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Il giorno dopo il temporale

“Gesù, per quanto ancora dovremo sorbirci ‘sta menata coniugale del Berlusca?!”, chiedo, indirizzando il quesito a nessuno in particolare, certo non a Luca, associato di economia politica ed ex compagno di merende ai tempi dell’università. Abbiamo attraccato ad un bar proprio di fronte piazza san Domenico, pieno di avvocati e aspiranti avvocati, giovani, lucenti e meravigliosamente cinici, come richiede la professione.

13 Maggio 2009 alle 16:48

“Gesù, per quanto ancora dovremo sorbirci ‘sta menata coniugale del Berlusca?!”, chiedo, indirizzando il quesito a nessuno in particolare, certo non a Luca, associato di economia politica ed ex compagno di merende ai tempi dell’università. Abbiamo attraccato ad un bar proprio di fronte piazza san Domenico, pieno di avvocati e aspiranti avvocati, giovani, lucenti e meravigliosamente cinici, come richiede la professione. Molti di loro, la maggior parte in verità, non avrebbero neanche un euro per il caffè: i grandi vecchi si pappano tutto quel po’ di misero mercato legale esistente e, certamente, da buoni negrieri, non retribuiscono i loro praticanti per le 12 ore di lavoro quotidiane… Quella dell’Avvocato è una Nobile Professione, di soldi non si parla… Accetti di farti sodomizzare a gratis per 5-10 anni sperando che alla fine della giostra, con il culo fosforescente ed estruso come quello di un babbuino, resti qualche briciola anche per te, non foss’altro per ripagare i debiti che hai accumulato… Nel frattempo, ridi come un ebete, indossi  giacche e cravatte outletiani (che pure costano), monti scooters, acquisti cellulari spaziali che riesci a malapena ad accendere, fai il giro degli aperitivi per cenare e segnalare al resto della truppa la tua esistenza… “Sono ancora qui, figli di puttana, non mollo io…”. Conosciamo molti di loro, ex colleghi dei bei tempi dell’università, e li salutiamo, esibendo serenità e distacco… Ma ben presto, il brusio del loro chiacchiericcio sintetico, un misto tintinnante e spaventoso di giuridichese, sms, grande fratello, dialetti nativi e computer, diventa insostenibile: così, prendiamo le nostre giacchette, paghiamo e usciamo, stringendo mani e sparando cazzate a grappolo, come palline di merda di capra.

“Gesummio, che fatica immonda!”. Ci dirigiamo verso piazza san Domenico, che attraversiamo quasi di corsa, manco fossimo inseguiti da una banda di malviventi; un pezzo di via Farini, poi via Castiglione… Tagliamo per un vicoletto ed eccoci in piazza santo Stefano… Altro bar. Cazzeggiamo volutamente e insistentemente siccome abbiamo tempo libero. Luca non si è sposato, ha una bella moto, parla perfettamente inglese e francese, è siciliano per parte di padre e marchigiano da parte di madre. Quando apre bocca sceglie con cura le parole, lentamente, come fosse davanti a un pm... O a un cretino... “Ecco, vedi, l’importante è intrattenere il popolino. La fica minorenne, il divorzio del secolo, il terremoto, uno stupro lì, uno sgozzato là, il supermarchionne che si incula americani e tedeschi around the world… E insomma, basta che non si racconti la storia vera, quella più interessante di tutte, il Grand Guignol del ventunesimo secolo…”. “E cioè?”, domando simulando malamente interesse.  Sono ancora frastornato  dalla quantità madornale di cazzate che ho ascoltato e personalmente diffuso nell’etere un quarto d’ora prima. “Che fra sei mesi, massimo un anno gireremo per le strade con i machete, come i tutsi… O erano quegl’altri, come si…”. “Aaah, non mi fido di voi altri economisti. Andate bene, forse, per giocare a monopoli. E’ che le scuole in cui vi formano sono tutte finanziate dai soliti dieciquindici campioni del tutti per uno ed io per me… Dove i tutti siamo noi a mutande calate, come al solito… Ci avete arroventato il teschio co’ sto libero mercato… Il libero mercato, il libero mercato, la competitività… La com pe ti ti vi tà… Ora, apocalittici e disintegrati, siete diventati tutti comunisti, tutti a invocare il superstato… Il termitaio staliniano superorganizzato…”. “Guarda che io sto parlando d’altro, caro il mio mongoloide, se m’ascoltassi… Non frega più un cazzo a nessuno del mercato, dello Stato, delle banche, del pil, della disoccupazione, del debito pubblico, degli… Io parlo di un roba tipo Maya, non so se mi spiego… Cuori estirpati dai toraci, teste che rotolano, gente scuoiata viva e cotta alla brace…”.

Il cielo è terso e l’aria pulita, la temperatura sui 22. La notte scorsa, vento e pioggia hanno spazzato i tetti e le chiorbe di noi altri lì sotto, intenti a guardare, ammiratti e stupefatti dalle poderose scariche elettriche, i bulbosi nuvoloni a forma di meringa rovesciata vorticare e collidere incessantemente uno contro l’altro, uno spettacolo da stati centrali degli SU. Ora, tutto risalta eccessivamente nell’assenza di umidità e smog, configurando scorci cittadini da cartolina anni ’60, quando di cristiani, macchine e avvocati ce n’erano ancora pochi in giro e, forse, potevi stringere la mano di un uomo senza avere la nuseante sensazione di aver schiacciato una lumaca…
Ma tra poco inizierà la stagione calda: cielo bianco e basso, 38° fissi e umidità al 90%, fino a ottobre… Un clima cambogiano…, e ti aspetti di vedere il Colonnello Kurtz col cranio imperlato di sudore, tagliato in due dal nero dell’ombra, che ti chiede: “Lei è un assassino, Willard?... Sono un soldato, Signore… Lei non è né l’uno né l’altro… Lei è un garzone di bottega che il droghiere ha mandato a riscuotere i sospesi…”. Di facce attonite e perennemente stupefatte similvietnamite ce n’è già il pieno e, chissà per quale incomprensibile ragione fisiologica, puzzano d’aglio a un miglio… Quando li becchi sull’autobus, hai solo da sperare che scendano alla prossima, altrimenti ti sei giocato le fosse nasali, manco fossi un cocainomane.

“E così, dici che siamo messi male?”. “Dico di sì, e tu, che hai due bambine, dovresti cominciare a preoccuparti sul serio, caro il mio papi”. “E che dovrei fare, scusa? Me ne dovrei andare…? E dove poi?”. “Io me ne torno nelle Marche da mia madre, in campagna. Abbiamo un po’ di terra e i fucili da caccia di mio padre…”. “Ti farai saltare il melone la prima volta che lo prendi in mano, ne sono certo, non avrai manco il tempo di darti dello stronzo… O ammazzerai tua madre che, invece, avrà il tempo di pensare a che po’ po’ di coglione ha dato la vita…”. “Andiamo a mangiare dal pugliese?”. “Ci andiamo ora però, prima che vanno in pausa pranzo i bancari e i poliziotti lì intorno, che sono già triste abbastanza…”. “Per me va bene, l’aperitivino ha fatto degnamente il suo lavoro… Sono pronto”.
“Allora via…”.

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