Magister ruralis

Era il 1930 e nell'alcova di una cascina nei pressi di un paesino della pianura padana, vide la luce Primo. «Uguale a papà sei!» diceva sempre così, quel brav'uomo del fittavolo quando voleva divertire il figliolo». «Non far ridere il bambino che poi gli viene il singhiozzo!» lo sgridava la moglie.

22 Maggio 2010 alle 11:00

Era il 1930 e nell'alcova di una cascina nei pressi di un paesino della pianura padana, vide la luce Primo.
« Uguale a papà sei! » diceva sempre così, quel brav'uomo del fittavolo quando voleva divertire il figliolo.»
« Non far ridere il bambino che poi gli viene il singhiozzo! » lo sgridava la moglie.
Il padre aveva sposato una cugina e si temeva che tra i due consanguinei non potesse nascere un figlio normale. Fortunatamente il bimbo non aveva alcun tipo di malformazione.
Primo come tutti imparò prima il no del si, incominciò a porsi domande sulla differenza dei sessi e sul meccanismo della nascita, concepì un rapporto triangolare con le figure dei genitori.
Non era ancora incominciata la guerra quando Primo frequentò la scuola elementare.
« Tu del primo banco, dimmi perché gli ebrei non possono frequentare le scuole pubbliche come i bambini di razza superiore.»
Primo non fiatò. I suoi compagni speravano in una risposta per sganasciarsi dalle risate.
La maestra si ricordò che Primo era figlio del fittavolo, il quale le regalava periodicamente salami e formaggi. Così la domanda fu rivolta al vicino di banco figlio di un operaio che non seppe rispondere alla domanda. Il voto fu dunque negativo.
Primo finì le scuole dell'obbligo e i suoi genitori pensarono bene di mandarlo a studiare in un liceo scientifico. Per lui era motivo di vanto perché erano pochi i ragazzi che frequentavano una scuola superiore in pieno conflitto bellico, soprattutto non un qualsiasi istituto tecnico o commerciale.
Nelle verifiche i professori lo posizionavano in un angolino per non permettere ai suoi compagni di classe indisciplinati di copiare da lui.
Nel 1948 abbandonò gli studi in quinta superiore e andò a lavorare presso una compagnia assicurativa.
Si pentì di questa sua scelta. Successivamente s'iscrisse al collegio vescovile di Urbino impegnandosi giorno e notte a studiare per ottenere il diploma. Gli esami si davano a luglio e lui insieme ai suoi compagni di stanza, per cercare un po' di fresco, ripassava sdraiato sulle piastrelle del pavimento.
I ragazzi avevano a disposizione un cinema tutto loro dove guardavano i film rigorosamente censurati dai professori che erano per la maggior parte sacerdoti.
Un episodio della sua vita collegiale che rammenta spesso fu quando decise di andare a ballare con i suoi amici all'insaputa degli insegnanti. Furono però scoperti. « Peccatori che non siete altro! Siamo in un collegio vescovile e voi andate a ballare! Domani vi manderemo a casa e non metterete più piede in questo edificio » si arrabbiò il rettore « Per favore sopportateci ancora per quindici giorni, dobbiamo fare gli esami » piagnucolò Primo « Ci punisca pure: rinunceremo alla ricreazione, non mangeremo con gli altri smetteremo di fumare nei bagni » propose un altro.
Il rettore non ne voleva sapere e i ragazzi rassegnati andarono a dormire. Nessuno aveva voglia di dormire, così cominciarono a discutere animatamente.
« Se lo viene a sapere mio padre mi ammazza » disse un ragazzo.
« Il mio mi manda a lavorare nei campi » disse un altro.
« Io ho un'idea » disse uno di loro « Andiamo a Como dove c'è mio zio che è un contrabbandiere di sigarette, ci può portare in Svizzera clandestinamente senza passare per la dogana. » Tutti erano d'accordo, solo Primo era contrario.
« Benazzi, tu che intenzioni hai? » chiese l'ideatore della proposta.
« Sto qui » rispose.
L'indomani mattina fuggirono e per mangiare dovettero rubare il pane. Il rettore furibondo, prima di chiamare i genitori, avvertì i carabinieri e chiese a Primo se sapeva qualcosa. Naturalmente Primo non rispose. Per quattro giorni gli fu posta la stessa domanda. Decise di parlare solo al quinto giorno, ma a una condizione.
« Io le dirò dove sono i miei amici, ma in cambio lei deve dimenticare questa faccenda, dandoci la possibilità di essere ammessi agli esami.»
La proposta fu accettata e Primo confessò. I carabinieri andarono a Como e riportarono i ragazzi in collegio.
Dopo il diploma, trovò il tempo per frequentare la facoltà serale di pedagogia e per amministrare il condominio dove viveva felicemente con la sua consorte. La laurea gli permise di insegnare nella scuola elementare del paese in cui viveva. All'inizio di ogni anno scolastico scriveva alla lavagna un avviso che gli allievi dovevano copiare e consegnare ai famigliari che diceva:

Carissimi genitori, alla fine dell'anno i vostri figli saranno tutti promossi.

