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Al passaggio a livello di Reginate

Vanno in giro con una grossa borsa di tipo sportivo, che portano spesso a tracolla. Dentro pupazzetti di plastica, tovaglie in rayon, fazzoletti di carta, accendini, magliette di cotone. Camminano lungo i marciapiedi di periferie infinite, raggiungono piccoli borghi, passano da un lato all’altro della strada. Bussano alle porte. Spesso sono allontanati con un ringhio, a volte non ricevono risposta, qualche volta un uscio si apre e lascia filtrare qualche luce di amicizia. Sono solo donne ad aprire, perché è virtù femminile accordare risposta a chi chiede. Aprono il loro sacco, mostrano, attendono e poi vanno.

21 Aprile 2009 alle 13:00

Vanno in giro con una grossa borsa di tipo sportivo, che portano spesso a tracolla. Dentro pupazzetti di plastica, tovaglie in rayon, fazzoletti di carta, accendini, magliette di cotone. Camminano lungo i marciapiedi di periferie infinite, raggiungono piccoli borghi, passano da un lato all’altro della strada. Bussano alle porte. Spesso sono allontanati con un ringhio, a volte non ricevono risposta, qualche volta un uscio si apre e lascia filtrare qualche luce di amicizia. Sono solo donne ad aprire, perché è virtù femminile accordare risposta a chi chiede. Aprono il loro sacco, mostrano, attendono e poi vanno. E’ una vita lieve e non squadrata, che li rende invisi agli incolonnati.
Accanto al passaggio a livello di Reginate, c’è una brutta casa colore nocciola; è un cubo senza grazia con le finestre serrate da scure persiane di legno. Un piccolo giardinetto a lato, pieno di carabattole, cesti e scatoloni, la rende ancora più tristemente inospitale.
Lui aveva più o meno il colore di quei muri, era piccolo ma massiccio, e la sua borsa blu era lunga almeno quanto lui era alto. Al suono metallico ed elettrico del campanello, qualcuno aveva aperto il portone e, senza che si potesse vedere chi ci stava dietro, si udì una voce femminile intonata e musicale che lo salutava con sorpresa e contentezza. La porta era aperta solo per un quarto e in quello spazio fece scivolare dentro casa il borsone al quale aveva aperto la lampo. Stava appoggiato di malavoglia allo stipite, mentre evidentemente dall’altra parte si rovistava fra la mercanzia. Poi, all’improvviso una mano lo afferrò per il braccio e lo trasse dentro, mentre la porta si chiudeva con un botto secco alle sue spalle. Passò un minuto, ne passò un altro e un altro ancora; poi il fischio del trenino in vista della stazione di Reginate. Le sbarre si alzano, gli incolonnati passano oltre, ma la porta ancora non si era aperta, perché è virtù delle donne non accodare il proprio cuore dove tanti vogliono si accodi.

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