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Dialogo di un cittadino con la nebbia

Vincenzo non è di Milano. Era molto piccolo quando uscì la canzone che unì per sempre il suo nome di figlio di emigranti con quello della metropoli. Ora però ci vive e, in una fredda mattina di fine novembre, il suo mestiere lo porta poco fuori città.

15 Giugno 2009 alle 21:30

Vincenzo non è di Milano. Era molto piccolo quando uscì la canzone che unì per sempre il suo nome di figlio di emigranti con quello della metropoli. Ora però ci vive e, in una fredda mattina di fine novembre, il suo mestiere lo porta poco fuori città. I brutti palazzi della periferia, col loro geometrico grigiore, sono rimasti indietro. Lembi di nebbia giocano a nasconderli, un cielo crepuscolare li sovrasta. Vincenzo si è accorto di uno strano fenomeno: più si allontana dal centro, più la nebbia si abbassa e si infittisce. In centro praticamente non c’era, qui è lei a dominare il paesaggio.
Scende dal taxi e si incammina tra persone indaffarate a montare un set nei pressi di un ponticello a schiena d’asino. Professionisti rodati, cittadini come lui.
Il gelo penetra nelle ossa, il sole tarda a sorgere.
Due passi per riscaldarsi e perde di vista il gruppo.
Sente una voce indistinta.
“Chi sei?”, sussurra debolmente la voce.
“Chi sei tu”, risponde Vincenzo dopo un’esitazione.
“Non sei di qui”, continua la voce.
“No, siamo qui solo a girare”.
Si sente un colpo di tosse. Un cespuglio lì vicino si scuote, Vincenzo sente la folata gelida sulle gambe. Trema.
“Chi sei?”, ripete Vincenzo.
“Io sono la nebbia. Perdonami se ti disturbo, ma sono sempre così sola. Ho tanta voglia di chiacchierare, ma non conosco nessuno della città”.
“Nemmeno io avevo mai parlato con la nebbia”.
“Vedi? La verità è che non ci conosciamo”.
“Dove abitavo prima, a Varese, ce n’era di più”.
“Lo so, lì sono ancora benvoluta. A Milano, invece, è sempre più difficile entrare, per me. Soprattutto in centro”.
“Hai provato a fare l’ecopass?”
“E’ una battuta?”
“Lascia perdere, è che noi pubblicitari dobbiamo sempre fare i simpatici. Però è strano quello che dici, Milano non era la città della nebbia?”
“Una volta sì, ora non più. Tutta colpa del calore”.
“Non dirmi che anche tu credi a questa bufala del global warming!”
“Ma quale global warming. È il calore sprigionato dalle case, dalle caldaie, dal terreno, dal movimento continuo della città. È il calore che mi respinge, quando provo ad entrare”.
Qualcuno, dal set, grida il nome di Vincenzo.
“Scusami, devo tornare al mio lavoro”.
“Capisco. A Milano si lavora tanto. Questo non è cambiato. Ma dimmi, sono curiosa: che altro succede, che cosa c’è di diverso rispetto ai miei tempi?”
“Non te lo so dire, io non sono di Milano”.
“E’ buffo, tu non sei di Milano, ma Milano ti ha accolto. Io invece, che ero il simbolo della città, sono stata cacciata via…”
“Sarà che tu sei meno produttiva di me”.
Si sente una risatina, l’aria a pelo del terreno si smuove e va a trafiggere le caviglie di Vincenzo, che ha un brivido.
“Rimarrei di più con te – dice la nebbia - mi sei simpatico, ma il sole sta sorgendo, devo andare”.
“Un attimo, aspetta”.
“Che c’è?”
“Tu che sei del ramo, dimmi almeno se il global warming è davvero generato dagli uomini”.
Si ode un gigantesco boato, un rollio pesante squassa i cespugli della brughiera, percuote gli alberi, rimbomba nella terra gelata e fa inarcare la schiena del ponticello. È come una risata in cui si sfoga tutta la nebbia del mondo, dalle striscioline di vapore vaganti tra i ghiacci dell’Artico ai banchi di foschia al largo delle coste africane; dalle bave sospese a pelo d’acqua sul Rio delle Amazzoni ai muri di umidità della pianura padana.
Un istante dopo, la nebbia è svanita, il sole è sorto.
Vincenzo lo prende come un no e torna al lavoro tra i suoi concittadini.

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