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Un uomo al limite

Napoli non l’aveva mai vista. Eppure ci lavorava da trent’anni. 29, per l’esattezza. Sì, era l’anno del terremoto.

10 Febbraio 2010 alle 08:01

Napoli non l’aveva mai vista. Eppure ci lavorava da trent’anni. 29, per l’esattezza. Sì, era l’anno del terremoto. Era diplomato da un anno, alla Ragioneria. 41, era il voto. Spesso si era chiesto se altri l’avessero mai avuto, un voto così. Non significava niente, né 6 né 7. “ Sei stato bravo”, gli aveva detto l’insegnante di Italiano, ma Pasquale aveva sempre covato il sospetto che ci fosse una sottile derisione, in quelle parole. Aveva sorriso, non aveva detto nulla. A casa il fratello neppure gli aveva chiesto, quale fosse stato il risultato. Non parlavano, quasi mai. Di calcio, qualche volta. Ma lui non capiva nulla, si distraeva quando vedeva una partita per Tv, pensava ad altro. Eppure, certe volte, imparava quasi a memoria gli articoli sui Lupi nella pagina sportiva del Mattino, e riusciva a sbalordire per qualche minuto il fratello, scodellando di strategie, di ripicche, di affari societari. Fino a che inciampava su una questione elementare, il nome di un terzino, ad esempio, e cadeva in un mutismo fatto di malesseri improvvisi, di emicranie dovute al viaggio. Il fratello non insisteva, e tornava il solito silenzio. Erano rimasti soli, in quella casa, da tanti anni. Qualche sera capitava che cenassero insieme, quando non tornava tardi. Più spesso mangiava da solo, in cucina. Da qualche rumore sperduto, da qualche barlume di luce sotto una porta, riusciva a capire se l’altro ci fosse o meno. Neppure buonanotte, si auguravano da anni.
Piazza Garibaldi, Corso Novara, Corso Meridionale, questo era Napoli per lui. Di meno, anzi, di meno. Appena sceso dal pullman, sempre lo stesso, partenza ore 6 e 40, arrivo ore 7 e 45, annaspava verso il marciapiedi della stazione, lo raggiungeva e, senza più abbandonarlo, scorreva lento per il breve tratto di Corso Novara, fino alla prima svolta a destra. Ancora duecento metri, ed ecco il magazzino annesso all’ officina della rivendita auto. Il suo turno di lavoro cominciava alle 8, ma quasi sempre arrivava in anticipo. Andava avanti fino alle 18,con un’ora di interruzione. Il sabato, fino alle 14. Ogni giorno, per trent’anni. Anzi, 29.
Negli ultimi anni Pasquale non alzava neppure la testa. Non perché avesse paura, quella l’aveva sempre avuta. Preferiva lasciarsi travolgere dai rumori, , dalle persone che lo urtavano, dai venditori ambulanti che lo inseguivano con richiami in lingue spesso sconosciute, dai tassisti che lo perseguitavano. La città ribolliva come se un verme la divorasse, come se una pazzia la tormentasse, e contemporaneamente era morta, assente, perduta. Pasquale non sapeva scegliere tra queste sensazioni che lo assalivano, nei pochi minuti in cui era costretto a viverla, ad attraversarla. Allora si aggrappava alla sua borsa consunta, la stringeva come se contenesse un tesoro, e non misere carte, accelerava il passo difendendo il suo cimelio. Sul lavoro non parlava quasi mai. Non era chiuso, scostante, no. Preciso, ecco, preciso si. Sapeva tutto dei pezzi di ricambio, matricola, disponibilità, costo. Non aveva neppure bisogno di consultarlo, l’enorme database. Nel breve istante in cui la richiesta era elaborata, egli già era passato oltre, e dava al risultato uno sguardo distratto di conferma. Di ogni singolo pezzo di un auto o di un camion poteva parlare per ora, indugiando sul verso di una vite, su una sagomatura, rivelando competenze raffinate sul passo di un pistone. Di questo parlava, se parlava. Della casa, del fratello, cenni rari. Del Napoli, della squadra,  mostrava passione, si avventurava sugli spuntoni delle discussioni del lunedì, ma era l’ultima voce del coro, quella che prima si spegneva, per paura di mostrarsi impreparato; come quella volta, tanti anni prima, quando aveva cominciato a magnificare Sivori, e i compagni si erano raggelati, lo avevano guardato come ad un alieno. Sivori, gli aveva dopo detto sottovoce un meccanico che gli voleva bene, non giocava più da tanti anni.” Io volevo dire Maradona”, ebbe l’ardire di reagire, quella volta, ma il ragazzo si era già allontanato, richiamato da un cliente.  
