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Storia di un bambino mai nato

Sono piccolo, infinitamente piccolo; faccio fatica a respirare e il mio cuore batte lentamente; ho bisogno che tu mi aiuti, ma tu non puoi, o non vuoi farlo; ti sento estranea e arrabbiata, con te stessa innanzitutto, e forse anche con me.

29 Giugno 2009 alle 15:12

Lui
Sono piccolo, infinitamente piccolo; faccio fatica a respirare e il mio cuore batte lentamente; ho bisogno che tu mi aiuti, ma tu non puoi, o non vuoi farlo; ti sento estranea e arrabbiata, con te stessa innanzitutto, e forse anche con me.
Sono stato un incidente, un errore di calcolo, o frutto di inesperienza, non so, ma adesso che ci sono, tendimi una mano e cresceremo, insieme.
Ti sento sempre più lontana; non ho la forza di lottare e mi lascio andare.
Sono solo una cellula, dopotutto.

Lei
Cosa ho fatto? Cosa non ho fatto?
Le analisi sono chiare, inequivocabili, aspetto un bambino, ma io non voglio, non posso averlo, non è il momento, non è più il momento.
Qualcuno mi dice: guarda il lato positivo della “cosa”, ma io non lo vedo e, a momenti di panico, si alternano momenti di sconforto, dolore, frustrazione.
Il mio stato, comunque, impone una visita medica e il medico conferma che, sì, una cellula fecondata c’è, ma immobile, inerte, morta e presto verrà naturalmente espulsa come un corpo estraneo.
E quando questo avviene, allora sì che soffro e mi sento svuotata, in tutti i sensi.
E’ il mio castigo: non lo volevo e lui si è ritirato, in silenzio, così come si è presentato; non ha chiesto nutrimento, non ha preteso attenzioni, cure, cautele.
E il dolore, questo sì, fa un gran frastuono e mi dilania, e poi lentamente si attenua, ma resta, in fondo all’anima, e qualche volta riappare a ricordarmi ciò che poteva essere e non è stato.

L’altro
Eh si, aspettiamo un bambino; non ci voleva adesso, è un po’ tardi per ridiventare papà, ma non è poi una tragedia, un po’ di esperienza c’è e il rapporto, profondo, con mia moglie ci aiuterà a crescere anche questo figlio, non voluto, ma che verrà sicuramente amato, come i suoi fratelli.
Mia moglie, certo, non è così serena, anzi è disperata e io cerco di rincuorarla come posso, ma vedo che non serve più di tanto. Cerco di starle vicino, in silenzio, e di farle vedere che ci sono e che l’aiuterò anche in questo momento, come sempre, se lo vorrà.
E poi il bambino lo perdiamo; non è motivo di felicità, ma neanche di disperazione: in fondo la gravidanza era solo all’inizio e non c’é stato il tempo per i preparivi, i programmi, i progetti.
Ma lei non gioisce, la sento assente, silenziosa nel suo assordante dolore. E le sto vicino e aspetto che superi anche questo momento: piano piano passa, si ricomincia a vivere, a fare con serenità le cose di tutti i giorni.
Ma che fatica, che pazienza: prima il dolore per un bambino non voluto, e poi ancora tanto dolore perchè questo bambino non nasce.
Che complicate queste donne!
 

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