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Giochiamo a mosca cieca

La nostra società opulenta è diventata un luna park, siamo sulle “montagne russe” (otto volante). Alle ripide discese si alternano le erte ascese, la velocità è quella del dislivello di zona, dipende se in salita o in discesa: con il cuore sempre in gola.

4 Maggio 2009 alle 09:45

La nostra società opulenta è diventata un luna park, siamo sulle “montagne russe” (otto volante). Alle ripide discese si alternano le erte ascese, la velocità è quella del dislivello di zona, dipende se in salita o in discesa: con il cuore sempre in gola.
C’è da dire che con i tempi son cambiati anche i giochi, i divertimenti, dalla mosca cieca giungemmo all’otto volante e i ragazzini che prima si trastullavano al “31” (numeri da contare prima d’iniziare la caccia dei compagni nascosti), poi hanno preferito altre emozioni, più violente, quelle di farti credere in pericolo di morte ed invece, rinfrancati, scoprire che solo il gioco ci creava quell’angoscia.
Uno strano modo di giocare che s’è catalogato in “sport estremo”, una finzione che ci scaraventava in un precipizio, legati alla cintura da robusti elastici, giungere a grande velocità a pochi centimetri dall’impatto e la molla scattare riportandoci in alto sani e salvi. Qualche volta la molla non è scattata, o si è sciolto l’aggancio, ed il gioco è finito all’obitorio. Ma è proprio questa emozione che rende eccitante il gioco.
Il gioco? Sì, un gioco, un gioco stupido, ma sempre un gioco.

Oggi si gioca al rapimento (bossnapping). Niente di cruento, per l’amor di Dio. Si rapisce il manager che dirige l’azienda e lo si costringe a sottoscrivere accordi sindacali che da uomo libero non avrebbe mai firmato. Sembra che la faccenda prenda piede e i rapimenti si son susseguiti là dove le maestranze operaie si sentivano minacciate da questi burocrati manager insensibili alle sofferenze proletarie.
Non si sa ancora se i patti estorti abbiano fruttato un incremento degli affari e se l’azienda condotta dal rapito abbia migliorato il suo giro d’affari. Si vedrà fra qualche mese se i rapimenti fruttano incrementi produttivi o se il rapimento è l’ennesimo gioco che i ragazzi cinquantenni di oggi (adolescenti di ieri), hanno sperimentato per dar un senso appassionato alla vita rompendone il trantràn quotidiano (buter le chef).

Non è che si debba temere la risacca della storia e raccogliere sulle rive del XXI secolo qualche relitto della ghigliottina parigina, è che certi giochi si sa come cominciano ma non si sa mai come finiscono.
Giocare ai rapitori (nel Golfo di Aden giocano a fare i pirati) può essere uno stimolo per le idee rattrappite dall’anchilosi consumistica, e può darsi che torni utile all’Epifani, sindacalista, condottiero di Buglione, che il Sepolcro di Cristo liberò. È il mercato la bestia nera da frenare, da ridurre ai voleri della folla, non ad ingurgitare a piacimento questa o quella mercanzia; è la folla che piegherà il mercato a farsi più docile e a bere anche quando non ha sete e l’intruglio è una brodaglia. Che poi quella folla s’identifichi coi rapitori, questo è un dettaglio, un optional, che non cambia l’accadimento.

Andiamo, adesso corriamo il rischio d’affogare nell’economia, cioè quella “scienza triste” che non mette e non toglie nulla di quello che andrebbe tolto od aggiunto qualora fosse una scienza.
Diciamo che mentre dibattiamo sulla legittimità dei rapimenti non possiamo cancellare il pensiero di Camus: «Per esser uomo, bisogna rifiutare di essere Dio»: una frase che suscitò l’ira di Sartre e Breton.
“Sartre ha oggi di nuovo seguaci, ma chi vede lontano resta pur sempre Camus”.

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