Rapida discesa negli anni ’90 e ritorno senza censura

Baaahmscraaashtuuumcraaack era grossomodo il suono con cui venivamo svegliati all’alba, se per caso all’alba stavamo dormendo.

11 Gennaio 2010 alle 09:39

Baaahmscraaashtuuumcraaack era grossomodo il suono con cui venivamo svegliati all’alba, se per caso all’alba stavamo dormendo. Vinicio diceva “sono un virtuoso del feng-shui” e si tirava dietro tovaglie, piatti, tavoli, sedie e bicchieri, ogni volta che rientrava in casa. “Sono un virtuoso del feng-shui e sono qui per portarvi dei fiori”, diceva.
Lui la notte, se era sufficientemente alterato, andava in giro a spaccare vetrine di fiorai e rubava mazzi di fiori (che poi erano finti e in realtà si trattava di matite a forma di fiore) per portarli a me e a Cosimo in segno di amicizia.
Poi si imbottiva di efedrina spagnola e si metteva a studiare per il suo esame di estetica.
Questo succedeva negli anni ’90 ed io abitavo in una casa occupata, proprio sopra un bar frequentato indistintamente da punk, pensionati, operai, transessuali, disoccupati e da uno che diceva di essere un pompiere ma in realtà vendeva bombole del gas.
Fare qualunque cosa avesse più o meno la parvenza di artistico era motivo sufficiente per muoversi, agire, non agire, subire....insomma fare qualunque cosa.
La città era un immenso parco giochi e noi prendevamo il mondo dell’arte molto più seriamente di quanto il mondo dell’arte facesse con noi.
C’erano le case occupate, le feste in strada, le radio di quartiere, le cantine, le cantine e le cantine delle case occupate.
Stavamo mettendo in pratica anni di studi su come se la cavavano i nostri eroi.
Ho imparato a regalare opere, a falsificare i biglietti in duplice copia delle ferrovie, ad assumere quantitativi spropositati di diazepam e ad andare il giorno dopo in biblioteca come se niente fosse.
Facendo mente locale sull’ultimo decennio di vita di Bologna, mi vengono in mente le espressioni collettivo e comunità e fortunatamente in nessuna accezione Hippie: certo c’erano gli attivisti di sinistra e le lesbiche separatiste, ma mi guardavo bene dal frequentarli perché io ero giovane e loro spaventavano i bambini.
Il fermento e la vivacità degli anni ’90 erano come un’infinita gavetta in cui potevi arrischiarti sino all’ultimo capello che tanto, male che andasse, potevi arrischiarti un’altra volta. Naturalmente il senso della novità è sempre un grande incentivo per appassionarsi alle cose.
L’espressione “l’unione fa la forza”, a Bologna si traduceva in Link (all’apice della sua attività), in Depò, in Campo delle Fragole, la galleria Neon, gli albori del Dum Dum, Luther Blissett, la Zoo e in molte altre follie create da chi voleva a tutti i costi fare parte di questo “tutto”.
Persino Barilli sembrava più simpatico.
Poi è successo che i posti hanno iniziato a chiudere e la scusa ufficiale è sempre stata che portare avanti un locale, galleria o quello che è, è una bega, è impegnativo, è dispendioso. La realtà è che tutti vogliono del tempo da dedicare solo a loro stessi. Più o meno così abbiamo smesso di avere una vita sociale ed abbiamo iniziato a fare le cene in casa tra amici e a covare dentro quello che prima manifestavamo in giro.
Curiosamente è proprio all’anno 2000, anno di “Bologna capitale europea della cultura”, che si può far risalire l’inizio della parabola discendente della città, che da discendente è nel frattempo diventata “scavante”.
Artisticamente e professionalmente siamo tutti cresciuti e Dio mi scampi dall’essere nostalgico perché tanto ogni presente è odiato da chi lo vive. Solo che ora ci si guarda intorno e non si vede nulla. Chi c’era a fare rumore, ora non c’è più: tutto qui. Il principale problema che questa città ha sempre avuto, è stato di non voler mai ammettere che la cultura, quella vera e per cui Bologna è riconosciuta, la fanno gli artisti nell’ombra, persone ai limiti della legalità, promoter con grande iniziativa personale, piccole associazioni che mettono in piedi programmazioni di un anno con meno di 2000 Euro. E invece le ambizioni istituzionali dell’amministrazione continuano a far guardare verso un altrove che non esiste e che non si può permettere.
Bologna però non ci lascia allontanare più di tanto, anche se non nascondo che spesso abbiamo progettato fughe e traslochi vari. Si è riprovato ad animare la città con Casa Logic, ad esempio, e ci siamo riusciti. Però dopo un anno ci hanno fatto sloggiare.
Ultimamente Franco, un amico artista, ha iniziato a sparare ai piccioni sui tetti con quei fucili a piombini che puoi avere senza un porto d’armi e pensiamo di estendere la caccia anche ai punk-a-bestia e agli studenti dell’Accademia, ma a parte queste iniziative, i momenti ed i luoghi di ritrovo sono talmente esigui che quando c’è un vernissage in qualche galleria superstite, diventa più che altro un pretesto per vedere persone che se no non vedresti mai. Allora si deve risolvere tipo un anno di pubbliche relazioni in un pomeriggio e siccome è piuttosto stressante, va a finire che non si va nemmeno a quell’unico vernissage.
Va bene, questi sono paradossi.
Alcuni segni positivi sembravano iniziare a far capolino nella vita culturale della città: aspettavamo che tutte le vecchie proprietarie immobiliari tirassero le cuoia, che cambiasse nuovamente la giunta e che aprisse il MAMBO, che forse si ricominciava a ballare. Poi il MAMBO ha aperto ma siamo rimasti tutti nello stesso limbo. E non nel senso del ballo.

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