Il vecchio e il copertone

Roma Prati è un quartiere al limite. Al limite del giorno. Mi spiego: al calar della sera tutto si spegne in fragranza di nulla. Direte, è normale. No, non è normale. La vita normale ha i suoi anditi brulicanti sempre, qui no, qui la vita dipende da professionisti del diritto che lungo la settimana, lunedì-venerdì, incardinano spina dorsale e midollo di una zona che altrimenti non troverebbe nerbo e senso dell’esistere.

14 Febbraio 2010 alle 20:00

Roma Prati è un quartiere al limite. Al limite del giorno. Mi spiego: al calar della sera tutto si spegne in fragranza di nulla. Direte, è normale. No, non è normale. La vita normale ha i suoi anditi brulicanti sempre, qui no, qui la vita dipende da professionisti del diritto che lungo la settimana, lunedì-venerdì, incardinano spina dorsale e midollo di una zona che altrimenti non troverebbe nerbo e senso dell’esistere.
Piazza Prati degli Strozzi è un angolo di mondo di tal quartiere leguleio, piazza circolare poco curata e molto maltrattata dove turbe di bambini sfogano pulsioni d’infanzia calciando palloni nella polvere. Si, perché il primo impatto con la pseudo-piazza è la polvere scatenata dall’infante calciatore in erba. Poi arrivano le visioni di panche ricavate nel cemento a forma circolare, lungo il foro medesimo. Poco verde e quello rimasto berciato dalla mano dell’uomo.
Orbene non t’aspetti l’imponderabile da situazioni al limite dell’ordinario, non credi di poter scovare poesie nelle grigie pieghe di una capitale formato travet. Eppure…
La scovi la sorpresa nei fusti di ferro dei pali che contrassegnano segnaletiche sempre ignorate dove legata sonnecchia una bicicletta, lo guardi l’incanto nella figura curva di un vecchio berretto in testa e fisico asciutto. Piegato il vecchio smonta una ruota. La svita con cura dal suo assetto naturale, la prende, esamina il copertone, valuta il danno e interviene.
Interviene arpionando la ruota con due cacciaviti, estrae la camera d’aria. Poi tocca alla bacinella d’acqua. Il vecchio sfila la camera d’aria, la immerge nell’acqua e con meticolosità scruta. Finalmente bollicine sottili divampano da zone oscure della gomma. Trovato il foro. Ride il vecchio, sorride di soddisfazione che sa di tempi andati, protende radici da spunti di neorealismo.
Un coltellino affilato spunta dalla tasca esterna di pantaloni una volta detti di fustagno, ora non si sa più cosa possano rappresentare se non l’autarchia anticonvenzionale di un vecchio contro la modernità.
Graffia il coltellino sulla camera d’aria ferita, graffia con rapidi gesti ondulatori, rugosa la mano fermo il proposito. Un mastice sbuca, si stappa, stende il magma colloso sulla parte, analitico il gesto, sapiente la forma, tutto ispira perfezione d’intenti e armonie di mondi. La toppa di nero colore si posa, stringe il vecchio la camera d’aria, coccola il suo pezzo con devozione paterna. Gonfia, controlla a prova d’acqua. Niente bollicine, tenuta stagna. Riprende gli arpioni cacciviteschi, due colpi, assesta strattona vortica. La ruota è in assetto. La gomma pure. Due viti riportano ordini definitivi nel caos della riparazione. S’alza il vecchio, mani nere e sguardo d’intesa, sa che il lavoro ha avuto crismi di perfezione.
Raduna l’attrezzistica d’intervento, spazzola il sedere da residui di polvere capitolina e va. Suona un citofono, gli aprono.
La bicicletta se potesse direbbe frasi galanti a un vecchio che con gesti umani ha ridestato  semplicità dove complessità hanno preso il sopravvento. Complessità di facce di borse professionali agende corse e dinamiche espropriate dalla grazia contemplativa del vivere.
Un vecchio e un copertone. Forse la vita ritrova senso.

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