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Cerco Diogene

Sono arrivato da pochi giorni in questa grande e fredda città, ma nell’aria sembra già esserci qualcosa che mi respinge ed emargina, qualcosa che non può e non vuole accogliermi. Di certo, c’è solo il fatto che non ho una casa, un amico o un posto dove andare. Cammino senza méta, strisciando le suole delle mie scarpe rotte sui marciapiedi. Il freddo pungente dell’asfalto risale lento ed inesorabile dai talloni fino alla testa, gelandomi la schiena. Brrrr… il freddo! Un unico grande brivido che mi attraversa e fa oscillare le ossa e i miei poveri muscoli intirizziti.

24 Marzo 2010 alle 11:24

Sono arrivato da pochi giorni in questa grande e fredda città, ma nell’aria sembra già esserci qualcosa che mi respinge ed emargina, qualcosa che non può e non vuole accogliermi. Di certo, c’è solo il fatto che non ho una casa, un amico o un posto dove andare. Cammino senza méta, strisciando le suole delle mie scarpe rotte sui marciapiedi. Il freddo pungente dell’asfalto risale lento ed inesorabile dai talloni fino alla testa, gelandomi la schiena. Brrrr… il freddo! Un unico grande brivido che mi attraversa e fa oscillare le ossa e i miei poveri muscoli intirizziti. 
Dietro ogni mio passo s’insinuano insidiosi il gelo, i fantasmi e i ricordi. Non so più chi sono e neanche dove vado. In questo momento, ho una sola certezza nel mio cervello intirizzito dal freddo e dall’alcol: Diooogeneee…cerco Diogene! – 
Devo avere un aspetto terribile: non c’è passante che non si scosti da me disgustato. Vorrei tranquillizzarli tutti: non scostatevi, non sono pericoloso, né infettivo. Sono solo un invisibile, un out… Tranquilli, io non esisto. Sono il nulla e… il nulla è il nulla. Non si teme e non si evita. Non si cerca e non si trova. Ma esisterà davvero?
 – Diogeneeee… dove sei Diogeneee? – 
Lui cercava l’uomo. L’essenza dell’essere. Lo scopo del vivere. Domande su domande. Una montagna di domande e nel cuore, solo una collinetta di risposte. Quante volte, il suo pensiero si sarà arreso innanzi al dubbio, al dilemma, al non risolto? E quante volte avrà resistito, ceduto e perduto il senso di realtà?
Brrr… il freddo punge i miei pensieri. Penso a Diogene o parlo di me? In fondo, saremmo una coppia perfetta. Due poveri pazzi alla ricerca dell’essenza umana!
Intorno a me, non ci sono risposte, ma la solita folla indistinta di volti e di sguardi. Chiunque di loro potrebbe essere Diogene. Forse, mi ha appena sfiorato e preso dai miei sciocchi pensieri non me ne sono accorto.
-Diogeneeeee? Sei Diogene? - ho gridato ad un passante infreddolito. Mi ha guardato con pietà, poi ha fatto scivolare un biglietto di cinque euro nella mia mano. 
Ho guardato i soldi, poi senza perdere tempo sono corso a comprarmi del buon vino rosso. Il vino è il miglior antidoto al gelo della notte, nonché il mio più affidabile compagno nelle spirali di domande che mi travolgono e stordiscono.
Sono ormai anni che vivo per strada e mi piace sentire scorrere la vita al mio fianco. E’ un magma caldo che scivola lungo i marciapiedi, un flutto ondeggiante che si confonde nei rumori. La vita freme nei corpi, poi irrora la strada col suo fiotto di aromi. Sono odori di vita. Flagranze di epidermide che riempiono l’aria. Ah! Il profumo della vita! 
Peccato che nessuno se ne accorga, che procedano tutti a passo spedito verso qualche direzione: metrò, uffici, studi, negozi o scuole. Tutti sembrano avere fretta di arrivare: spingono, strattonano, si agitano. Scorrono come in un film, davanti ai miei occhi infreddoliti e tutti insieme producono un’ inebriante scia di aromi e di vita. Ah! Il profumo della vita!
 Buono come un dolce bigné da masticare… Uhm!! Sono affamato! Ho fame di vita e di cibo. La fame scorre nelle mie vene, meglio e più del sangue. Non c’è momento della giornata che non sogni tavole imbandite e leccornie fumanti. Annuso sapori e mi stordisco negli aromi dell’arrosto, in quelli di lasagne appena sfornate. Guidato dai morsi della fame scavo avido, con mani rapaci, nell’immondizia. 
Di notte, gareggio con i ratti: chi prima arriva, meglio mangia! Scavo tra foglie d’insalata, resti di hamburger e pasta asciutta, tra piatti, bicchieri di carta e pose del caffé. Qualche volta sono fortunato e riesco anche a trovare i resti non avariati della cucina di un buon ristorante. Di notte, cerco solo cibo. 
Vado a caccia nelle vie laterali della città, negli angoli più nascosti e bui. Giro intorno ai mercati, ai negozi che calano le saracinesche o dietro i supermercati. Sono un randagio col fiuto di una belva affamata. Percepisco gli aromi da distanze impossibili per un’ educata e raffinata narice metropolitana. 
