Il Veneto reale

L’unica maniera per capire la realtà è tastare con i piedi la terra che la compone, guardare vis a vis gli uomini e le donne che costituiscono il mosaico di quel particolare vissuto che si chiama vita. Sia chiaro non sto facendo della bassa filosofia contemporanea o retorica d’accatto di un particolare intravisto o raccontatomi.

26 Maggio 2010 alle 11:00

L’unica maniera per capire la realtà è tastare con i piedi la terra che la compone, guardare vis a vis gli uomini e le donne che costituiscono il mosaico di quel particolare vissuto che si chiama vita. Sia chiaro non sto facendo della bassa filosofia contemporanea o retorica d’accatto di un particolare intravisto o raccontatomi. Ho percorso in questi giorni alcuni chilometri in terra veneta. Laddove il ministro Zaia è diventato Governatore con percentuali bulgare. Ho incontrato quel vasto popolo che da Padova a Vicenza, da Treviso a Bassano del Grappa ha incoronato la Lega Nord, partito indiscusso. Dalle stanze di tantissime redazione, dai parterre delle sedi di partito, si è cercato di capire, di spiegare, spesso vantando la pretesa di sapere già tutto pur rimanendo inchiodati davanti a monitor o tv. Si è parlato di un popolo egoista fagocitato dalla paura per il diverso, di luoghi ostili, di convivenze dove la cittadinanza per lo straniero è da ritenersi materia impossibile. Ho percorso i paesi di provincia, quelli che costeggiano il Canale del Brenta. Vastagna, Asiago, San Nazario, Conco, Enego, comunità di mille, millecinquecento abitanti dove la socialità è ancora manifestazione viva. Un tessuto imprenditoriale che ha saputo tener a bada la crisi con le sue innumerevoli piccole e media aziende. Camion e Tir che si inerpicano in mezzo ad infrastrutture non certo all’avanguardia, ma che trasportano i manufatti veneti in tutti i luoghi del mondo. Produzioni che riescono a sconfinare oltre cortina, andando a conquistare mercati dei paesi arabi, l’Est europeo. Insomma una capacità diffusa, fatta di eccellenza e serietà. Lavoro ma anche cultura, identità e solidarietà umana. Altro che razzismo e xenofobia. In mezzo a quei paesi ho visto ragazzi di colore andare in bicicletta, dialogare nello stesso dialetto degli indigeni. Non amo il pensiero leghista ma la realtà osservata non ha nulla a che vedere con l’immagine ed il racconto che spesso ci viene offerto. Non c’è alcuna rivendicazione nordista, nessuna preclusione verso l’altro. Gli immigrati non vendono cianfrusaglie ai lati delle strade, ma sono dentro il processo virtuoso della comunità. Qui non si parla il dialetto per manifestare un’ostentazione di sé, ma in virtù di un’adesione ad una identità antica, figlia di quella realtà contadina di pasoliniana memoria. Nei bar, dentro i vecchi circoli di paese, alla sera si fa ancora tardi, i toni delle voci superano i decibel consentiti e forse anche il tasso alcolico non rientra nei limiti ma è certo che qui la mattina alla sei la gente si alza e va a lavorare. Non ho ascoltato dibattiti politici, ma il più delle volte narrazioni di vita, aneddoti e storie di altri tempi. Alla faccia di tutti i discorsi ascoltati, della analisi fatte a distanza, delle pretese ideologiche emerse dalla sacre stanze della politica o della comunicazione, io in questa terra ho percepito l’anima di un popolo che odora di identità altrove perdute, di senso del lavoro, di passione e rispetto civico. Per capire la realtà bisogna calpestarla, andare in mezzo alle persone, ascoltare le loro parole. Tutto il resto è noia ripetuta all’infinito.
 

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