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Per gli amici della Liguria

Ho vissuto la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia prima giovinezza nel ponente della Liguria. Ora sono molti anni che non torno alla terra dove riposano i miei genitori, i miei nonni, dove ancora vivono tanti di coloro con cui facemmo giovani baldoria e furore.

19 Ottobre 2009 alle 10:24

Ho vissuto la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia prima giovinezza nel ponente della Liguria. Ora sono molti anni che non torno alla terra dove riposano i miei genitori, i miei nonni, dove ancora vivono tanti di coloro con cui facemmo giovani baldoria e furore.
Non provo nessuna nostalgia, nessuno rimpianto. Perché tutto il bene che ho avuto lo conservo in qualche angolo chissà dove, e, quando qualcosa mi viene a mancare, balza fuori a dirmi le giornate di gennaio con la luce così nitida lieve e cristallina che anche la vela laggiù sul filo dell’orizzonte si vede netta come il disegno a smalto sul cristallo di un vaso. E sai allora che quello che ti strugge è come tanta trasparenza ti attraversi l’anima senza che con la mano tu possa trattenere la meraviglia e il lume che per un istante ti mostra quanto vero sia l’esistere.
Il viola delle bouganville, a cascata sui muri di cemento lungo le strade, lo tengo ben riposto in qualche  tasca, così come il profumo dolce di primavera che le piante di limone ti portano alla sera perché il sonno ti faccia sprofondare  in una nube celeste di cielo.
Il rumore sordo della risacca contro il molo, che fa gridare di disperazione i gabbiani alti nel cielo, e si mescola all’odore marcio del salino che decompone le alghe  e mangia i legni abbandonati alla deriva, lo sento netto e preciso quando cerco di ricordare un volto, un fatto, un discorso detto con un amico lungo il molo la notte buia dell’inverno. No, non ricordo il volto, non ricordo il fatto, non ricordo nessuna parola. Il tonfo implacabile dell’acqua che alza il marcio della salsedine quello invece per sempre e ovunque. E così il vibrare dell’estate che confonde col suo tremore in un grigio acquoso mare e cielo, e avvolge i contorni delle cose, che ondeggiano si dilatano si sfaldano si ricompongono, pure macchie di colore, costumi rossi, bianchi, azzurri, neri, dall’alto visti in basso, variopinti ombrelloni come ombrellini infissi su di una torta gelato di sabbia gialla.
E l’odore buono di sole e di salsedine delle donne, bagnate di mare, che a guardare con amore all’inguine lasciano che il nero di qualche ricciolo passi oltre il confine di stoffa, perché tu possa impazzire della felicità di esistere nel vero di quanto ci è dato dall’amore di vivere.
 

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