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Microcosmi

Certo che quell’“ancora…ancora” soffocato era proprio un bell’intercalare per dar vita a quel cigolio, altrimenti solo rumore da ingranaggio mal oliato.

18 Agosto 2009 alle 16:56

Certo che quell’“ancora…ancora” soffocato era proprio un bell’intercalare per dar vita a quel cigolio, altrimenti solo rumore da ingranaggio mal oliato. E’ vero, ci fu il sonno cronicamente troppo lieve e la moltitudine dei caffè sparsi nella giornata, ma con quella cadenza da pendolo che oscilla, il passo che separava il dormiveglia da un ipnosi da occhi spalancati fu inevitabile, quanto breve. Forse aveva ragione la vicina di casa nel dirmi che mi sarei dovuto trovare una ragazza, allora magari anch’io avrei potuto rendere meno bugiardo il silenzio della notte, festeggiare la vita invece di fissare ebetito il soffitto. Già, forse aveva ragione per davvero lei che ben sapeva come non ci sia niente di più vero dell’assenza, del vuoto vivo e vegeto che circonda.

“Ciao… Ciao mamma ci si vede dopo”. Fu il marzo di qualche anno addietro, non sembrerebbe ma la primavera può essere davvero la stagione più crudele, quando quel “…Ci si vede dopo” s’accartocciò in una curva neanche poi tanto pericolosa, a cinquecento metri da casa. Non feci in tempo a conoscerla e di lei non seppi niente se non che i sogni di una ventenne, nascosti dietro occhi scurissi, capelli mori, riccioli e folti come non mai, finirono in una carambola tra gard rail in un pomeriggio troppo assolato e vivo per quello che stava capitando.

Ci si incrocia allora di rado per le scale, e sarà che ultimamente mi aveva visto passare sempre da solo, ma o mi fermava per mostrarmi qualche foto, o scherzando mi rimbrottava dicendomi appunto di trovarmi una ragazza. Per il resto lei parlava con lo sguardo, con quei due occhi, piccoli mondi ciechi che fissavano e intimidivano da quanto arrivavano fino alle ossa. No, mai sentita contribuire anche per un solo decibel al bla bla bla generalizzato di tutto il palazzo su quanto fossero alte le rate del condominio, su come puliva male la ditta della pulizie, su chi la sera faceva troppo casino e via dicendo, e neanche a quel bla bla bla più soffuso, di sciuro più circospetto, su quegli immigrati da poco entrati in affitto in un paio di appartamenti. “…l’importante è che siano venuti a lavorare, no?” veniva allora digrignato a denti stretti alla fine di ogni conversazione, ma con un aria però che non celava nient’altro che auto convincimento, un misto di timore e rassegnazione.

Retro pensieri quindi. Il vicino di pianerottolo mi ci aveva fatto quasi cascare, e di certo quell’abitudine di parlare tra di loro nella propria lingua contribuiva a gettargli addosso un alone di sospetto, ma poi sarà stata l’apparenza della loro gentilezza, il fatto che lavoravano come muli da mattina a sera o più semplicemente le corse a rotta di collo della loro bimba nelle scale per andare a giocare nel giardinetto davanti casa, ma alla fine cedetti all’evidenza di quanto fossero banalmente normali.

Il sonno perso, però nel frattempo rimase tale e cioè in sospeso tra quello scricchiolio e l’apice della calura estiva. Un bicchier d’acqua, una doccia refrigerante magari sarebbero serviti. Sarà, ma alla fine mi trovai in terrazza a venir meno ai ripetuti giuri e spergiuri sul numero di sigarette massimo giornaliero. Nel piazzale quello del primo piano si faceva trascinare dal cane chi sa dove. Chi fosse al guinzaglio dei due era un mistero, ma forse era un prezzo equo da pagare per la speranza di trovare la moglie addormentata una volta tornato a casa. La luce del lampioncino del giardino non ancora funzionante diceva quanta poca voglia il capo scala avesse di chiamare l’elettricista.

Poi d’improvviso lo schianto di un porta, ed i passi veloce tra le scale. Il bolero era finito, molto prima del solito, ma evidentemente era stasera che il marito di quella di sopra sarebbe tornato.

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