Gita ad Arona

L’accaparramento dei posti a sedere, in una gita su torpedone (quando i gitanti sono sotto i venticinque anni), segue precise logiche di potere.

24 Febbraio 2010 alle 11:30

L’accaparramento dei posti a sedere, in una gita su torpedone (quando i gitanti sono sotto i venticinque anni), segue precise logiche di potere.
Nei posti davanti, quelli nei pressi dell’autista, siedono gli adulti, generalmente gli insegnanti accompagnatori. Di fianco a questi, siedono i giovani che si vogliono assicurare la simpatia degli adulti medesimi.
L’atmosfera, lì, vicino all’autista, è rilassata; il conversare è abbastanza affettato e manca poco circolino tazze di the, accompagnate da piatti carichi di invitanti biscottini.
Sul fondo si radunano i più rumorosi, dediti alla gran baldoria.
Nella mia breve carriera di frequentatore di torpedoni sono partito dalla posizione mezzana, di quelli senz’arte né parte, per poi risalire e momentaneamente sostare nei pressi dell’autista e alfin essere scaraventato nell’ultima fila di sedili, i cinque o sei posti tutti attaccati.
In questa mia ascesa nella piccola gerarchia dell’autocorriera, mi aveva facilitato il possesso di un mangiadischi portatile, di color arancione. Con questo mi inorgoglivo di diffondere i successi musicali del momento, quasi che dietro alla chitarra dell’uno o alla voce di quell’altro potessi esserci io.
Così quella volta, primavera del 1967, in direzione di Arona, sul lago Maggiore.
Allora le mie letture erano limitate, proprio assai limitate, a quelle scolastiche – Divina Commedia e Promessi Sposi – libri di Storia, Jack London e un po’ di Buzzati. Piero Chiara mi era sconosciuto e non sapevo di trovarmi in quel territorio che aveva visto muoversi da protagonisti i suoi personaggi, nonché Chiara stesso.
La gita prevedeva, prima della pausa pranzo in qualche ristorante della zona, una visita non mi ricordo più dove e, dopo, un’ispezione alla ciclopica statua di san Carlo Borromeo.
Al ristorante mi si rinnovava l’ansia da ristorante: e non mettere i gomiti sul tavolo; e il bicchiere dell’acqua e quello del vino; e il tovagliolo che non va messo al collo come un qualsiasi camionista alla Taverna del Bucaniere, bensì delicatamente appoggiato sulle ginocchia; e pulisciti le labbra prima di bere; e non parlare con la bocca piena. Insomma, tutta una serie di prescrizioni - utilissime per un corretto convivere - che mi si erano conficcate nel cervelletto e che erano causa di tensione nervosa, con le mani che si muovevano impedite e che, prima o poi, avrebbero buttato giù il bicchiere dell’acqua, se andava bene; o quello del vino, se ero nel giorno della gran sfiga.
Superata la pausa pranzo, non ci rimaneva, prima del rientro a Como, che la visita all’interno del Sancarlone.
Era questa, ed è, una colossale statua in rame e bronzo alta, con il piedistallo, trentacinque metri.
La statua era stata costruita alla fine del Milleseicento e dedicata a san Carlo Borromeo, che ad Arona era nato nel 1538.
Caratteristica della statua, oltre che le dimensioni, era di essere internamente praticabile, attraverso scalette in ferro.
Assieme ad altri, e altre, mi avventurai su quei pioli per raggiungere, partendo dall’orlo della sua veste, e salendo sempre più su, la testa del Santo.
Salivamo in fila indiana e mi precedeva in quell’arrampicata una ragazza conosciuta sul torpedone.
Oltre al Santo, anche lei aveva un’ampia veste, sotto la quale avevo infilato la mia testa. Dovevo inoltre stare attento a come salivo perché, si fosse fermata, mi sarei inzuccato proprio lì.
“Ma cosa guardi, stupido?”.
“Eh, cosa guardo. Ma cosa vuoi che guardi. E’ così buio che non si vede proprio niente. Purtroppo”.
Era una balla.
Perché di quella ragazza non ricordo né il nome né la faccia. Però mi si sono stampate indelebilmente nella memoria quelle due mezze sfere, con le mutandine che si erano voluttuosamente ritirate nel mezzo, tra le due parti di quel meraviglioso mappamondo.
Qualche anno dopo, l’ascesa all’interno della statua venne proibita. L’inibizione fu decisa a salvaguardia dell’innocenza dei giovinetti?
No, chiaramente; fu per motivi di sicurezza.
Come stiano le cose oggi proprio non so e nell’immediato non ho in previsione di andare a verificare.
Ora qualcuno potrà dire: “Ma cosa c’entra Piero Chiara?”.
C’entra, eccome.
Perché la mia lontana escursione m’é tornata alla mente leggendo Il Sancarlone, un breve racconto dell’autore luinese.

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