In questo modo si lamentava della facilità di superare le scuole elementari. « Ai miei tempi, per non ripetere l'anno, si doveva strisciare come vermi, mentre adesso promuovono cani e porci » ripeteva sempre ai suoi colleghi e alla bidella che fingeva di ascoltarlo.
Il Provveditore, non si fidava molto delle sue qualità di educatore e lo mandò a insegnare ai bambini del triennio, che lui chiamava affettuosamente mongoletti  se non si impegnavano.
Riusciva a capire subito se uno studente era preparato su un determinato argomento. Quando chiedeva a un alunno di parlare della Sicilia e l'interrogato, che stava vicino alla cattedra per via della sua sordità, incominciava a parlare dalle Alpi, era chiaro come il sole che il destinatario della domanda non aveva aperto il libro. Allora dava un due all'andata e un due al ritorno, come era solito dire.
Il suo insegnamento però non fu gradito né dagli allievi né dai genitori, così venne sospeso e successivamente trasferito in un paese vicino, dove concluse la sua attività lavorativa.
Raggiunta la pensione, ricevette una laurea a honorem in vigilanza. Con la vecchiaia si fece un po' più eccentrico, ma nello stesso tempo più tollerante. Tutti lo chiamavano Maestro. Pochi intimi conoscono tuttora il suo vero nome. Correggeva i più giovani se gli davano del tu.
« Si da del lei al Maestro! » diceva con tono di superiorità. Quando si comportava in questo modo, i ragazzi facevano fatica a trattenere le risate. Dava confidenza solamente a chi aveva problemi in filosofia, offrendosi di aiutarli. Una volta, recatosi all'oratorio per giocare a carte, incontrò un fanciullo che scendeva le scale della sacrestia. « Salve maestro » salutò il giovane.
« Dillo al maestro, cosa fai dal don? »
« Parlavamo del Grande Capo » rispose il giovane.
« Ghe Dio? Ghe no Dio? Se na so mi? L'ombra con il passare delle ore si sposta, è palese che sia il sole a girare attorno ai pianeti. Chi pensa al contrario? Eppure pensatori come Galileo, Copernico e Keplero hanno dimostrato fino in fondo che sono i nostri occhi che ci ingannano. Da piccolo non riuscivo a credere che il mondo fosse rotondo e non piatto. Risultava strana anche la definizione di retta che per molto tempo ho spiegato agli allievi senza capire per primo il significato. Insieme di punti infiniti riporta il testo scolastico. Si però non risulta così semplice il concetto. Sai che ti dico? L’evidenza è una gran coglionata! Partiamo da questo assioma. Fino a qui ci siamo, sono stato chiaro? »
C’erano delle perplessità.
« Questa testa è dura, lo vedi? Questo naso è molle, lo senti? » dicendo questo, si tamburellava con la mano la fronte e si grattò il naso « Hai capito? Mi riferisco alle conclusioni affrettate di certi scienziati. Ciò che va aldilà della scienza: la metafisica. Il tempo, lo spazio, l'esistenza di Dio sono dentro di noi. Ma per forza! Come può essere altrimenti! Se si abbandonano nella foresta due bambini, e si aspetta che crescano nell'ignoranza, quando li ritrovano, sai che fanno?»
« Non saprei »
« Te lo dico io, avvicina l’orecchio e ascolta ciò che ti sussurro.»
« Così va bene? » domandò avvicinando il timpano all'altezza della bocca.
«…Pregano. In teoria non lo so se esiste veramente Dio, ma nella pratica devo ammetterne l'esistenza. Perché mangio? Perché mi vesto? Perché prego? Hai capito cosa intendo dire?»
« Mi raccomando » concluse il maestro « se hai problemi in filosofia, vieni da me. I professori a scuola non te la insegnano così bene, mi dici "ue vegiü, dam una man” ».
Chi l'ha detto che i migliori insegnanti devono avere per forza le proprie radici in grandi metropoli?
Trasmettere agli altri ciò che si è imparato è bellissimo e Primo lo sapeva perché era un esempio di educatore provinciale dotato di un'incredibile umanità e cultura posseduta da pochi.
Si era battezzato maestro di campagna  perché lavorava sempre in piccoli centri agricoli, ritenendo l'opera più interessante, perché a contatto di un ambiente sano, non ancora condizionato, eccessivamente dai mass media. I colleghi di città hanno sedi considerate prestigiose dal punto di vista logistico. Ciononostante si sentiva uno studente in atteggiamento di apprendimento a confronto del sapere acquisito. Amava ricordare allievi per vivacità e generosità. Un allievo si divertiva a correre tra i corridoi e una volta andò a sbattere la fronte contro a un calorifero. Furono dolori per lui e risate per il maestro.
Un altro allievo invece viveva in una famiglia di ladri, e anche quest'ultimo aveva deciso di seguire la cattiva strada. Più volte finì in riformatorio per furtarelli, ma in fondo non era poi così malvagio.
Un giorno a un insegnante rubarono la macchina e il buon vecchio Primo capì che l'allievo ladruncolo ne sapeva qualcosa. -Non è che tu sei coinvolto in questa faccenda- chiese sospettoso il maestro.
« Non so niente lo giuro! » Obiettò l'accusato « però posso risalire al colpevole »
L'indomani mattina la macchina fu ritrovata nel parcheggio dove era successo il furto.
Non ascoltava moltissima musica, ma gli piaceva quella melodica, la country e le canzoni popolari di autori sconosciuti e anonimi che si tramandavano le canzoni da padre in figlio. Amava anche il jazz, il valzer la mazurca e il tango. Le cantanti che adorava erano Mina e Orietta Berti. A volte i futuri insegnanti gli chiedevano consigli sulla professione che avrebbero svolto di li a poco.
« È una attività difficile, quindi bisogna che sia sostenuta da un grandissimo interesse personale, perché insegnare uccide. Purtroppo è poco retribuita perché la scuola statale è sbagliata, credo che bisognerebbe lasciare l'iniziativa ai privati. Non è lo Stato che deve pensare all'istruzione » spiegava.
Non si sentiva però un maestro di vita come tutti pensavano, a parte per quelle quattro regole condivise da tutti in generale: la libertà, il rispetto per gli altri, l'impegno e l'aggiornamento professionale.

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