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Sotto lo stesso cielo

«Inshallah. Come Dio vorrà». L'invocazione è di Ismail Mussa Adow, 36 anni, nato e vissuto a Mogadiscio fino a due anni fa. È una preghiera che ripete di continuo e col sorriso mentre racconta la sua storia di migrante clandestino, dell'attuale condizione di rifugiato politico e dell'opportunità di lavoro che ha avuto all'interno del centro di identificazione e di espulsione di Lampedusa.

3 Luglio 2009 alle 17:44

«Inshallah. Come Dio vorrà». L'invocazione è di Ismail Mussa Adow, 36 anni, nato e vissuto a Mogadiscio fino a due anni fa. È una preghiera che ripete di continuo e col sorriso mentre racconta la sua storia di migrante clandestino, dell'attuale condizione di rifugiato politico e dell'opportunità di lavoro che ha avuto all'interno del centro di identificazione e di espulsione di Lampedusa. Ismail lavora come interprete per “Lampedusa Accoglienza”, la cooperativa che dal 2007 ha l'appalto per gestire il funzionamento del centro. È un uomo alto, magro, dai capelli e dalla barba brizzolata, ha un cappellino che gli copre il capo quando lo incontro in uno dei container che nel centro ospita gli uffici della cooperativa e l'ambulatorio della guardia medica. E’ disponibile all'intervista ma dà la sensazione di non essere pienamente rasserenato, gli sfugge dallo sguardo un desiderio di silenzio e una malinconia che forse solo un abbraccio o la vista dei suoi cari potrebbe colmare.

E il suo racconto parte dall'inizio, dagli scontri con i ribelli, della ferita da arma da fuoco che gli ha perforato una parte del piede sinistro fino alla decisione di scappare. «Mogadiscio è terra bruciata - dice -. Non so neanche più perché si combatte. Quando sono sbarcato a Lampedusa ho ringraziato Dio perché mi ha fatto arrivare qui sano e salvo anche se ero molto stanco e confuso. A Lampedusa ho trovato delle persone che mi hanno aiutato, dato da mangiare, da bere, dei vestiti, delle schede telefoniche per contattare i miei fratelli, la mia famiglia per dirgli che ce l'avevo fatta, che ero vivo. In Somalia ho lasciato la guerra, la fame, la guerriglia, il corpo senza vita di mio padre ucciso dalla corte islamica, lui che era un poliziotto del governo transitorio, mia madre malata che purtroppo non ce l'ha fatta e mia moglie insieme ai nostri due bambini. Anche loro sono rifugiati, ora vivono in un centro di accoglienza in Yemen e se Dio vuole avremo il ricongiungimento familiare».

Ismail non parla bene l'italiano e una delle prime cose che fa è mostrarmi due fogli che tiene sempre con sé, piegati in tasca. L'intestazione è della Prefettura di Agrigento e il testo è una sorta di intervista che si è fatto redigere in italiano e che ripete ogni qual volta un giornalista gli fa domande sulla sua identità, sulla sua storia. «Mi chiamo Ismail, ho 36 anni, vengo dalla Somalia, ho lasciato Mogadiscio il 4 marzo 2007, sono stato a Gibuti due settimane senza lavorare anche se avevo dei soldi con me. Dopo sono andato ad Addis Abeba, qui sono rimasto un mese e mezzo, ero ospite di alcuni somali, poi mi sono spostato a Cartoon, qui ci sono rimasto un mese e mezzo senza lavorare. Poi ho attraversato il deserto e dopo un mese e mezzo sono arrivato a Cufra in Libia dove sono stato sequestrato dalla milizia locale ma sono riuscito a fuggire fino a Bengasi, sono rimasto qui un mese e mezzo. Poi ho raggiunto Tripoli dove mi sono fermato per alcuni mesi lavorando come muratore. Ma ho deciso di imbarcarmi per l'Italia pagando mille dollari. Arrivato a Lampedusa ho dormito nel centro di accoglienza per quattro notti poi mi hanno trasferito in un altro centro a Catania e poi ancora a Messina, a Sant'Angelo di Brola. Qui il 4 marzo 2008 sono stato sottoposto ad un'intervista da parte di alcuni delegati dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Gli ho raccontato tutto di me e dopo qualche tempo mi hanno concesso il permesso di soggiorno, mi hanno consegnato tutti i documenti tra cui il codice fiscale, la tessera sanitaria, la carta d'identità e ora lavoro al centro di accoglienza di Lampedusa come interprete di lingua somala, araba e inglese».

Ismail ci ha messo un anno per arrivare in Italia, ha raggiunto la costa attraversando per tre settimane il deserto, il mare aperto per trentasei ore, pagando un prezzo e portandosi con sé i progetti ma anche la paura di morire come Hamed che però vuole tenersi la sua storia in tasca. Fa proprio questo gesto mentre mi dice: «Voglio solo dimenticare tutta questa brutta storia». Lo incontro in un albergo di Lampedusa, si è integrato molto bene, lavora e ha degli amici, ha poco più di trent'anni. Vorrei raccontare il suo esempio di clandestino che non si è lasciato attrarre dal guadagno facile, lui che da quando è diventato un rifugiato si è sempre impegnato, lavorando prima ad Agrigento come muratore e poi come operatore in una struttura alberghiera di Lampedusa. Gli luccicano gli occhi e per farmi capire che non è prevenuto nei miei confronti mi porge la sua mano a pugno chiuso, la batte contro la mia e poi la poggia sul suo cuore lasciandomi con queste parole: «Amici come prima».

