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Scannare il maiale

Nell’immaginario collettivo, da nord a sud, il giorno in cui veniva ucciso il maiale è rimasto indelebilmente impresso come un momento di tragedia e di verità.

23 Novembre 2009 alle 10:23

Nell’immaginario collettivo, da nord a sud, il giorno in cui veniva ucciso il maiale è rimasto indelebilmente impresso come un momento di tragedia e di verità. Anche oggi, in tempi in cui ben pochi possono dire di avere partecipato ad un evento del genere, esso è bene presente nella memoria di ognuno e ben conosciuto in ogni suo dettaglio  dalla più parte degli Italiani, proprio perché l’elemento emotivo e sconvolgente di quanto accadeva è stato trasformato in racconto mitico e tramandato di generazione in generazione, essendo le origini di noi italiani al 90% contadine.
Nell’uccisione di maiale non c’era nulla di gratuitamente crudele, nulla di insensatamente violento, nulla di irrispettoso e degradante. Al contrario, tutto avveniva secondo una logica chiara e netta e dava a ciascuno partecipante una visione più limpida e più profonda del proprio stare al mondo, proprio perché mostrava il lato tragico e inconfessabilmente iniquo della vita. In questo senso era un rito religioso, proprio alla maniera degli antichi sacrifici dei nostri avi Greci e Romani, e, al tempo stesso, un fatto tragico, ossia un momento di purificazione attraverso la presa di coscienza del limite del nostro cercare un senso umano al vivere, cozzando questo contro la necessità divina che governa l’ordine delle cose e che è assolutamente avversa e incomprensibile nei suoi scopi finali al desiderare e al concepire umano. L’animale – in Emilia non a caso il maiale viene appunto chiamato nimal, cioè il vivente generico e universale – viene allevato giorno per giorno se non in casa, nei pressi di casa, curato con cura perché non si ammali e deperisca, alimentato quasi con lo stesso cibo che si mangia in casa, per arrivare al giorno in cui viene tratto dalla sua stalla, abbrancato da cinque o sei uomini robusti, sgozzato con un coltello affilato affinché il suo sangue defluisca interamente dalle sue vene, quindi messo a bagno in acqua bollente, raso con cura pietosa e meticolosa di tutte le sue setole, infine appeso ad una croce e sventrato delle sue interiora, quindi macellato con minuzia e tecnica perfetta affinché ogni parte del suo corpo possa essere utilizzata proficuamente per uso alimentare.
Per un misterioso processo empatico, il maiale era perfettamente conscio di quello che stava per accadere, già molte ore prima che la sua esecuzione avvenisse. Cercava rifugio nell’angolo più profondo della sua stalla, grugniva e gridava disperato quando gli uomini cominciavano a trascinarlo verso il luogo del supplizio.
Come negli antichi riti di sacrificio, le donne  non reggevano la vista di questo spettacolo e cominciavano piangere e singhiozzare coprendosi gli occhi e invocando il perdono divino per quanto stava per accadere, gli uomini dovevano mostrare di avere il cuore e il polso fermo, ossia di essere forti abbastanza a far fronte all’orrore che, fuori di noi, si rispecchia in noi e ci impone di essere complici, di essere parte dell’orrore che ci orripila.
E allora tutto a tutti è chiaro distinto: siamo vivi perché qualcuno muore, la nostra vita  non è innocente, il nostro vivere può avvenire solo a spese di una parte di ciò che vive con noi e in noi. Diveniamo così più consapevoli, più giusti, più veri. Intanto, col procedere del lavoro, il corpo dell’antico nimal perde la sua originaria forma, ora è carne tagliata, ammonticchiata e rosea, è osso, ciccia, budello, pelle. Così smembrato si finisce per perdere la visione dell’insieme delle sue parti e ogni pezzo comincia ad assumere una sua realtà separata e pian piano allettante: ecco qui un bel cosciotto da mettere sotto sale - senti quanto è tenero  -, dice Gianni a Giuseppe, palpeggiando compiaciuto il muscolo del gluteo. E quelle frattaglie di fegato, di polmone, di cuore, belle pronte per essere messe in padella, con la fame che ci è venuta per la fatica fatta, non fanno venire una certa acquolina in bocca? Anche le donne si sono ben riprese, e sono le più brave nel ripulire le interiora, gli intestini in particolare, dalla loro merda, affinché il budello possa poi contenere e conservare il salume. Ed ecco che pian piano il dolore e l’orrore si smorza, si fa tiepido cordoglio, si confonde con un sorriso di piacere per l’abbondanza che ci aspetta, e quando il primo fuoco sfrigola il profumo di carne fresca alla griglia, il silenzio di cordoglio si dissolve in riso e in canto di festa.  Il sapido sapore delle carne ci conforta della verità  ultima della tragedia che è appunto pace e gioia: adesso sappiamo che non siamo  noi ad avere fatto la vita, ad avere generato le erbe, i corvi, le serpi, gli agnelli, i tori, i nimal. Non siamo noi ad averci dato la fame e lo stomaco, il desiderio inesausto di vivere e di godere anche a costo della vita di un qualunque nimal. Noi siamo solo comparse e burattini di una recita che non abbiamo né inventato né sappiamo con quale trama andrà avanti. Possiamo fare solo la nostra parte e dunque mangiare con gusto  e riconoscenza il nimal, e avere fiducia.
 

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