Lo scarto

Pieve Cesato. Una frazione di Faenza. Luogo anonimo, casolari vecchi e villette nuove si alternano nel paesaggio piatto.

14 Gennaio 2010 alle 09:41

Pieve Cesato. Una frazione di Faenza. Luogo anonimo, casolari vecchi e villette nuove si alternano nel paesaggio piatto. Cielo striato di rosso, varicoso. A ridosso di Faenza ci sono le colline che iniziano l’appennino tosco-romagnolo ben più interessante. Ma verso nord la pianura. Ettari di frutteti. In mezzo al paesello la pieve. Nella pieve un presepio unico nel suo genere: in segatura.
Con materiale di scarto del legno, impastato con acqua e colla, statue a grandezza naturale.
I presepi sono belli in sé, ma questo è veramente particolare perché i due artisti che hanno scolpito una bellissima natività sono partiti da uno scarto.
 
Così mi viene in mente “Gran Torino”.
Prendere uno scarto, in quel caso della società, e farne qualcosa di bello è ciò che riesce in effetti a Walt Kowalski l’operaio vedovo interpretato da Eastwood in “Gran Torino”, film dalle riprese splendide seppure su limitatissimi soggetti: due case con travi di legno chiare, classiche del midwest rurale americano col praticello antistante, una stradicciola di periferia, l’interno di un negozio da barbiere, la Gran Torino del ’72, una di quelle macchine da fantascienza che facevano anni fa, prima che dalla smania di uniformare tutto si è deciso restyling dopo restyling di costruirle tutte uguali.  Con così poco, con una location che starebbe in un carro del Carnevale di Viareggio ne esce un film animato di un’umanità straripante. Vibrante e intenso, tragico e comico. E soprattutto educativo.
Per il giovane con gli occhi a mandola che non parla, che non spicca il volo da solo, e per lo stesso vecchio Kowalski che intorpidito da una vita troppo normale si definisce come persona aiutando il ragazzo a trasformarsi da bruco in farfalla, mettendolo a confronto con i bulli, quelli cattivi sul serio, quelli disposti ad uccidere, loro per davvero con la segatura nel cervello. Scolpendo il suo Pinocchio dal zocco di legno scartato trova la ragione del vivere, ma per farlo deve confrontarsi con il male, contro il male.
 
Quel male sempre pronto a distruggere una bella cosa.
Nonostante spesso faccia fare il salto di qualità, al film e ai suoi personaggi generalmente, e soprattutto alle persone, nella vita di tutti i giorni, riuscendo a farci estrarre il meglio di noi stessi per affrontarlo, quando arriva il male, quello vero, mi è troppo difficile trovare un comportamento ideale tra le poche alternative: quella un po’ sbiadita del porgere l’altra guancia, del lasciar fare, alla quale si contrappone quella sempre cristiana dell’ascolto, della tentata riappacificazione con il male,  del conclusivo perdono.
Ma se il male è indicibile, inarrestabile, debordante, come Chigurh in “Non è un paese per vecchi” di McCarthy? Tralasciando il cinema che raramente perdona e propende per la vendetta, nella vita reale quando la cattiveria è esagerata anche le precedenti alternative mostrano i segni dell’usura.
Quando si incontra Chigurh non ho risposte.
 
Torno così a Pieve Cesato, al presepe fatto di segatura.
Forse l’unica soluzione in definitiva è aumentare il bene, moltiplicarlo.
Almeno farlo nascere.
 

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