A pochi passi dalla Guitgia, una delle spiagge più affollate di Lampedusa, lavora Daniel Kidane, 33 anni, eritreo, anche lui rifugiato politico. «Con una parola dialettale qui in Sicilia ci chiamano “meschini” nel senso di “poveretti” ma non è di questo che abbiamo bisogno. Non abbiamo niente di diverso da chiunque altro essere umano che ha temuto davvero di morire, di non farcela, di dover rinunciare per sempre ai propri progetti. Ma la cosa importante per me è che qui non è l'Africa». Daniel ora non ha più paura di parlare, da quando ha disertato il servizio militare si sente libero di esprimere le proprie opinioni: «Ho lavorato come soldato per il generale Iseas Aforki per otto anni. Quando mi sono ribellato mi hanno tenuto in prigione un anno e mezzo ma sono riuscito a fuggire e col consenso della mia famiglia mi sono imbarcato. Ma riuscire a sopravvivere in mare, con quaranta persone a bordo di un gommone, non è stato facile. Durante la traversata abbiamo avuto tanti problemi e ogni due ore ci fermavamo ma dovevamo a tutti i costi raggiungere la linea di confine e oltrepassarla per entrare in acque di competenza italiana. A bordo avevamo un Gps e un cellulare internazionale. Grazie a Dio abbiamo trovato persone che davvero volevano farci arrivare a Lampedusa ma c'è anche gente cattiva che ti spinge sui barconi senza nessuna attrezzatura, né una bussola, così si muore in alto mare».

Daniel è fuggito lasciando nel suo villaggio i genitori e la compagna, che è però venuta a trovarlo nell'isola anche se per pochi giorni. Lui ora sta bene ma pensa anche a quanti non riescono a toccare terra, a quanta brava gente viene respinta pur avendo nel cuore la sua stessa idea e speranza, quella di ottenere lo status di rifugiato politico. Il centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa si trova in contrada Imbriacola, a dieci minuti dal centro, per arrivarci si imbocca una strada sterrata che porta lontano dal mare, tutt'intorno c'è roccia bruciata dal sole. «Ora siamo a campo zero», ci dice Grazia Zavaglia, una delle pedagogiste che operano nel centro con la cooperativa sociale “Lampedusa Accoglienza”. A campo zero significa che non c'è l'ombra di un clandestino nel centro. Nel mese di giugno tutto tace. Si sentono solo i rumori dei flex, dei martelli che battono sui nuovi pannelli del container A2, ricostruito dopo l'incendio appiccato per protesta da un gruppo di immigrati il 17 febbraio di quest'anno. Giorno in cui gli è crollato il mondo addosso alla notizia che volevano trattenerli per altri sei mesi per poi rimpatriarli.

Nel mese di giugno ci sono solo i militari, tutti giovanissimi, e gli operatori sociali, altrettanto giovani. Diciotto, venti, trent'anni, al massimo quaranta. «E' una scelta fortemente voluta dall'amministratore delegato di “Lampedusa Accoglienza” Cono Galipò», sottolinea Federico Miragliotta, che a trentatré anni si ritrova a dirigere uno dei centri più criticati d'Italia e sotto l'occhio vigile dei media, pronti a cogliere gli aspetti negativi. «Il nostro è un direttivo giovane a partire da me anche i collaboratori, la vice direttrice sono ragazzi che non hanno avuto il tempo di smaliziarsi o di imparare l'arte del camuffare le situazioni». Così visito le camerate, al massimo dodici posti con letti a castello tutti dotati di aria condizionata, i bagni, la cucina industriale, la mensa, vedo disegni che ritraggono paesaggi della savana o di barche in mezzo al mare, piccole cornici di sapone colorate con i gessetti o lavoretti col das dedicati agli operatori, foto di gruppo che ritraggono responsabili della cooperativa, forze dell'ordine e migranti tutti insieme sorridenti o mentre improvvisano una danza africana, o mentre giocano a calcetto, o madri con i loro bimbi in braccio, mentre cantano con gli occhi alzati al cielo. «In effetti siamo tutti sotto lo stesso cielo», aggiunge Grazia Zavaglia. Ecco il rovescio della medaglia, ecco fin qui parte delle loro storie ma che uomini sono Ismail, Hamed e Daniel? Quali sono le loro aspirazioni? Quali i loro punti di forza e quali le debolezze? Loro non hanno niente di diverso dagli uomini comuni. Non desiderano niente di diverso dagli italiani che lavorano, che hanno famiglia o che desiderano costruirsela, che necessitano di un riparo per riposare. Hanno la stessa dignità di un italiano, meritano la stessa solidarietà che si presterebbe a un connazionale che è tale non per virtù ma perché così Dio ha voluto. Nei loro occhi tutti ci vedono la paura, ma non è sempre così. I migranti non hanno bisogno di pietà, né di essere compresi, piuttosto di dire la loro, di essere ascoltati per la loro verità esistenziale. «Inshallah. Come Dio vorrà».



 

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