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Il Mangianastri

Arrivo alla stazione di San Benedetto del Tronto che il giorno è a fine corsa, come il treno. Luci gialle protendono i tentacoli del chiarore chiassoso, rumori di fondo setacciano gli angoli bui dove placidi dormono dei gatti.

18 Febbraio 2010 alle 00:00

Arrivo alla stazione di San Benedetto del Tronto che il giorno è a fine corsa, come il treno. Luci gialle protendono i tentacoli del chiarore chiassoso, rumori di fondo setacciano gli angoli bui dove placidi dormono dei gatti. Gatti in stazione, che strano, luogo impervio per la tranquillità dei felini, annusatori di pace e silenzi. S’aprono le porte, eruttano sibili i vagoni, serrano gli occhi i convenuti del ritorno, occhi che cercano, frugano, avvistano, festeggiano. Trovato il parente di turno arrivato a prendere bagagli e figli e zie e nipoti.
Scendo e vado con noncuranza dozzinale. Poco importa della vita che accanto a me scorre nell’ansia del ritrovo, gesto primordiale che dispensa velleità di felicità. Rigido il mio passo e frettoloso nella misantropia di chi fugge e sfugge. Tutta quella turba a me oramai eremita di fatto provoca fastidi di plebe.
Via allora, cadenzati i ritmi, via da quel clangore di fracassi che sono le stazioni, via a trovare rifugi prossimi dove nessuno disturba e campeggiano illusioni di gerarchie di mondi.
Poi quella panca di pietra fredda che sa di rotaie e partenze, lacrime e saluti, le panche quelle che a sederti sprofondi nella durezza della forma. E sulla panca una donna. In mano un mangianastri.
Ritrosia soverchiata dalla curiosità repentina la mia, quasi feroce. Figura sghemba quella donna, fuori dinamiche convenzionali e quel mangianastri che tira dritto indietro di trent’anni.
Mi fermo, m’apposto nell’ombra di un’edicola chiusa. Come un ladro. Aspetta la donna nel cappotto nero che sa anch’esso di passato, risvolti delle maniche lisi di vita vissuta e capelli corvini a cercare improbabili cromatismi d’affinità.
Arriva un treno che appare con forza di littorina, piccolo, poco illuminato. Arriva da Ascoli Piceno. Breve tratta, viaggio che non sa di viaggio. Scendono sparute truppe pendolari, guarda la donna osserva si alza e incede in passi che segnano andature corpose.
Seguo mi muovo nell’indifferenza del losco che trama, situazione balzana a cui rimango appiccicato come esca.
Si ferma la donna, scende l’uomo il gradino ferroviario di un vagone.
Si trovano, corrono i loro occhi in alchimie d’intenso. La donna spinge il tasto. Parte la cassetta arriva la musica. Sembra Beethoven, il concerto per violino.
Fuggo, ho la sensazione di stare a rubarla la vita degli altri. Mi dirigo al sottopasso, prima d’inabissarmi l’occhiata finale del morboso. Va Beethoven e i due lì a parlare senza parlare, stranezza d’amore che spiazza e ridisegna piani interpretativi.
Vado a casa, la misantropia scalfita da un mangianastri che tira dritto indietro di trent’anni.

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