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Una stagione meravigliosa

La seggiovia avanzava lenta e si vedevano tutti i prati fino in cima, puntolini che scendevano sempre più rapidi e diventavano via via più grandi fino a definire figure umane con gli sci, in una giornata limpida e allegra.

28 Gennaio 2010 alle 09:43

La seggiovia avanzava lenta e si vedevano tutti i prati fino in cima, puntolini che scendevano sempre più rapidi e diventavano via via più grandi fino a definire figure umane con gli sci, in una giornata limpida e allegra. Ogni sasso, ogni alberello era perfettamente visibile nei suoi contorni fino a che l’occhio poteva guardare. Mio padre e mia madre, appollaiati sulla seggiovia, osservavano i puntolini, anche oltre il tracciato della pista, più a destra, verso un burrone.
-         Ma te guarda quegl’incoscienti sul tetto di quella casina laggiù, a un metro dal burrone, ma che sarà questa cosa di voler fare i fuori pista…
-         Secondo me non è pericoloso, fa solo effetto a vedersi, il burrone non è così vicino.
Mia madre aguzza la vista, a differenza del babbo non ha bisogno di occhiali nemmeno per leggere. Il babbo, intanto, rincara la dose.
-         Ma quanto saranno imbecilli?! Ma quanti sono, tutti lì a prendere il sole!
Mia madre, con voce ferma e garbata:
-         Marcello, meglio se stai zitto.
-         Ma li vedi, se dopo sbagliano strada, a uscire da lì, quelli si fanno ma parecchio male!
-         Marcello chetati.
-         Ma che hai da ridire..
Mentre lo dice è abbastanza vicino da distinguere bene le sagome delle sue due figlie, con lo zio della moglie, ultrasessantenne, cugini vari e biscugini con fidanzate e senza, tutti tra i quattordici e, appunto, gli “ultrassessanta”.
Mio padre decide, saggiamente, di seguire il consiglio della mamma e tace. Se non accompagnava la mamma alla lezione di sci, alla stessa ora sarebbe stato in quel luogo, con quel gruppo lì e sicuramente avrebbe fatto l’incosciente anche lui.
La cosa mi sarà riferita dalla mamma, più tardi, se n’è accorta perfino lei che non correvamo alcun rischio, il babbo persiste nel suo silenzio stampa.
E’ il 1988 grosso modo, è Madonna di Campiglio, è forse la stagione più spensierata che abbiamo vissuto tutti quanti.
Ecco la settimana bianca di Pasqua, si partiva tutti insieme, tre o quattro famiglie, tre generazioni, tutti parenti (ogni tanto si affacciava qualche amico, ma in genere eravamo solo noi, che già eravamo tanti).
La generazione vecchia era costituita dagli zii più giovani della mamma, con le loro famiglie e le famiglie dei loro figli, cioè i miei biscugini, poi noialtri, io la mamma, il babbo, mia sorella. Le mie nonne all’epoca già ronzavano gli ottanta e, Versilia a parte, non si spostavano praticamente mai, faceva eccezione la zia della mamma, sorella zitella della nonna che viveva col fratellino e la famiglia di lui. Per la pace familiare, lo zio della mamma portava anche lei, una duchessa mancata, non fosse stato per il dettaglio che anche lei veniva dalla dura terra ma era stata la prima a dimenticarselo.
Quindi uno stuolo di adolescenti, poi ragazzi appena sopra i venti, i genitori ultraquarantenni e i loro zii sopra i sessanta, tutti quanti si partiva tutti gli anni per Pasqua e si andava a sciare.
Si andava per Pasqua perché c’erano le vacanze, perché la scuola non si poteva saltare, così come non si saltava la confessione del sabato santo e la Messa della domenica. Ci si portava dietro anche le uova da far benedire.
Intanto però si sciava, dalle nove di mattina fino a chiusura impianti, ogni giorno per tutta la settimana, prevalentemente ci si riversava sulle piste tutti insieme, formando un’armata brancaleone che copriva tutti gli stili di sciata possibile, da quelle artigianali della vecchia generazione autodidatta, a quelle più evolute di noi ragazzi, che avevamo preso lezione da piccini.
Ogni tanto il gruppo si sfaldava, i genitori si fidavano addirittura a mandarci da soli sulle piste nere, eravamo noi quelli che avevamo qualcosa da insegnare in materia e questo ci veniva tacitamente riconosciuto dalle stesse persone che avevano incoraggiato qualsiasi sport ci saltasse in mente di fare. Penso che ne fossimo orgogliosi, e un pochino anche loro lo erano (senza mai dirlo, guai), erano tra le piccole cose che avevamo imparato a fare grazie al loro lavoro, al loro progredire incessante in quegli anni, le piccole cose che sapevamo fare meglio di loro.
Tra i ragazzi più giovani, cinque o sei eravamo, nessuno di noi non aveva fatto la sua vacanza studio, scaraventato da qualche parte in Inghilterra nell’estate, mentre le nonne sgranavano rosari, che chissà dov’eravamo e che tempo faceva e che si mangiava. E se ci avessero visti ora, lassù in cima.
