Cose mai liste / 3 - La mia Basilicata

La Basilicata è una regione che non esiste. Un’entità astratta, costruita attorno a due capoluoghi, che guardano uno alla Campania e l’altro alla Puglia, che si sentono sminuiti dal dover fare i conti con i parenti poveri del loro entroterra. La Basilicata è un contenitore grande con tanto spazio vuoto nel centro.

17 Marzo 2010 alle 11:16

La Basilicata è una regione che non esiste. Un’entità astratta, costruita attorno a due capoluoghi, che guardano uno alla Campania e l’altro alla Puglia, che si sentono sminuiti dal dover fare i conti con i parenti poveri del loro entroterra. La Basilicata è un contenitore grande con tanto spazio vuoto nel centro. Una collezione emozionante di paesaggi commoventi e lunari, tutti segnati dall’assenza di vita per tratti sterminati. Provate a percorrere la statale Basentana un giorno qualsiasi da Potenza verso il mare, e vi farete un’idea di cosa voglia dire il silenzio. Di giorno è un susseguirsi di boschi, montagne che puntano dritte verso il cielo, vallate a strapiombo su ruscelli che si attorcigliano tra i sassi, calanchi in bilico sul nulla. Un paesaggio alpino che velocemente digrada in una rappresentazione credibile del Texas o di un Colorado italiano, con gli enormi serbatoi di cemento, costruiti dalla bonifica negli anni Cinquanta nelle pianure che anticipano il mare, a segnare il territorio. Di notte è il buio, un buio pesto, fitto, solido, che i pochi puntini luminosi addensati intorno ai centri abitati non riescono ad attenuare.
La Basilicata è un viaggio della mente, un tragitto da percorrere possibilmente a piedi, come ha immaginato Rocco Papaleo nel suo film di prossima uscita, una collezione di paesaggi struggenti da accarezzare con la memoria, nell’impossibilità di farlo dal vivo. La Basilicata è assenza di gente, la scatola è vuota, le tracce di vita si spargono sui contorni, Maratea, Melfi, Metaponto le dimostrazioni più evidenti, l’eterno destino di vivere nel riflesso di regioni circostanti. La gente è scappata, partita verso lidi migliori, andata a costruirsi un destino che da queste parti era impossibile fabbricarsi.
La Basilicata è una terra che non coincide con il suo popolo. Il Basilicatese non esiste, hai voglia a spiegare alla gente di città che l’abitante di questa regione si chiama lucano, loro ti guardano con la faccia stranita e fingono di aver capito. Nella migliore delle ipotesi pensano a un digestivo. In Basilicata si vive e si prospera soltanto nella scia di un potente locale, moderna rappresentazione di un sistema feudale nel quale i beneficiati di parte sono gli unici a sperare di potersi mantenere. Chi non si allinea deve scappare. Alla Basilicata manca una società civile, uno strato di popolazione capace di produrre autonomamente il proprio sostentamento, e che alla politica richieda servizi, regole e norme di comportamento. Anche coloro che potrebbero prescindere dalla longa manus della cosa pubblica si uniscono al corteo dei questuanti, bussano alla porta dei signori locali, e a loro garantiscono sostegno incondizionato per tutta la vita. In Basilicata le elezioni le vincono gli stessi da vent’anni, anche se i nomi cambiano, le facce si alternano e le differenze tra maggioranza e opposizione sfumano ogni giorno di più.
Ha ragione Giuliano Ferrara. L’unica soluzione per il Sud è meno stato in economia, un passo indietro della politica dagli affari della gente, e possibilmente una presenza più evidente della repubblica nelle cose necessarie di tutti i giorni, sicurezza, ordine pubblico, una dotazione di strade all’altezza di un paese occidentale, una linea ferroviaria per Matera, che rimane l’unico capoluogo d’Italia a non essere raggiunto dalle Ferrovie dello Stato. Sarebbe auspicabile anche un salto di mentalità, un balzo in avanti della gente del posto, che abbandoni modi di pensare incrostati da decenni, per proiettarsi finalmente nel terzo millennio. Le rivoluzioni culturali però vengono dalle cose, dai mutamenti materiali e dalle trasformazioni economiche. Per cui si finisce con il cane che si morde la coda, e fino a quando l’economia non sarà in grado di produrre uno scatto in avanti, su questo fronte non ci sarà molto da sperare.
