua.
La madrina lanciò la bottiglia che si infranse  sulla fiancata seminando schegge di vetro e champagne la base dell’invaso.
Fu attivato elettricamente il comando automatico che sbloccava  l’ultimo fermo che tratteneva lo scafo.
Qualcuno cominciò ad applaudire ed a gridare per accompagnare l’agognata corsa a mare della nave ma… inaspettatamente lo scafo rimase immobile, in bilico sullo scalo.
Sembrava che il tempo si fosse fermato !
Nessuno si muoveva e tutti, impietriti con il naso in aria, trattenevano il respiro, sovrastati dalla mole immobile della nave che si stagliava contro il cielo azzurro con il gran pavese di bandierine dai mille colori che garriva al vento.
Qualcuno cominciò già a sussurrare che la nave era nata male e presagire guai per i futuri equipaggi. Altri suggerivano di organizzare gli scongiuri di rito e si guardavano attorno smarriti.
Nell’imbarazzato silenzio generale improvvisamente un grido solitario si alzò dalla massa degli operai raccolti sotto il bulbo di prora: San Catello!
Quasi si fosse spezzato un incantesimo, un nostromo si staccò da sotto la prora e si lanciò velocissimo verso la cala nocchieri da dove emerse un attimo dopo alla velocità della luce per arrampicarsi rapidissimo lungo il ponteggio sotto la prora della nave e quindi sul palco della madrina. Da qui in piedi sulla ringhiera di legno, in equilibrio instabile, fronteggiando il bulbo vi stampò sopra quello che a tutti apparve come un foglietto di carta colorato, ma che si rivelò un’ immaginetta sacra di San Catello!
In quel preciso istante lo scafo sembrò scosso da un impercettibile fremito ed iniziò lentamente a muoversi scivolando verso il mare tra un boato di grida e tripudio di sirene e fuochi di artificio.
Sovrastava la confusione un coro di voci ritmicamente scandito da tutto il personale del cantiere cui si unì il possente coro della folla: San Catello, San Catello, San Catello!
Le sirene delle navi nella rada ululavano impazzite!
Le draglie di fermo, fissate lungo i bordi dello scafo, si tesero trascinando la pesante zavorra e trattenendo la nave che, rallentato l’abbrivio, si fermò dolcemente in acqua a pochi metri dallo scalo, galleggiando con grazia nel tripudio generale.
I commenti della folla si incrociavano concitati ed entusiasti e tutti apparivano stregati dall’accaduto ma nel cuore di tutti non c’era che un sentimento di gratitudine per il Santo. Nessun dubbio che fosse stata opera sua!
Il giorno successivo i tecnici si prodigarono nell’esame delle strutture di supporto dello scafo riscontrando che la notte precedente al varo la temperatura notturna era scesa di parecchi gradi ed il grasso sullo scalo si era coagulato determinando di fatto un ostacolo nell’avvio dello scivolamento dello scafo.
Il sole di mezzogiorno lo aveva successivamente riammorbidito.
Una impeccabile analisi che concluse le indagini della direzione del cantiere ma che non trovò la benché minima considerazione da parte dei lavoratori e della popolazione.
Insomma nessuno ci credette.
Da tempo immemorabile, ogni nave varata nel cantiere era dotata della Sacra Immagine di San Catello.
Il Contratto nazionale di lavoro metalmeccanico nella parte relativa alle qualifiche professionali non prevede una figura per tale mansione ma nell’inquadramento informale del cantiere l’applicazione della Sacra Immagine di San Catello allo scafo prossimo al varo era informalmente delegata all’“azzeccasantino” .
Il nuovo prescelto, nell’eccitazione del momento, aveva mancato al proprio dovere.
L’azienda, doverosamente, si astenne dall’effettuare contestazioni.
Non furono altrettanto comprensive le maestranze che, sempre informalmente, lo richiamarono ai propri compiti con qualche pedata nel sedere!!!( sanzione corporale non prevista dal contratto di lavoro).

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