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Il barbiere di Rometta

Il 17 settembre 2008, finite le mie vacanze, prima di lasciare il paese siciliano dove sono nato, sono andato con mia moglie a mettere dei fiori finti sulle tombe dei miei genitori. Ogni volta che ci vado passo davanti ad una tomba a parete dalla cui lapide nera un giovane volto d’uomo accenna un sorriso malinconico.

14 Luglio 2009 alle 11:03

Il 17 settembre 2008, finite le mie vacanze, prima di lasciare il paese siciliano dove sono nato, sono andato con mia moglie a mettere dei fiori finti sulle tombe dei miei genitori. Ogni volta che ci vado passo davanti ad una tomba a parete dalla cui lapide nera un giovane volto d’uomo accenna un sorriso malinconico: nato nel 1959, morto nel 1980, c’è scritto. Stavolta la tomba era accudita da un ometto anziano. Mi sono fermato a chiedergli di quel bel giovane morto a 21 anni. Era, è, suo figlio: ricoverato per una insistente febbriciattola al policlinico di Messina 49 giorni prima di morire, curato in due diversi ospedali della città in reparti di neurologia, afflitto da difficoltà respiratorie, paralizzato a seguito di una epidurale, finché non si conclude che sta morendo di polmonite. Ormai non c’è scampo. Il padre mi dice che lui ha speso tutti i suoi soldi (i soldi che può avere il barbiere di un paesino di poco più di mille anime) per avere giustizia. Nonostante i duri interventi d’un famoso medico romano, scelto come perito, non ha avuto giustizia.
Poi, guardandomi con occhi affilati, m’ha detto: una settimana fa altri medici d’ospedale mi hanno ucciso il fratello.
Io, ancora angosciato per la fine del ragazzo, seviziato per 49 giorni e liberato infine dalla morte, confesso che non son riuscito a seguire quest’altra fine, stavolta d’un uomo sicuramente anziano ma (a detta del fratello) ammalatosi per la prima volta nella sua vita. Il padre e fratello mi guardava grato del mio interesse e della mia evidente commozione e mi sibilava le frasi disperate che aveva dovuto rivolgere ai medici per scuoterli dal loro disinteresse per le sorti di suo fratello. Si riprometteva di spendere per cercare ancora giustizia gli ultimi soldi che aveva risparmiato evitando il dentista, come si vedeva dalla sua povera bocca.
Per la tragedia di suo figlio avevo trovato qualche stentata parola di conforto. Ora quest’altra storia di suo fratello mi sembrava incomprensibile.
Mentre balbettavo qualche convinta espressione di solidarietà contro la malasanità e la malagiustizia, questo eroe di resistenza civile ha alzato un po’ il tono di voce, come per evitare che io trovassi in una sua pausa l’istante giusto per accomiatarmi, ed ha aggiunto: e mia moglie? La curo da decenni anni per il diabete e qualche tempo fa, avendola dovuta ricoverare per una crisi della malattia, notavo che nessuno se ne curava, peggiorava di giorno in giorno, non riuscivo a parlare col primario. Alla fine, visto che era ormai in coma, ho chiesto all’unico dottorino presente che stava distrattamente seduto su un letto: “Ma quante unità di insulina le fate al giorno?” “undici” rispose il dottorino. “E quanto aveva di glicemia?” “novanta” disse il medico. “ma siete matti, con 90 non dovete farle più di 5-6 unità!”. Il nostro uomo riuscì a trovare un medico, esterno all’ospedale, che accettò di intervenire e riuscì a parlare coi medici interni ed a far modificare la cura.
“Se mia moglie è ancora viva, è perché non mi sono arreso!” mi gridò Natale P., unico barbiere di Rometta, provincia di Messina.

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