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Periferia

"-Giuglioo..Giujoo..ma chi è tu’ madre?”

17 Gennaio 2010 alle 09:59

"-Giuglioo..Giujoo..ma chi è tu’ madre?”
L’autobus 46 passava davanti al mercatino di via UrbanoII, lungo via Boccea..Er 46 co’ li fili,co’ quele du’ aste nere lunghe lunghe, ch’ogni tanto er conducente scegneva a sistemalle  per  bene (ce vo’ pazienza): te le manovrava co’ du’ corde come n’aquilone..e quanno ch’ereno rientrate ne li antri fili per aria (solco periclitante)..sciàk sciàk, du’ o tre scintillone  viola te sfarfallavano l’occhi. Il mezzo, nelle mattinate invernali, come un carrozzone di luminarie (infallita premonizione di magnifiche sorti e progressive) trascorreva nel lume brusco la buia la  fila di siepi a lato della  campagna ad olivi dei Carissimi, rifilando margini necessariamente  fangosi, quando non  si creavano pozzanghere  come piccoli stagni: e tutto si inzuppava in quel color caffellatte. E a noi ragazzi –co’ le galosce  beninteso- al ritorno da scuola, non ci pareva vero de ‘nnà a caccia de girini in quei pantani.
Co’ le belle giornate ar prato, subito dopo le cataste de palanche de legno ammucchiate fori li cantieri, a guardà li regazzini che nun se faceveno male, se ritrovavano puro quarche madre, quarche nonna sedute  co’ li seggiolini a cucì, a fa la maja che se portaveno dietro; se metteveno in circoletto come ‘ntorno ar focolare, e chiacchieravano, e se davano consiji sur filo, su le cuciture, co’ quarcuna più esperta:”secondo voi  sto annà bene così?-no devi calà de uno- sto a rifà l’orlo a mi fijo, quello cresce sempre..drento casa si nun sai mette  du’ punti”. Su tutto aliava la frescura fienile, viridescente afrore, memoria aromatica di leguminose e graminacee, incombendo la plaga dei tramonti sospesi per attimi irripetibili. Il prato, embrione di sogni, archetipo di storie, magma indistinto di potenzialità infinite, determinate poi dall’atto –impietoso- nel sinolo accadente.
A Giù  ‘namo  a la marana a caccia de rane..famo l’arco co’ le stecche de l’ombrello..gajardo!..du’ saccocciate  de  more..t’aa se’ fatta a mazzafionna?..i fichi der forte Boccea dietro a  Varcannuta..Aho amo trovato un riccio..giù a la rete dei Carissimi..no ‘e lucertole incinte nun se ammazzeno, cianno i piccioletti..Mhjvvnin aveide qeav ..l’hanno portato ‘n collegio,’na specie, stava male de bronchite..Phlhiavdew Acilhjos..
 
La strada nuova sembrava interrompersi ma impercettibilmente avanzava su grandi argini di terreno di riporto e detriti. Inesorabilmente scomparivano per i ragazzi  vecchie  finzioni avventurose: il cisternone, quasi un nuraghe diroccato e pervio solo ai corpi sguscianti de’ creature de  dieci-undicianni; la vallata delle pecore, meta di pecorari renitenti alla  transumanza..
Scomparivano quei giochi ma con l’avanzare della strada e con essa  dell’orizzonte, lo sguardo si prolungava verso nuove periferie. Era così la frontiera. Tutto evolve. E venne  il giorno in cui  arrivò pure il paese dei balocchi: l’inaugurazione dei grandi magazzini di largo Boccea. Che  bailamme! Tutto ‘no sbrilluccichìo,’na ressa! Ragazzini ,persone grandi..Te saresti comprato tutto! Quanto a fallo pe’ davero poi..beh era n’artra cosa..ma  te beavi coll’occhi! E li specchi,le commesse..Era pieno de’ giocattoletti , come  a’ le  giostre!
Ma in mezzo al nuovo che  avanzava qualcosa , a volte, restava. Lo stagno delle farfalle..Ma  che! ‘na pozzangherona de merma verde verde, abbandonata.. ma,  per occhi più piccoli, a primavera,  il regno delle farfalle,dei petali volanti..
 
Giuglioo…A ma’ è presto! Ancora no!>>.
 

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