Annuso sapori e profumi, assaporo gusti. Li sento salire nell’aria tra i miasmi della strada, ma discerno subito, gli aromi dagli effluvi. Non c’è olezzo di pane che io non percepisca al volo, non c’è odore di buono che non arrivi spedito e diretto al mio fiuto allenato. Annuso piste che portano al cibo e come un segugio cammino con il naso all’ insù captando odori. Le mie narici sono infaticabili ed ineguagliabili radar. Transistor del mio stomaco affamato. 
Di tanto in tanto, mi soffermo davanti a qualche vetrina allestita. Non guardo quasi mai la merce esposta, mi piace solo specchiarmi nel vetro illuminato dalle insegne luminose. In silenzio, guardo la mia immagine riflessa. Mi specchio e il re diventa nudo: sono solo un barbone sporco ed ubriaco, in una città che non conosco.
-Diogeneeee…Diooogene..dove sei?- grido laconico nel silenzio che mi avvolge e soffoca. 
La notte diventa sempre più fredda. Una nuvola di vapore circonda le mie parole, ma il fiato a volte riscalda, può diventare una coperta per le mie mani intirizzite. Le scaldo per benino soffiandoci sopra il mio alito caldo. Il calore rivitalizza i polpastrelli gelati. Uhm! …un piacere intenso mi assale. Sono un uomo libero!
 Libero e dannatamente solo. Nessuno mi cerca o forse hanno solo smesso di cercare. Di certo, io non ho voglia di ritornare. Adesso sono qui, per strada mentre la notte stende i suoi tentacoli invertebrati sulle mie spalle. La notte mi circuisce, pressa sul mio cuore. Fa male e non so perché. 
Sopra di me giganteggia un’enorme cappa di umidità che riveste e nasconde il carnato scuro del cielo. Nessuna stella brilla per me. 
Mi sono sistemato nel parco pubblico. Aspetto che faccia notte, poi raggiungo la mia panchina. Dietro un grande cespuglio di sempreverdi spinosi ho nascosto i miei cartoni. E’ un buon nascondiglio, diventa difficile curiosare tra le spine, allungare una mano e rischiare di pungersi. Pochi sono così stupidi da provarci. 
In un buon nascondiglio puoi davvero lasciare di tutto: cartoni, giornali, un vecchio bicchiere, uno specchio in frantumi, anche una coperta. La mia è un pò rotta e sporca, ma è maledettamente calda. Stamattina, ho anche trovato dei nuovi giornali e li ho già sistemati sul petto e dietro le spalle. I giornali sono la migliore protezione per l’umidità. Non la lasciano passare. Sono off limits. Come me. 
Ad accogliermi nel parco c’è l’odore acre della terra bagnata e gli olezzi profumati di resina. Ci sono i tappeti oscillanti di erba. Ci sono i silenzi ovattati tra i rami fruscianti; le ombre che avanzano e quelle che si dissolvono dietro le siepi. C’è la mia casa.
Ora devo solo sistemare con precisione i cartoni per terra: uno sull’altro per allontanare il più possibile le infiltrazioni di umidità dalla mia pelle. Ho sistemato tutto per benino, poi mi sono sdraiato tirandomi la coperta addosso. Sulle mie guance, una lama di gelo strofina e raschia impietosa. Ho freddo, dannatamente freddo… brrr… nelle ossa, brrr… nei muscoli, brrrr… nei pensieri. 
Deeeevvvvo bereee! Un solo lungo sorso per infiammare il mio esofago… lo stomaco e le vene. Devooo bereee!
 Ho buttato giù l’intera bottiglia di vino rosso che ho comprato stamattina in osteria. E’ vino di cantina, scende giù veloce, senza lasciare la bocca pastosa o aromi da assaporare. Va dritto allo scopo: ubriaca e riscalda… riscalda ed ubriaca… Slup! Adesso va meglio. Riesco anche a non battere più i denti. Un dolce e caldo formicolio sta risalendo e riscaldando le mie gambe. Slup! Adesso, va decisamente meglio… ho un letto di piume tra le palpebre… il volo di un gabbiano nel cuore… un manto di stelle sulle spalle e un grappolo di ombre che danzano intorno a me. Il vento soffia, alza le foglie, fa rizzare l’erba, canta una nenia per me.
 "Svegliati ubriacone, non puoi stare qui!". 
La voce del custode rimbomba nel silenzio del Parco. Lo guardo con occhi supplichevoli, ma il suo grugno non mi fa presagire niente di buono. Mi alzo ed inizio a raccogliere i miei oggetti. 
"Muoviti che ho freddo!" mi dice il custode strattonandomi e spingendomi. "E’ una notte gelata!" rispondo laconico, cercando inutilmente di scaldarmi col mio respiro. 
Il custode sembra commuoversi e la pietà, per fortuna, è anche umana, oltre che divina. "Per stanotte, ti lascio dormire, ma domani sparisci!" mi dice allontanandosi in una nuvola gassosa di vapore ed umidità. 
In fondo, è il mio destino di invisibile oscillare tra pietà e solitudine. Tra ribrezzo e silenzio. Tra il nulla e l’infinito. 
Domani, lascerò anche questa città, il parco ed i suoi profumi…Domani.

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