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Papaveri e limoni

Si può non credere in Dio. Così dicono. Ma io mi chiedo come si possa, allora, guardare alla sovrumana grazia dei papaveri. Cioè non so come si faccia, sentendosi immotivati nel cosmo, a darsi conto ogni anno di quelle manciate di porpora ardente che brulicano sui fianchi delle consolari romane.

19 Maggio 2010 alle 10:58

Si può non credere in Dio. Così dicono.
Ma io mi chiedo come si possa, allora, guardare alla sovrumana grazia dei papaveri.
Cioè non so come si faccia, sentendosi immotivati nel cosmo, a darsi conto ogni anno di quelle manciate di porpora ardente che brulicano sui fianchi delle consolari romane.
Lungo scarpate avvelenate d’ogni polvere, tra un rassegnato spargersi di rifiuti, ecco che a sprazzi ricicciano ad ogni primavera i trionfi dei papaveri.
Come braci di corallo essi ammiccano dai fossati, ondeggiano sui bordi dell’asfalto, dilagano su esili steli negli scavi di edifici mai sorti, tra mucchi di sassi e pietrame. Dove il verde fa capoccella, loro si cullano in trasognata avanguardia.
Dunque io non so come si possa, inopinati nell’universo, non farsi certi di una Bellezza assoluta e suprema, d’un Sovrumano che consola e sempre torna a riscattare il mondo delle contingenti periferie, dei multiformi squallori periurbani, degli infernetti a margine, dove ogni impianto è stridor di elementi.
Prenestina, Casilina, Tuscolana, Appia Nuova snodano i loro quartieri allontanandosi a sud-est dalla capitale. Qui io li trovo, semplici e sfolgoranti, i papaveri stradaioli, che troneggiano da ritagli di prato e sbirciano dalle chine di montarozzi ibridi di terriccio incementato e bituminoso. Qui ci sgomentano, i rosolacci, come per ingenuo meretricio.
Le strade che un tempo segnavano l’orgoglio di un’Urbe generosamente comunicata all’agro, coi cigli incastonati di pietre miliari, recano in limine l’opaco rosario di una urbanità dislocata, anonima e asfaltata. E dallo spiazzo del centro commerciale decentrato ci stordiscono i papaveri.
Nostrani umili congiunti di lontani stupefacenti fratelli maggiori, anche questi papaveri lasciano stupefatti, per il lusso gratuito cui ci persuadono. Rosso Valentino? Non saprei. Ma queste molli corolle non recano certo la griffe dello Stilista. Troppo noto al Suo pubblico per doversi siglare: Logos non porta logo.
E mi viene da pensare a Montale, ai Limoni: “qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza / ed è l'odore dei limoni”,  mentre ugualmente mi preme in cuore questa ricchezza da poveri, e da poeti, che è il colore dei papaveri.
Vorrei raccoglierne un fascio per gloriarmene la casa. Ma tiro dritto con l’auto. E poi sono figlia di mio padre. Lui, sognatore di montagna, mi ha insegnato che tutto si gode, ma nulla si tocca. Men che meno si porta via. Al massimo si accarezza, per ringraziarne il Signore.
Così mi commuovo.
E penso che se le Sue vie sono infinite, forse le consolari romane a primavera sono una sorta di corsie preferenziali, rubricate e perpetue.
Amen

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