Grottammare

Grottammare è una ridente cittadina, (ma perché mai si chiamano ridenti le città non l’ho mai capito) della costa adriatica. Io confesso che non ne conoscevo neppure l’esistenza se non fosse stato per una gara ciclistica organizzata da una società sportiva cui appartengo.

2 Marzo 2010 alle 11:37

Grottammare è una ridente cittadina, (ma perché mai si chiamano ridenti le città non l’ho mai capito) della costa adriatica. Io confesso che non ne conoscevo neppure l’esistenza se non fosse stato per una gara ciclistica organizzata da una società sportiva cui appartengo. Devo dire che non sono particolarmente attratto dalla sfida agonistica su bici e per due motivi principalmente: il primo è che per ben figurare bisogna allenarsi in modo mostruoso, e il secondo è che bisogna stare attenti anche all’alimentazione: niente vino, insaccati, cioccolate ..insomma una vita d’inferno, e tutto questo per un’effimera giornata di “gloria”. Partenza la mattina presto, su un pullman noleggiato appositamente, le bici sono alloggiate nel portabagagli e rigorosamente fasciate di nylon pluriboll, per evitare urti e graffi. Per qualche ciclista è più preziosa l’integrità della propria bici,  che la moglie o la fidanzata, quindi si può capire la cura con la quale viene effettuata questa operazione. Si parte, l’atmosfera è giocosa, allegra ma un pizzico di tensione si avverte, specialmente per me che insieme ad un ragazzo di Avezzano, ex campione regionale di mountain bike, sono quello su cui la squadra conta maggiormente per ottenere un risultato di una qualche consistenza. L’autostrada scorre veloce, attraversiamo l’Appennino e infine si comincia a vedere l’argento del mare che si staglia in lontananza. E’ sempre una bellissima impressione e mi rimanda indietro nel tempo quando a bordo della seicento di mio zio andavamo verso Ostia e appena appariva il mare all’orizzonte ero preso da una frenesia incontrollabile. Evidentemente Pascoli aveva ragione quando parlava di un fanciullino che alberga sempre nel nostro cuore: io quei ricordi, quelle sensazioni, le tenevo ben strette e facevano parte della mia vita,  la vista del mare in lontananza mi fece tornare per un attimo adolescente e malinconico. Arrivati, si scarica tutto si montano le ruote, si controlla la pressione dei pneumatici e se il computerino con l’immancabile frequenzimetro(per misurare le pulsazioni cardiache durante lo sforzo) funzioni a dovere. Tutto a posto, siamo schierati nelle nostre belle divise variopinte, saremo circa quattrocento atleti e scopro che è una gara open, infatti sono iscritti anche degli ex professionisti in quanto i premi sono di una certa consistenza. Questo mi inorgoglisce ma mi provoca anche una leggera preoccupazione: capisco che l’andatura media sarà molto elevata e quindi ci sarà da soffrire. C’è un discreto pubblico alla partenza, mi colpiscono un bambino con una bandierina e dei splendidi occhi azzurri,  tenuto per mano da una donna che poteva ricordare la signora Piera. Si inizia il giro di ricognizione; è un circuito di nove km da ripetere dieci volte, apparentemente facile ma le insidie,  come avrò modo di verificare, sono nascoste e subdole. Partiti, sono in quarta fila, vedo quelli in testa ondeggiare paurosamente, la velocità è subito elevatissima, non ce la faccio,no devo resistere se mi stacco non rientro più,siamo appena partiti e già lo sforzo è immane, si crea un frazionamento siamo rimasti una quarantina, la strada sale leggermente in modo impercettibile ma in modo continuo. Continuano a tirare all’impazzata, adesso mi è chiara la strategia: i migliori vogliono scrollarsi di dosso il resto del gruppo per evitare incidenti e fare subito selezione. Siamo al terzo km la strada adesso è pianeggiante un’occhiata al computer mi conferma che stiamo andando sui 50 all’ora e la frequenza è stabile sui 180 battiti al min. Sono dati sorprendenti,  ma l’adrenalina e chissà cos’altro mi impediscono di pensare,  l’unico obiettivo è di tenere la ruota che mi precede e non perdere contatto. Rapida curva a destra e inizia lo strappo al 10%, sono una cinquantina di metri ma che fatica pazzesca percorrerli a quella velocità! Guardo il cardio 195 bpm oddio, adesso mi scoppia il cuore,  lo penso, sono consapevole del rischio, ma non mollo ed entro in una dimensione sconosciuta. Quella del dolore assoluto. Si ormai non è più fatica, sono ampiamente oltre la soglia aerobica ma non mollo. Mi sembra di avere due dobermann che mi mordono le cosce, il dolore è insopportabile, atroce ma resisto contro ogni logica,  guardo il cardio 205... mi metto veramente paura ma più che la ragione interviene l’acido lattico e il dolore diventa assoluto e insostenibile. Mollo, vanno via in 15/20 li vedo allontanarsi rapidamente, capisco che non riuscirò più a rientrare e allora formo un gruppetto con quelli rimasti. Anche questi vanno forte e giustamente chiedono i cambi in testa a tirare e quando tocca a me non riesco nemmeno a distinguere i contorni della strada per la fatica. Il dolore, mio Dio il dolore è atroce, non è una gara questa è una tortura,  ma tengo la ruota e quando vedo che riesco a riprendere il giovane avezzanese, a risucchiarlo ed infine a mollarlo, recupero da non so dove delle nuove forze e in cinque o sei ci stacchiamo da quel gruppetto e ci involiamo verso il traguardo. E’ finita. Sono arrivato fra i primi della mia categoria,  la media rimasta impressa sul computer è impressionante, sono ancora affaticato, ma sereno, non felice, sereno. Sono consapevole di avere compiuto una piccola impresa e aver scoperto che esiste una dimensione che si rivela solo nelle prestazioni estreme, mi inquieta pensare che in quei momenti non pensi neanche per un attimo alla tua integrità, sei solo: tu, la gara, il risultato e il dolore. 

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