cerca

Cipriano

Con i miei compagni di allora, ho trascorso l’infanzia giocando a pallone nei posti più improbabili: strade, parcheggi, terrazze, scalinate, salite; ovunque ci fosse una saracinesca, un portone, un albero, un lampione, una grondaia, a delimitare almeno approssimativamente l’agognato gol, giustificazione suprema di ogni colpevole sudata.

27 Ottobre 2009 alle 16:02

Con i miei compagni di allora, ho trascorso l’infanzia giocando a pallone nei posti più improbabili: strade, parcheggi, terrazze, scalinate, salite; ovunque ci fosse una saracinesca, un portone, un albero, un lampione, una grondaia, a delimitare almeno approssimativamente l’agognato gol, giustificazione suprema di ogni colpevole sudata.
Non parlo, evidentemente, di quegli angoli di paradiso che erano i campetti, vagamente rettangolari, a volte sterrati, naturalmente destinati al gioco del calcio e dove i legni di porta, di norma assenti, erano sostituiti da cumuli di cappotti e vestiario assortito: troppo rari e distanti per assurgere a consuetudine di noi precocissimi calciatori compulsivi, costretti dalla tenera età entro i confini del quartiere.
Parlo di aree urbane proditoriamente sottratte alla circolazione di veicoli e pedoni; di triangolazioni interrotte dal passaggio di autisti impudenti; di cross fuori misura rozzamente incornati da cofani e parabrezza in transito nei paraggi; di palloni malamente calciati che rotolavano via nel traffico, uscendo marchiati ma miracolosamente integri dal rovinoso tackle con marmitte roventi e pneumatici mordaci; di pallonetti impazziti stoppati da finestre e vetrine stolidamente frangibili; di bordate prodigiosamente abbrancate da fioriere, ringhiere, balconi, tetti, e di ingegnose e ardite operazioni di recupero; di casalinghe urlanti e negozianti minacciosi, di vigili e di sirene lampeggianti e di fughe in ordine sparso con nessuna consegna se non il sacro dovere (per colui che lo aveva a sé più vicino) di salvare lo sferico vessillo; e ancora, di dita contuse, di ginocchia sanguinanti, di gomiti abrasi, di mocassini spellati, di pantaloni divenuti impresentabili (soprattutto alla mamma) di maglioni slabbrati e di brandelli di cotone, orride metamorfosi di camicie.
E così oggi, girovagando per quei luoghi amati, nel vedere quelle antiche arene appannaggio incontrastato di motori variamente carrozzati, inesorabile, la tremenda sentenza di San Cipriano, mundus senescit, si è insinuata suadente nei miei pensieri.
C’è un piacere perverso nella sensazione che ogni cosa è destinata alla malora: la consolazione che dopo tutto la morte è grata perché ci preserva da tempi peggiori, insieme alla maliziosa compassione per coloro che ci sopravvivranno in un mondo intristito e corrotto che ha conosciuto con noi l’ultima felicità possibile.
Semplice superstizione, obietto: d’altro canto, però, l’entropia, il caos che divora il cosmo, pure è un fatto…
Il suono di un clacson mi richiama alla realtà, solida come il muro di mattoni alle mie spalle; alzo lo sguardo e scorgo, oltre l’andirivieni di automobili, il destinatario di quella invadente segnalazione acustica.
Trafelato, un bimbetto pencolante sul ciglio del marciapiede aspetta il momento per attraversare.
Ha fretta; una smorfia rivela la frustrazione per un’attesa che il suo metabolismo forsennato misura in ore; gli occhi, scuri e seri, controllano febbrilmente il traffico; la sua attenzione pare chiaramente altrove.
Mentre continuo ad osservarlo, d’istinto, rapido, mi muovo appena; è uno di quei moti inconsulti che il cervello sembra aver fiduciosamente rimesso all’arbitrio di muscoli resi esperti da innumerevoli ripetizioni.
Il bimbo mi nota; appare visibilmente sollevato quando mi parla.
“La palla, per favore” mi grida, accompagnando le parole con un gesto.
Realizzo che il suo ditino sta indicando un punto tra i miei piedi e simultaneamente il gradevole tocco del caro oggetto, già al sicuro sotto la mia suola, diventa percezione cosciente.
Lui, ora tranquillo, ha nel frattempo attraversato e si avvicina; con un preciso colpo sotto, restituisco il pallone all’abbraccio del suo fedele compagno, accorciando i tempi del tenero ricongiungimento e dimostrando a me stesso che almeno il tocco è quello di una volta.
Poi, meravigliosa, la rivelazione!
Capisco che quel bimbo sono io perché io sono stato quel bimbo; capisco che un bambino che gioca è infinitamente più dell’effimero individuo che incidentalmente lo incarna: è un archetipo, un universale, impenetrabile alle inderogabili leggi della materia e del tempo.
Capisco che quelle parole definitive e crudeli sono la suggestione di un uomo che ha creduto di scorgere nei miseri fatti della storia, l’impossibile declino di un’umanità immutabile: sì, mundus senescit, ma non il suo spirito, che fa di ogni uomo che nasce il primo uomo nato.
Il bimbo è ancora lì.
 
Dopo un istante di esitazione, che sa di timorosa gratitudine, si volta e fa per andare.
“Come ti chiami?” gli chiedo quando è già pronto a scattare.
“Cipriano” risponde sorridendo.
Sorrido anch’io, ebbro di eternità.
 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi