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Il mio vecchio non è quello di Hemingway

Cercando il denaro buono a riscattarli, i debitori affollavano indaffarati le strade asfaltate del resto del mondo. Occupavano poltrone scomode dentro autobus puzzolenti, resistevano in vagoni di lucida ferraglia  al buio di gallerie sepolte sotto cemento, terra e tubazioni.

6 Maggio 2009 alle 12:29

Cercando il denaro buono a riscattarli, i debitori affollavano indaffarati le strade asfaltate del resto del mondo. Occupavano poltrone scomode dentro autobus puzzolenti, resistevano in vagoni di lucida ferraglia  al buio di gallerie sepolte sotto cemento, terra e tubazioni. Fra quelli convinti di non essere a portata d’occhio e orecchio estraneo, alcuni urlavano nevrotici dentro abitacoli confortevoli di auto acquistate un tanto al mese. Altri invece, fortificavano case di cui sarebbero diventati proprietari solo un momento prima di morire. Tutti camminavano e correvano a seconda della preda  da braccare. 
Il mio vecchio era così distante da questo mondo. Anche se per un certo periodo della mia vita l’avevo creduto, non era lui il fantino corrotto del racconto di Hemingway, quello che come una fiaba leggeva di tanto in tanto, convinto di offrirmi un insegnamento che avrei colto molti anni dopo. In realtà il mio vecchio non era neanche un fantino. Il puzzo dei cavalli anzi, lo avrebbe disgustato al punto da dover sfogare la nausea con la testa ficcata nel cesso. Con i cavalli lui sognava soltanto, e nei sogni le bestie a quattro zampe non puzzano, a pensarci bene dentro ai sogni non c’è proprio niente che puzzi. Quando tornava dal cantiere, con le sopracciglia bianche di calce e gli occhi iniettati di sangue per la fatica di un giorno intero speso a tirar su cemento fresco e attrezzature, se il mio vecchio stava fisso a guardare nel vuoto, era di certo per via dei cavalli. Ci pensava continuamente.
Lui apparteneva alla stirpe dei giocatori che non possono essere salvati. Si distinguono senza difficoltà in mezzo alla gente comune: sono un gruppo di anime leggere pronte a lasciare la terra nel tempo che passa tra la giocata e il fallimento. Sono lì, in attesa.
Certe mattine, quando mi permetteva di seguirlo, leggendo il foglio stampato delle quote, il mio vecchio  pareva l’uomo più felice del mondo, uno a cui nulla è precluso. Nello scovare le bestie vincenti aveva un talento riconosciuto dai migliori giocatori della città, e dopo una giocata azzeccata non potevo evitare di sentirmi orgoglioso della mia condizione.
Essere suo figlio aveva bei vantaggi, a volte.
Noi due vivevamo nella casa di mia zia, era l’unica sorella di mio padre e non avendo preso marito aveva deciso di tenerci con sé alla morte della mamma. Doveva provare molta pena per me.

