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Hanno rubato la Santa

Qui si tratta di religione, teologia e sentimento popolare. Qui si illustra la storia che vive nella tradizione di un culto che si perde nel tempo e si mostra nella ripetizione annuale d’una celebrazione maestosa.

12 Febbraio 2010 alle 19:58

Qui si tratta di religione, teologia e sentimento popolare. Qui si illustra la storia che vive nella tradizione di un culto che si perde nel tempo e si mostra nella ripetizione annuale d’una celebrazione maestosa. Qui si questiona sulla rivolta popolare prodotta dalla cancellazione (o dalla variazione d’un percorso secolare e non secolarizzato), qui c’è la narrazione di come per qualche ora migliaia di devoti fedeli hanno rubato la Santa. La città teatro dell’antico rito è Catania e qualcuno senza allontanarsi dalla verità potrà sostenere che il rito è più antico della Santa (perché affonda nella Grecia pagana e colonna dell’Occidente). La festa di Sant’Agata, martire e patrona di Catania è momento solenne nel calendario della città, guastarlo significa sacrilegio, dissacrare il pubblico culto di ferventi e feroci devoti, fedeli alla Santa che ha salvato col suo velo miracoloso Catania dalla furia incandescente della lava dell’Etna (per dirne solo una!), che è minaccia e delizia dei catanesi. Come dar conto dell’importanza della festa per la città? Che metafore utilizzare? Cito il Verga che disse: “Il gran veglione di cui tutta la città è teatro”. Parole sante! Immaginate una città che s’accoda tutta alla Santuzza a cui uno scellerato patrizio romano per sfregio ha strappato il seno (una città che ha reso omaggio alla vergine e martire, col genio gastronomico d’un dolce che è chiamato “minna di Sant’Aita” (la mammella di Sant’Agata), niente di blasfemo, solo il ricordo addolcito d’un atroce martirio, il miracolo di trasformare la sofferenza patita in simbolo di vittoria sul male. Produzione del genio maliardo di una genia di feroci mafiosi (nel senso rusticano del termine; non si scomodi l’anti – mafia ) e amanti gelosi (il cliché è gemello del mito perché è fiero alfiere d’una verità di fondo!). Ed ancora giochiamo ad immaginare migliaia di persone che trascinano una corda lunga duecentocinquanta metri, che serve al sacro trasporto delle reliquie dell’amatissima Agatuzza, uomini che urlano formule popolari in modo ininterrotto per quasi tre giorni, tanto è lunga la processione, innumerabili ceri di tutte le dimensioni (ci sono ceri da duecento e passa chili) che si consumano al ritmo di migliaia di preghiere e voti, certo i ceri rendono pericolosa la strada, trappola scivolosa, a volte mortale e non basta la segatura sparsa per precauzione. Momento atteso e mistico della celebrazioni agatine è quello dell’“acchianata di San Giuliano” (la salita di via San Giuliano), durante la quale ad onore di verità a volte c’è scappato il morto, colpa del disordine e del poco scrupolo nel preparare l’impresa rischiosa, momento che precede il canto angelico delle Clarisse (suore di clausura, che una volta l’anno donano un inno indimenticabile ed estatico, che rapisce l’anima e infiamma lo spirito dei devoti, che ascoltano in un silenzio soprannaturale le voci di monache più brave delle sirene incantatrici) in via Crociferi, canto che normalmente coincide con l’aurora, perciò il canto traduce le tenebre in luce santa di vita, uno spettacolo imperdibile e divino. Ecco, ora provate ad immaginare cosa accadrebbe, con la decisione di cancellare questa parte di processione a causa di malcelate scuse (cinque minuti di pioggia verso le tre di notte, che renderebbero pericoloso il tragitto). Tutto quello che s’è voluto immaginare è accaduto in questa mattina del cinque febbraio. Il fatto è stato che lungo la via della festa, gruppi numerosi di fedeli in rivolta han rapito la Santa e minacciato di fermare il tutto, insomma di bloccare la festa e così sembrava di stare dentro quel film di  Luis Buñuel, “L’angelo sterminatore” in trappola per la troppa devozione. Surreale e primitivo era il clima. Ore di immobile attesa, ora dove si sono rincorsi comunicati e notizie, perché il braccio di ferro tra autorità e devoti (che hanno voce in capitolo e numeri da esercito, ma in questo caso anche la ragione d’una fede misteriosa e visibile). Hanno vinto i devoti, che han rapito per amore la Santuzza, il ritardo sulla marcia non ha frenato nessuno, tutti in piedi, alcuni dopo più di un giorno senza avvicinarsi al proprio domicilio (quindi al proprio conforto), confortati e confidenti in Agata hanno resistito e han seguito la processione; perché il silenzio durante il canto delle suore è battesimo per tutti, vita nuova, fonte di forza; lo spirito come insegna il Vangelo è potenza che informa l’umano. Qui si tocca la Verità fuor di metafora. Il popolo tutto s’è fatto teologo nel rapimento della Santuzza? Bisogna pensarlo. Certo crederlo, sarebbe testimonianza d’un avvenuto miracolo!

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