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Gioco di sguardi

Quando sei quasi in menopausa e una mattina, all’improvviso, seduta in un bar ti senti addosso, insistente e penetrante, lo sguardo di un trentenne “fico” la vita, tutto sommato, ti appare più bella.

14 Maggio 2009 alle 13:41

Quando sei quasi in menopausa e una mattina, all’improvviso, seduta in un bar ti senti addosso, insistente e penetrante, lo sguardo di un trentenne “fico” la vita, tutto sommato, ti appare più bella. Perché per una donna del sud, sentirsi preda desiderata ed ambita di un maschio è un piacere ed un gioco ineguagliabile.
La natura, infatti, come i lutti si può comprimere, elaborare ma non è possibile cancellarla o annullarla. L’istinto è un animale che la civilizzazione ha saputo anestetizzare ma, di tanto in tanto, fa capolino nelle nostre vene e i battiti cardiaci subiscono un’improvvisa ed incontrollata accelerazione. Adrenalina pura.
Il suo sguardo mi cerca, si poggia sulle mie rotondità mature, sul ventre che ha accolto e coccolato la vita, sfiora i capelli, il collo, le mani. E’ indiscreto, pressante, cerca intimità che non gli sono concesse. Mi sento più nuda ed indifesa. Mi sento femmina. Lo lascio fare, mi mordo le labbra, sorseggio il mio caffé.
Lui sa di essere irresistibile: è alto, muscoloso, slanciato. Le sue cosce sono sode, forti, palestrate. Non si è rasato e la barba gli disegna un’ombra scura e virile sul viso. Ha i capelli ondulati, le sopraciglia folte e due pupille nere, luminose ed inquiete che mi fissano senza tregua. Mi manca il respiro. Abbasso lo sguardo.
Tra il mio tavolino e il suo si è formata una densa nuvola di eccitazione crescente in cui tutto sbiadisce e precipita. Intravedo camerieri, clienti, un bambino, tutto e tutti passano senza lasciare traccia. Sono solo ombre o comparse nel nostro gioco di sguardi. Immagini di vita che scorrono come in un film.
Non ho dubbi: è un attimo da vivere e ricordare. Decido di sfidare il suo sguardo, lo fisso con tutta la consapevolezza che ho di me. Con tutta la seduzione che ho accumulato negli anni e con tutta la voracità e la complicità di un’amante appagata e felice. Scuote il capo sorpreso, poi gonfia il torace e si carezza le labbra carnose con un dito.
Siamo meno estranei, ma il pudore è ancora un muro da scalare perché manca il suono delle parole, quello che colpisce il cuore e lo rende fragile e disponibile. Manca la magia del detto che ritorna prepotente nei ricordi. Manca il turbamento del dire che riempie i silenzi pudici e la paura del darsi senza chiedere nulla.
- Finalmente, ti ho trovato!- è la voce stridente della mia amica e collega Maria che mi raggiunge alle spalle rompendo l’incantesimo e facendomi sobbalzare. Si siede tra me e lui, il suo capo cancella ogni possibilità di incontrare il suo sguardo. Non riesco a sentire quello che dice, resto imbambolata a fissare il vuoto.
Scorrono una manciata di secondi, poi lui si alza, va alla cassa, paga e si avvia verso l’uscita. Stordita, seguo il suo passo agile e sicuro. Sta per uscire quando si volta, mi guarda e con un sorriso che riempie di luce i suoi occhi neri, ritorna indietro, si abbassa e mi sussurra: - Sei fantastica! – Poi, come in un sogno, scivola via tra la folla.

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