Requiem per un paese

Il primo cittadino è il silenzio. Un silenzio assorto che indulge a se stesso se uno stormo di uccelli volteggia con grazia a preparar nidi, o se le suole d’un passante battono sul selciato.

15 Febbraio 2010 alle 14:08

Il primo cittadino è il silenzio. Un silenzio assorto che indulge a se stesso se uno stormo di uccelli volteggia con grazia a preparar nidi, o se le suole d’un passante battono sul selciato; poi ci sono le campane a dar conto, con le loro note che l’esuberante tramontana trascina lungo le valli, delle nascite, delle morti, degli amori, e dei dolori di ciascuno di noi.
Per i villaggi che muoiono non è previsto ufficio funebre, nè i tre mesti rintocchi che preludono alla gloria del Paradiso; per i villaggi che muoiono, il Paradiso non esiste.
Le ruspe infine, sono arrivate. Da molto tempo assediavano il borgo,assestando or qui or là dei colpi feroci, dolorosi, ma il ferito stringeva i denti e si rialzava.
La nostra “guerra dei trent’anni”: finisce qui, sopra quella poltiglia miserabile di pietre e di fogliame che fu una volta il centro antico di Torella;stordito dal fragore meccanico dei tritastoria il paese non sa più reagire.
I soli muri infrangibili sono quelli di gomma dei nostri “delegati del popolo” che hanno atteso pazienti il momento giusto per sferrare l’attacco finale. Ne ho visti, gaglioffi di ogni colore politico, blaterare di “recupero”a sproposito, loro ,irrecuperabili ignavi imbottiti di presunzione mortifera.
Sono capaci soltanto di fare casacce inutili, tirate su in tutta fretta,senza criterio che si sfaldano alla prima scossa di terremoto adducendo lutti, disperazione e miseria.
Non è solo Torella: le terre felici del gran tour sono oggi un ammasso indifferenziato di scempi  fatiscenti: per dar conto della portata del disastro, non basterebbe un’enciclopedia.
Adesso nel sud non si parla che di elezioni, di coalizioni, di maggioranze;di destini non si parla mai: siamo maestri a spremere il limone, a piangere sulle restrizioni aconomiche agli enti locali; cosa ne fanno, gli enti locali dei nostri soldi?strade che non portano da nessuna parte, per compiacere quello o quell’altro elettore,sgraziati ed enormi “edifici pubblici” che non serviranno mai a nulla ed a nessuno,piazze storpiate da”opere” di sedicenti artisti amici o parenti dei sindaci, e ruspe; perchè anche le imprese di demolizione costano, oh! se costano!il sottobosco puzzolente intorno a questa sciagurata gestione vince e si arricchisce: ma è una vittoria di Pirro giacchè anche i loro figli troveranno nei testamenti, come i nostri soltanto un bell’ammasso di calcinacci materiali e morali.l’ortica dell’ignoranza non ha bisogno di concime: prospera ai nostri danni;e tutti allegri al bar, a farsi un bicchiere, facendo il gesto dell’ombrello, mentre il paese muore.
Non ci saranno più le latte arruginite in fila sugli usci, graziosamente ingentilite dei ciuffi di violacciocche e dai geranei,le sedie di paglia al sole, i volti abbronzati e rugosi incorniciati dai moccaturi,gli uncinetti nelle mani febbrili e i festoni di merletto,l’odore della legna nel camino,gli alberi di fico spontanei coi loro tronchi tormentati,la pentola coi fagioli, i tetti a coppo sbriccati dalle cornacchie,le ninnananne delle puerpere, i petali di fiori sulle pietre ad indicare il cammino al santo patrono, nelle processioni. Ogni casa che cade è un racconto che si cancella per sempre;ad una ad una si cancellano le nostre storie: perfino l’antica cappella dove dormivano i nostri morti fu abbattuta dalle ruspe,non ebbero rispetto nemmeno per coloro che furono.e che piangono dal cielo, insieme con l’angelo di pietra  inchiodato, li’ dove fu la chiesa ad una pesante croce di ferro senza speranza di resurrezione.
C’era una volta un paese: si chiamava Torella del Sannio.

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