Stazionavamo in alberghi di lusso. Eravamo benestanti e lo sapevamo, o meglio, noi più piccoli forse ce ne rendemmo conto solo allora, contando le stelle accanto al nome dell’albergo, i nostri genitori stavano godendosi il loro boom economico, ma alla loro maniera, senza rinunciare alle loro regole, senza mai staccarsi troppo dai parenti-serpenti, croce e delizia di anni felici.
In effetti la nostra vita a casa era molto normale, le nostre case erano grandi, belle, ma nessuna di esse era stata tenuta a battesimo da un architetto, men che meno di grido, la parola “colf” ci era abbastanza sconosciuta, anche se qualcuno di noi vedeva ogni giorno, “la signora che aiuta la mamma” o “donna di servizio” (termini sempre sostituiti dal nome di battesimo, ci parevano quasi strani) che, quando non era una parente lontana, era una che ti aveva visto nascere.
Per la verità, per essere provinciali non davamo nemmeno tanto nell’occhio, si conservava tra noi una strana sobrietà nelle condotte, un’educazione che veniva da lontano, da tempi preistorici, quando era meglio dire una parola di meno che una di troppo, quando in chiesa si faceva silenzio e così via. Non che non si facesse chiasso, eravamo tanti e ci si chiamava, ci si radunava prima delle discese e ci si aspettava, però tutto sommato riuscivamo a tenere una certa discrezione.
Alla fine ci si sopportava anche piuttosto bene per essere così tanti, era il nostro modello di vacanza-per-tutti, modello non esportabile e non copiabile se non da personaggi come lo eravamo noi, imparentati nel sangue, diversissimi nelle anime, legati da un filo invisibile. Non era detto che il clan, infatti, andasse d’amore e d’accordo ogni ora del giorno (da bravi toscani, eravamo e siamo tutti abbastanza ruvidi), che non ci fossero discussioni tra parenti, idee divergenti, piccoli segreti di famiglia, cose che non ci si poteva spingere a dire perché-non-stava-bene, non c’era buonismo, né ipocrisia, alla fine penso che fosse una sana via di mezzo tra il senso pratico e la buona educazione.
Si migrava tutti insieme un paio di volte l’anno dal paesello, dove costutuivamo nuclei familiari distinti e relativamente riservati (quanto poteva permetterlo una rete di parenti così numerosa), alla montagna a primavera, poi d’estate tutti in Versilia, e lì si occupava quasi un intero stabilimento balneare, tra i parenti della mamma e quelli del babbo, cioè di nuovo suo zio e le sue cugine. Ogni famiglia si era acquistata oppure affittava la sua casa al mare. In un chilometro quadrato c’era un bel pezzo del paese. Un modello davvero arduo da esportare, quasi mi riesce difficile descriverlo, pare assurdo perfino a me, perché mentre lo descrivo mi sembra opprimente, mentre all’epoca era solo scontato.
Un periodo meraviglioso. Le stagioni si inseguono e tutto deve per forza cambiare, alcuni di noi crescono, altri invecchiano, altri ancora se ne vanno, e arrivano gli ultimi nati, ora quel gruppo, se si riunisse, sarebbe sterminato. Le persone si allontanano col tempo, come ci siamo un po’ allontanati noi, pur essendo quasi tutti ancora lì, capita che si soffra, è capitato e capiterà ancora.
Ecco cosa c’era di meraviglioso, sembrava tutto in movimento e tutto fermo allo stesso tempo, di fermo c’era la nostra certezza che tutto andava bene e tutto sarebbe sempre andato bene.
Ce la trasmetteva questa certezza, a noi piccoli l’età, quell’età che ti fa sentire immortale, ai nostri babbi l’aver costruito, anche da soli, anche con fatica, quel benessere, quel lusso, e la tranquillità nel vederlo ancora lì, alla loro portata, alla generazione prima la lontananza dalla guerra, dalle difficoltà, la lontananza da quei tanti lutti da tempo alle spalle, e la soddisfazione di esserne usciti vincitori, pieni di regali da dare ai figli e ai nipoti e a quelli dopo ancora, pareva che il ciclo non sarebbe mai finito.
Una magnifica illusione. Ma nella vita, quando va tutto bene, non ci si pensa mai che possa cambiare in peggio. E ci mancherebbe. Casomai il contrario, quando tutto va male, si vive e si spera ancora nel meglio e se non fosse così il genere umano si sarebbe estinto da un pezzo.
In questo mio racconto c’è una punta di malinconia e una di orgoglio. Un po’ perché quel tempo è passato, un po’ perché so che noi eravamo speciali, con tutte le nostre strambe usanze, le nostre armate brancaleone, le nostre sortite da provinciali in giro per il mondo. Anzi, non devo dire noi, devo dire loro, quel paio di generazioni lì che ci portavano e ci mandavano in giro, loro erano speciali, nel bene e nel male, speciali come lo fu quel periodo per tutti.

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