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Reunion

Amo questa rubrica del Foglio. Essenzialmente perchè provo la sensazione di essere in redazione, perchè rende familiare l’ambito di un giornale, perchè mi sembra di essere lì col mio caffé, pronto a dire la mia, pronto a ridere sotto i baffi mentre qualcuno ne tira fuori una delle sue. Eccomi allora pronto ad aprirvi le porte della mia azienda, in una (quasi) tipica riunione.

30 Luglio 2009 alle 11:12

Amo questa rubrica del Foglio. Essenzialmente perchè provo la sensazione di essere in redazione, perchè rende familiare l’ambito di un giornale, perchè mi sembra di essere lì col mio caffé, pronto a dire la mia, pronto a ridere sotto i baffi mentre qualcuno ne tira fuori una delle sue.
Eccomi allora pronto ad aprirvi le porte della mia azienda, in una (quasi) tipica riunione.
Appuntamento alle 9.00, in una sala riunioni che dista due minuti dalla macchina del caffé. Alle 8.55 prendo la desiderata bevanda e, insieme, ce ne andiamo nella sala 17 bis (l’ho prenotata io, ovvio, sono l’unico non superstizioso).
Porta chiusa, tapparella abbassata, un certo odore stantio. Anche questa volta sono arrivato primo. O meglio, anche questa volta sono in riunione con un siciliano (che è troppo furbo e anche un po’ raccomandato), un napoletano (che è troppo simpatico), un palestrato di Firenze (che è troppo lampadato), un ragioniere spocchioso dell’Oltrepo (che è troppo spocchioso) e una romagnola troppo sincera (che è troppo carina). Più una pletora di consulenti (troppo pagati).
La romagnola si presenta alle 9.05, i consulenti pure. Torno all’area caffé con lei e le offro l’amata bevanda. I consulenti intanto accendono il proiettore. Il siciliano, il geometra e il palestrato si presentano alle 9.15, ma ovviamente non hanno ancora preso il caffé. 9.30, si parte.
Cappellone introduttivo del ragioniere: dopo trenta secondi, ho già capito che anche questa riunione sarà inconcludente, che durerà tantissimo e che sarà meglio non aprire bocca, altrimenti come l’ultima volta ogni mio suggerimento diventerà un compito da svolgere (come punizione, non come nota di merito per avere fatto notare che, al fondo, si può migliorare).
Alle 9.40 entra il collega napoletano, chiude la porta sbattendola e mi sveglia. È fatto così, non riesce a capire quanto i suoi comportamenti possano disturbare gli altri. Ma non me la prendo. In fin dei conti, in questa riunione sarà molto facile prendere sonno di nuovo. E poi lui si che sa vivacizzare la giornata: come da clichè, fa cadere la penna per vedere le gambe della collega. Sbagliando i calcoli, perchè lei indossa sempre i jeans (elasticizzati, capo che detesto ma che non riesce a deturpare del tutto la sua bellezza).
La squadra dei consulenti parte all’attacco, e parla ininterrottamente per un’ora e quindici. Spossato da cotanta loquacità, prendo il cellulare in mano, lo scruto con aria stupita ed esco, proprio come se qualcuno mi stesse chiamando. In effetti qualcuno mi sta chiamando, è la mia vescica, scatto in bagno, approfittandone per sciacquarmi abbondantemente la faccia. Non perdo l’occasione di farmi un altro caffé, con la mia collega che nel frattempo ha abbandonato la riunione con un altro stratagemma ben riuscito, quello del “ci penso io all’alimentatore del pc”.
12.15, tutti ancora nella stanza, il sole estivo ci farebbe cuocere, ma il condizionamento consente una perfetta conservazione, dai ghiaccioli che pendono dal soffitto deduco che siamo intorno a -15. Eppure sono l’unico con la giacca. Oltre ai consulenti, rigorosamente in completo con cravatta blu (che gliela passi l’azienda?).
Alle 12.30 il mio stomaco inizia a ruggire come il re della foresta, tutti si girano spaventati. Individuata la causa di cotanto rumore, si scambiano qualche battuta, ma di andare a pranzare manco a parlarne.
Ore 13.15, la mia collega romagnola giace esangue sulla sedia, come neanche il David di Marat, bianca come la mia camicia prima che fosse lavata insieme ai calzini blu. Ora il colore della camicia è molto fashion, non passa giorno in cui il palestrato di Firenze non mi chieda dove l’ho comprata, fatico a spiegarglielo, anche perchè non credo che abbia dei calzini che lasciano giù il colore come i miei.
Controllo l’orologio: sono le 13.45. Panico. Alle 14 chiude la mensa, ci vogliono dieci minuti per raggiungerla e non ho alcuna intenzione di mangiare panini al bar, anche perchè costano quanto gli anelli di fidanzamento dal gioielliere.
Parto deciso all’attacco, interrompo la discussione tra il ragioniere e il capo banda dei consulenti, spiego le mie ragioni, o meglio quelle del mio stomaco, e onde prevenire ogni contrattacco scatto fuori dalla porta, aperta dalla mia collega che ha capito la strategia.
Corriamo in mensa e scegliamo, si fa per dire, il menu. È avanzata un po’ di pasta, che galleggia in una strana brodaglia che dovrebbe esserne il sugo, carne, insalata e una mela tanto grande quanto insapore. Inizio a chiacchierare con piacere con la collega, una bella persona di cui peraltro non mi innamorerò mai (un modo come un altro per dire che è fidanzata), quando sul più bello ci raggiungono gli altri dalla riunione. Consulenti esclusi, loro amano i panini della gioielleria. Ne amano più il costo che il gusto, è uno status symbol, come gli alberghi di lusso per i sultani arabi.
Rientriamo dalla mensa, caffé (e tre, quanto ti amo, italica bevanda coltivata in tutto il mondo). Parliamo della campagna acquisti del Milan, qualche battuta sul premier sciupa femmine, e subito iniziamo a parlare del vero sciupa femmine (il fiorentino palestrato). Una collega ci raggiunge e mi chiede che shampoo uso, perchè, sostiene, abbiamo i capelli uguali e le piace tanto l’effetto generato da questo shampoo sui miei. Fatico a credere alla somiglianza della nostra chioma, la mia sembra una spazzolaccia per cavalli, lei ha una capigliatura fluente che neanche a Hollywood. Ma fatico ancor di più a parlarle dello shampoo, come glielo spiego che essendo così spesso in trasferta ho una scorta di shampoo d’albergo da fare invidia ai magazzini del Jolly Hotel?
Pomeriggio, si riparte, ma la stanchezza inizia a farla da padrona. Ognuno si arrabatta come può pur di non addormentarsi.
Io mi do pizzicotti sulle gambe, il napoletano inizia a giocare con il chewing gum, il fiorentino produce arabeschi sul suo blocco, il siciliano essendo più furbo di tutti è già riuscito a defilarsi per altri impegni, il ragioniere continua a intervenire con discorsi sconclusionati che poco o nulla hanno a che vedere col tema in discussione, ma che tanto ama perchè sottolineano quanto è intelligente e quante ne ha vissute.
Alle 18.30 si manifestano improvvisi e marcati segni di stanchezza anche nei consulenti: una sorta di quadro di Dorian Gray, in cui in un minuto compaiono i segni di anni di fatica.
Un po’ per lo spavento della visione, un po’ per la rottura di coglioni, ce ne andiamo dalla sala riunioni. Giusto per passare in ufficio e scoprire che il capo ha bisogno di qualcosa per domani mattina. Ingombrante come al solito. Sarà, ma preferisco le riunioni di redazione del Foglio. E l’ingombro del suo Direttore.

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