"Chissà quanto devi ancora soffrire senza tua madre…" mi ripeteva sempre, sporgendosi nella mia direzione con quel suo gran faccione rosa e rosso insieme.
Ma io non rispondevo mai; quella che la zia chiamava mamma, io non la ricordavo neanche e non avevo intenzione di provare dolore solo per rassicurarla. Con mio padre poi, la zia era solita comportarsi in malo modo, non le riusciva proprio di cogliere l’umanità, il dolore, la leggerezza del mio vecchio... e di questo le feci sempre una gran colpa.
Dio come mi piaceva andare in giro con mio padre, certe mattine.
Se vinceva la sua scommessa mi portava a mangiare da Piero, il ristorante a due passi da casa, uno di quei posti che regalano un po’ di magia alla strada in cui si trovano.
"Adesso facciamo il nostro gioco" mi diceva sempre, arrivati da quelle parti.
Dovevamo fare attenzione che lei, la zia, non fosse alla finestra. E poi camminare svelti schiacciati contro il muro. A me divertiva quel gioco; pensavo ci nascondessimo per evitare il faccione furioso e triste della zia che all’epoca non reputavo fosse una gran compagnia. Solo tempo dopo, capii che ci nascondevamo perché per uno sempre in bolletta come il mio vecchio, mangiare al ristorante di Piero era considerato peccato mortale. Non era niente male stare seduto al tavolo di Piero. La tovaglia bianca profumata di fresco, la carta del menu lunga e leggera, il pane croccante tagliato a fette.
Papà era un gran signore, lì dentro.
Parlava al cameriere dando a tutti l’impressione di essere il miglior cliente del mondo. Quello segnava veloce sul suo blocchetto di fogli bianchi  e con la testa pareva approvasse ogni parola del mio vecchio. Ci sapeva fare sul serio. Non ho mai  visto nessuno stare in tavola come lui e penso che quello fosse l’unico posto in cui dimenticasse d’essere un manovale, un vedovo.
Mi ha insegnato a sgusciare i gamberi usando forchetta e coltello e a pulire l’aragosta senza imbarazzo. Pranzare da Piero era vivere, a quei tempi.
"Dove siete stati?" la zia ci aspettava sempre sulla porta di casa, in quelle occasioni.
"In giro" rispondeva mio padre.
"In giro dove?" faceva ancora lei.
"Vai in camera tua" mi diceva il vecchio. Dopodichè era guerra.
Credo che se la zia fosse stata sua moglie, mio padre non avrebbe resistito un minuto di più. Ma non deve essere facile divorziare da una sorella, specie se lei è proprietaria della casa in cui vivi e manda avanti coi suoi soldi la tua vita.
Io facevo come diceva il vecchio. Correvo in camera e schiacciando il cuscino sulla testa pensavo al ristorante di Piero. Avrei potuto anche dormirci, lì dentro.
"Ce ne andremo di qua. Avremo una casa tutta nostra, un giorno" faceva mio padre entrato in camera mia a guerra conclusa.
"Perché non abitiamo da Piero?" dicevo io.
Il vecchio rideva. E si capiva che non c’era niente da ridere.
Quando capitavo dentro l’agenzia di scommesse, mio padre faceva in modo che stessi seduto immobile poco oltre l’ingresso: c’era una fila di sedie in plastica e c’erano gli schermi accesi attaccati alla parete, in alto, dai quali seguire le corse.
Vedevo il mio vecchio camminare senza girarsi fino ad arrivare alla postazione delle scommesse. E lì, io lo perdevo.
La folla dei giocatori e il fumo del tabacco sembravano cancellarlo per qualche minuto dalla faccia della terra. Poi tornava con un tagliando bianco e tenendomi sulle ginocchia seguivamo la gara guardando a testa in su. Se vinceva, tornava in quella nube, scomparendo ancora per poi ricomparire col portafogli più gonfio. Se perdeva, dritti a casa.
Quella mattina era la quinta della settimana e il mio vecchio fino ad allora aveva vinto tutte e quattro le mattine precedenti. L’avevo visto io, con i miei occhi, vincere un mucchio di quattrini.
Erano stati i quattro giorni più belli della mia vita: vacanze a scuola, il sole alto, mio padre che beccava i vincenti di ogni corsa.
"Perché non andiamo da Piero?" gli chiesi dopo la prima vincita.
"Questa volta no" mi accarezzò la testa e io ero un po’ infelice e un po’ contento. Non che avessi capito chissà cosa …forse ero solo contento d’evitare un’altra guerra tra papà e la zia.
Ma il mio vecchio voleva darsi una ripulita, forse aveva capito quello che in anni gli era sfuggito per un soffio: doveva svoltare. E gli serviva un momento grandioso da cui ripartire.
