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Trinceras

È una sorta di colpo al cuore che mi prende ogni qualvolta uno dei nostri soldati muore dilaniato in un qualche remoto angolo di mondo. Quando poi il “soldato” è sardo, come nel caso del giovane caporal maggiore Matteo Mureddu, uno dei sei militari italiani morti nell'attacco suicida di Kabul, lo scorso 17 Settembre, non posso impedirmi di provare anche una strana “stretta” che grava sull'anima.

21 Settembre 2009 alle 10:43

È una sorta di colpo al cuore che mi prende ogni qualvolta uno dei nostri soldati muore dilaniato in un qualche remoto angolo di mondo. Quando poi il “soldato” è sardo, come nel caso del giovane caporal maggiore Matteo Mureddu, uno dei sei militari italiani morti nell'attacco suicida di Kabul, lo scorso 17 Settembre, non posso impedirmi di provare anche una strana “stretta” che grava sull'anima.
Sarà che le cose per noi sardi non sono cambiate più di tanto da quando i nostri avi venivano richiamati per andare al fronte! Ora come allora, a parte le rare eccezioni, partono perché “costretti”. Raccontavano i nostri vecchi ogliastrini che, durante la Grande Guerra, a “costringerli” erano i “marescialli” che si presentavano all'improvviso nelle case, mentre loro si trovavano in campagna a pascolare gli animali. Quello recapitato era comunque un ordine a cui non si poteva disobbedire - sebbene molti lo fecero, pagandone le amare conseguenze.
Il problema era infatti capire dove si stava andando e cosa si sarebbe andati a fare. Certo, i contadini e gli allevatori isolani comprendevano che sarebbero dovuti andare “a gherrae”(2), in “su fronte”(3), contro il Nemico. Ma il nemico di chi? Sicuramente non il loro, che già avevano difficoltà nel riconoscere - se non a comunicare - con la Parte Amica. Ma, dall'Ogliastra a Civitavecchia, passando per Cagliari, i richiamati scoprivano presto, e a loro spese, che il temutissimo “fronte” non era poi così lontano. Con tutte le sue  atrocità. Con tutta la sua solitudine.
Di fatto, a proteggerli, ad “interessarsi” del loro destino, restavano solamente ”is trinceras” (1) che scavavano di propria mano - e che venivano descritte come “fossati alti, larghi, capaci di nascondere l'uomo che sparava”. Nelle trincee si mangiava e si dormiva. Si viveva. Spesso ubriachi del vino che veniva fatto circolare per permettere al corpo di riscaldarsi, ma soprattutto all'anima di vincere la paura, la naturalissima fobia dell'ignoto che attanagliava l'Essere. Storie di Sardegna. Dimenticate.
Ma storie di Sardegna che, nel tempo, sono pure mutate soltanto quel tanto che basta a riflettere le mutate situazioni socio-economiche locali, nazionali. Internazionali. La verità recita infatti che, molti dei racconti di vita di ieri e di oggi, si somigliano spaventosamente nella loro essenza più vera. In virtù di questo, si può senz'altro dire che una parte importante dei ragazzi sardi che si arruolano oggidì lo fanno perché “costretti”. Non dal capoccia di turno, rappresentante locale di una misteriosa quanto sconosciuta, lontanissima potestà, ma dalle necessità contingenti.
Dalla necessità di liberarsi dell'ombra soffocante che da millenni avviluppa la Sardegna interna, et non, dalla necessità fisiologica di costruirsi un percorso, possibilmente alternativo a quello che ha determinato il destino dei padri. Che continua a determinarlo. Dalla necessità di sfuggire alle grinfie, spesso fatalmente attraenti, di una tentazione-criminale giustificata, da sempre, dal mai dimenticato mito della balentìa-a-tutti-i-costi. E si potrebbe andare avanti all'infinito.
“Oggigiorno, sono comunque ben pagati!” si sente poi, de vez en cuando: le bocche delle rane-dalla-bocca-grande tendono per loro natura ad eruttare senza requie! Il cervello collegato permetterebbe però di realizzare che “oggigiorno” sono in tanti a ricevere lauti compensi, senza per questo avere necessità di rischiare la vita, senza meritarli e, molto spesso - vedi la corrente crisi cafonal finanziaria e scandali correlati, ma non solo - elegantemente sfilando la pecunia dal nostro portafoglio senza colpo ferire. E senza correre rischio alcuno.
Occorrerebbe almeno avere rispetto! Rispetto delle scelte di vita. Rispetto di decisioni che, a mio avviso, sebbene originate da una ridotta possibilità di scelta - riflettono anche una data necessità dello spirito di rivelarsi nella Sua Essenza. Non ho dubbi infatti che Matteo, così come il 99% di questi nostri ragazzi che ogni anno lasciano la loro casa per andare a servire la Patria (perché, per inciso, questo è il loro lavoro), a servire noi, si sia arruolato soprattutto perché convinto di poter dare qualcosa in quel particolarissimo ruolo. E non ho dubbi che lui, come gli altri, abbia trovato conferma della bontà delle sue intenzioni vivendo la quotidianità “differente” delle zone martoriate che ha scelto di andare ad aiutare. A rischio della propria vita.
Si, di andare ad “aiutare”. Mi rendo perfettamente conto che questo non sarebbe il verbo utilizzato dai tanti contrari a questo genere di missioni militari - ma, nel caso specifico, la cosa non mi sorprenderebbe.  Molto più difficile mi risulta capire le motivazioni che spingono coloro che queste operazioni le hanno volute e le hanno promosse, a nascondersi, e a proteggersi, dentro una sorta di “trincea mentale” ogni qualvolta arrivano "cattive nuove" da questi moderni “fronti” di battaglia. Si butta la pietra e si ritira il braccio. Meglio ancora, ciò che è buono e giusto prima diventa cattivo dopo - ciò che è stato perfettamente legittimo e valido fino a ieri, viene completamente rimesso in discussione oggi.
Non ho capito: ma dove crediamo di mandarli questi ragazzi? Ripeto, occorrerebbe avere rispetto. Rispetto delle scelte e delle storie di vita. Della memoria. Del lavoro altrui. Ed il rispetto deve venire primariamente dai rappresentanti di quella Patria che questi ragazzi vanno a servire, mentre l'appoggio di tutti noi, pro o contro, dovrebbe essere totale. Incondizionato. Dall'inizio alla fine.
Perché ci rappresentano. Perché rappresentano il nostro Paese. Perché portano dentro reminescenza delle fatiche e delle molte umiliazioni che hanno dovuto subire i nostri avi. Loro invece si. Dimenticati. Lasciati morire. In solitudine. Al freddo. Aintro de is trinceras (4).

Note:
(1) Le trincee.
(2) A combattere.
(3) Al fronte.
(4) Dentro le trincee.
 

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