La Basilicata è ricchezza di energie e di risorse, di cui da queste parti nessuno sa bene cosa fare. Spiega Aldo Cazzullo nel suo “Outlet Italia” che a Viggiano, epicentro della regione petrolifera più ricca d’Italia, non sanno come spendere i soldi dell’oro nero. Hanno costruito piscine e asili nido, hanno rifatto le strade. Ora delle royalties che avanzano non sanno più cosa farsene. La Basilicata si fa pagare il petrolio meno di chiunque altro al mondo, meno di Nigeria e Arabia Saudita. Eppure, anche con i quattro soldi che ricava dall’operazione, non ha idee su come migliorare la vita dei propri cittadini. La manna del petrolio è passata senza un autentico dibattito pubblico, senza che la gente sia stata coinvolta nella scelta del modo in cui si voleva gestire questa fortuna insperata. Le cose andavano male prima, hanno continuato a peggiorare dopo. Il petrolio non ha spostato di una virgola il destino della regione. Come la Fiat, il distretto del salotto e diverse altre occasioni prima di allora. Da qualche anno si è scoperto che la natura incontaminata della regione, oltre ad essere un patrimonio per vedute da brivido, possiede un valore economico per le energie che consentirebbe di produrre. E allora piloni a elica e pannelli specchiati hanno cominciato a spuntare dappertutto, piazzati a caso in giro per il paesaggio, nel nome di un nuovo business progressista ed ecocompatibile. Il risultato è che si arricchiranno i soliti noti, e questa regione perderà anche la sua purezza originaria, che la rende unica nel panorama nazionale, e la fa amare di un sentimento violento e irragionevole dai suoi figli emigrati verso altri lidi.
È per questi motivi che, se ne avessi la possibilità, alle prossime elezioni voterei Magdi Cristiano Allam Presidente del Consiglio di Basilicata. Perché anche lui ha dovuto abbandonare la sua terra e ha poi passato la vita a cercare di spiegarla agli stranieri che non sapevano capirla. Gli darei il mio voto perché è un marziano, un extraterrestre figlio di un altro mondo, un estraneo piovuto quasi per scherzo in questa terra che non è in grado di cambiare da sola, un intellettuale alieno ai culi di pietra che appestano la regione, che non conoscono la dignità di farsi da parte, dopo i tanti danni procurati e lo scempio compiuto della spesa pubblica. Vorrei votarlo ma non lo farò, perché, pur possedendone il diritto, non sono nelle condizioni di esprimergli il mio consenso. Pur avendo conservato la residenza in Basilicata in 15 anni di vita milanese, per l’ennesima volta dovrò rinunciare a votare. Uno stato che si è preoccupato di assicurare il diritto di voto agli italiani residenti all’estero si è dimenticato di tutelare gli italiani in Italia, coloro che, abitando lontano dal luogo di residenza, risultano emigranti nel loro stesso paese. Duemila chilometri per barrare un simbolo elettorale sono una fatica troppo grande per il risultato che produrrebbero. Un calcolo che come me compiono migliaia di cittadini nella stessa condizione. Il risultato è una popolazione di elettori dormienti, che talvolta, nelle tornate elettorali più equilibrate, potrebbe spostare l’esito della contesa. Ma che tutti fanno finta di ignorare, perché è meglio così, più conveniente, rassicurante. In questo modo si azzerano anche le ultime forme di dissenso politico al meccanismo infernale della spartizione regionale. L’ultima frontiera rimane la dichiarazione di voto su una pagina di Internet. Un consenso virtuale a un candidato extraterrestre, che si propone di governare una regione astratta. Un consenso che si può esprimere soltanto a parole. Perché la Basilicata, concretamente, non esiste. Basilicata is on my mind. Lo canta Papaleo in quel prossimo film che non potremo fare a meno di correre a vedere.

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