Mi fece sedere al posto di sempre, sorrise e fece segno alla donna che spazzava le cicche da terra di darmi un’occhiata. Lo persi come al solito e come al solito lo ritrovai col suo tagliando in mano.
Era più leggero, chiaramente.
Aveva puntato una bella cifra, consistente come “mille pranzi da Piero”, mi aveva detto. E per me che non conoscevo il valore del denaro ma quello dei pranzi di Piero, era davvero una grossa cifra. Mi tenne sulle ginocchia e aspettammo che i  cavalli nervosi si presentassero alla partenza. Sentii qualche bestemmia dei giocatori e poi le mani di mio padre tapparmi le orecchie. Le sue mani non furono mai tanto grandi e i suoi riflessi mai tanto pronti da proteggermi completamente da quelle imprecazioni che per conto mio, presi a ripetere di tanto in tanto, negli anni a venire.
La corsa partì al momento stabilito, senza intoppi, e subito sperai che il nostro cavallo fosse il numero cinque. Il mio vecchio non mi diceva mai su chi avesse puntato: suppongo lo facesse perché non diventassi un appassionato di corse. Il numero cinque era dannatamente bello: grande e nero, già ai primi metri sembrava potesse vincere la gara, quella come cento altre a venire. Vinse sbaragliando gli avversari come avevo immaginato, e allora sperai davvero con tutte le forze che il mio vecchio l’avesse azzeccato. Si alzò, buon segno.
Pensai che la casa tutta nostra fosse cosa fatta e accarezzai la possibilità di non vedere ogni giorno la faccia arrabbiata e triste della zia.
Il mio vecchio andò per la sua strada, verso la nube nella quale sarebbe scomparso. Si voltò per un secondo soltanto.
Credo che notò la mia sorpresa perché quasi sobbalzai sulla sedia… e mentre stavo per gridare “papà!”, smise di guardarmi per sparire.
Non tornò presto come al solito; mi disse che si trattava di una grossa cifra e che in fondo era tutto maledettamente normale. Passò qualche minuto, ci fu un'altra corsa e io stavo sempre seduto, lì, senza il mio vecchio. Vinse un numero tre che non mi piaceva affatto, lo interpretai come un pessimo segno.
La donna delle pulizie ripassò dall’ingresso e vedendomi aggrottò la fronte. Per qualche istante fu come se per lei fossi uno di quegli enigma da rivista senza soluzione apparente, poi prese a camminare avanti e indietro per la sala, fin quando smisi di vederla.
Passarono diversi minuti ancora, a quel modo: forse più di un’ora.
Sentivo male alle gambe… cominciavo a convincermi che a stare seduto su quella sedia troppo a lungo avrei corso il rischio di perderle.
Volevo alzarmi in piedi, ma ricordavo bene l’ultima volta che l’avevo fatto e di certo non intendevo rovinare la festa del mio vecchio per avergli disubbidito.
Fu dopo un tempo troppo lungo che rividi la donna con la scopa e subito dietro di lei la zia che si fermò sulla porta d’ingresso.
Il suo faccione non era arrabbiato, in compenso pareva più triste che mai e sembrava tremasse in ogni punto, come un vulcano un secondo prima dell’eruzione. Mi tese la mano.
"Devo aspettare papà" dissi io.
"No che non devi" fece lei con quella manona tesa.
D’istinto mi alzai e corsi verso la nube, andai a cercare il mio vecchio.
La puzza di fumo, caffé e alcol mi salì al naso e poi giù verso i polmoni, come per scovare qualcosa dentro di me che neanche io sapevo d’avere.
Di mio padre non c’era traccia.
Mi sarebbe stato sufficiente guardare in terra, fra le scarpe dei giocatori per riconoscerlo.
Ma rimasi con la testa piegata all’indietro e lo sguardo in alto. In quella nube vedevo decine di facce.
"Ehi ragazzino!" diceva una.
"Ma dove cavolo vai…?" faceva un’ altra.
E per la prima volta vidi la porta.
Dava su una strada che io e il mio vecchio non avevamo mai percorso, una seconda entrata o peggio ancora, una seconda uscita; fu allora che cominciai a sudare e a puzzare in un colpo solo. Pensai all’istante che la casa tutta per noi sarebbe rimasta ancora un sogno. Sentii d’improvviso la zia prendermi per il polso. S’era fatta largo con la forza nella nube e ora tutti la guardavano sghignazzando.
Mi portò fuori tenendomi stretto per mano e non parlò con me fino a che non arrivammo a due passi da casa. Ma non era arrabbiata.
"Pranziamo da Piero" fece col faccione triste.
Era il suo modo di dirmi che non avrei più rivisto il mio vecchio.

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