Napoli non la conosceva. Neppure dal pullman, l’aveva mai vista. Si sentiva ancora stanco, la mattina, e perso, la sera. Saliva, si sedeva dove capitava, dietro, se c’era possibilità, e si addormentava. Le spalle dritte, la testa lievemente inclinata verso il finestrino, la borsa stretta con due mani. Il rumore monotono del motore lo cullava, quasi lo proteggeva. Si sentiva bene, in quel tempo, in quello spazio. Meglio che a casa, questa era la verità. E il sonno, che lo prendeva all’ingresso del casello autostradale e lo lasciava quando l’autobus imboccava Corso Lucci, era l’unico compagno a cui si affidava senza paura di essere tradito. Mai una volta che si fosse addormentato dopo o svegliato prima. Mai. C’era uno scarto, nel motore, una vibrazione di allegria, in partenza e di stanchezza, in arrivo, che solo lui conosceva, quasi che colloquiasse intimamente con le cinghie, i cilindri, le bronzine, come già faceva per tutto il giorno.
Fu quella volta, la prima. Il magazzino aveva sempre funzionato, anche nei giorni più cupi e più strani. Lutti, morti ammazzati lungo il Corso, serrande divelte, un aiutante trovato strafatto e in fin di vita nel bagno, un camorrista che era salito su un auto e sparando se l’era portata via: tutto era stato ordinaria amministrazione. Una mezz’ora per rimettere le cose in ordine, e ogni cosa aveva ripreso a girare come se nulla fosse stato. In quel breve tempo di sospensione Pasquale non si era mai mosso dal suo angolo. Fermo e in silenzio aveva aspettato. Fermo e in silenzio aveva ricominciato.
Quella mattina trovò chiuso. C’era stato un crollo, un solaio era caduto giù in un istante, forse provato dalle continue oscillazioni per i treni della ferrovia vicina. Per fortuna era accaduto di notte e nessuno si era fatto male.
“Ci vediamo domani”, disse il capo.
Fu allora che Pasquale si sentì perso. Come se gli mancasse l’aria, come se stesse per  svenire. Aveva, per la prima volta nella vita, un tempo da spendere. Non sapeva cosa fosse, chiuso come si era in quella camicia di forza di orari, di ingressi, di uscite, di ritorni, di cucine vuote, di letti in cui il sonno arrivava tardi, come un pugno, come una mazzata. Non era suo neppure il tempo in cui saliva dalla signorina all’ultimo piano, due volte al mese. Ordine, movimenti trattenuti, mai un abbandono. Orari da rispettare, anche quelli, funzioni da celebrare.
Poi, lentamente, si fece forza. Provò pochi passi e si appoggiò al muro di un palazzo vicino. Guardò con calma la strada e le file di auto che si sbranavano, lesse con curiosità le scritte sui muri, scrutò voracemente i tabelloni pubblicitari. Declino lento, come il suo. Non aveva perso nulla, a non guardare.
Riprese a camminare. Si sentiva sereno, contento. Più andava avanti e più avvertiva una strana leggerezza, una curiosità che non aveva mai provato. Doveva essere  bello vagare, oziare, perdersi.
“Vieni”, disse solo il giovane meccanico, che lo affiancò all’improvviso con la sua Panda, ”facciamo un giro”. Sorrise e salì.
Corso Meridionale finiva. Non aveva mai pensato, che ci fosse qualcosa oltre
Fu a via Taddeo de Sessa, che capì. Tutto cambiava, all’improvviso. Una città moderna, nuovissima. Piazze larghe e squadrate, giardini, palazzi di vetro e acciaio. E grattacieli, in fondo, forme ardite, che costringevano a guardare il cielo. Non l’aveva guardato mai.
Mentre  la Panda procedeva piano e un'altra Napoli si metteva in mostra, Pasquale avvertiva una gioia che si dilatava e un brivido che la precorreva. Dunque, la vita poteva anche essere altro. Oltre una strada, alla fine di essa, tutto poteva ricominciare, diversamente. Il giovane meccanico non capiva, perché Pasquale sorridesse e piangesse.
Quando tornò alla solita ora, la casa era più fredda del solito. La Tv ronzava, nella stanza del fratello. Tutto era spento e muto.
Aspettò, seduto, che facesse tardi. Non accese la luce, non mangiò. Nel vicolo di fronte i ragazzi cantavano nella nuova vineria.
Quando appoggiò forte il cuscino sulla faccia del fratello, e lo tenne fermo e premuto, fino a che non vide i piedi stendersi di schianto e non muoversi più, Pasquale non provò nulla. Fece solo in modo di essere fermo e preciso, come sempre.
Poi si mosse a tentoni nella stanza, fino alla finestra. Dava su un piccolo, dimenticato giardino. L’aprì. C’era di fronte, al centro del cielo, uno spicchio di luna. Non si era mai affacciato, non aveva mai guardato il cielo e la luna.

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