cerca

Fuori porta

Il ristorante è pieno e rumoroso e noi siamo finiti giusto accanto al cesso. Però non ce la prendiamo, anzi volentieri ci lasciamo distrarre dall’allegro sculettare di graziose donnine, costantemente impegnate a svuotare le proprie incapienti vesciche. “Non la tengo più, non la tengo più” ci comunica ridacchiando il culo fasciato di una massiccia quarantenne mentre infila il bagno di corsa, già alticcia.

17 Aprile 2009 alle 17:30

Il ristorante è pieno e rumoroso e noi siamo finiti giusto accanto al cesso. Però non ce la prendiamo, anzi volentieri ci lasciamo distrarre dall’allegro sculettare di graziose donnine, costantemente impegnate a svuotare le proprie incapienti vesciche. “Non la tengo più, non la tengo più” ci comunica ridacchiando il culo fasciato di una massiccia quarantenne mentre infila il bagno di corsa, già alticcia. Marcello, siciliano di Carini e carabiniere, traccia discretamente con gli occhi il percorso di quelle chiappe fragorose, senza girare la testa, da professionista. Luigi, penalista e indefesso chiavatore di mogli altrui, è concentrato sul piatto, saggiamente considerando la sequenza esatta delle necessità biologiche: prima si mangia, poi, eventualmente, si parla e\o si fotte… Mai distrarsi dall’essenziale. Gianluca, toscano dell’Isola del Giglio, alza gl’occhi al Cielo, appena resosi responsabile, a suo dire, della scheggiatura di un premolare inferiore. Estrae dalla bocca un grano di pepe nero grosso come un pistacchio, insieme a pezzetti opalescenti del dente che fu. “To’, guarda qua, maremma ladra impestata e arroventata!”. Ci mostra i resti tristi dell’attrezzatura, rigirandoseli malinconicamente tra il pollice e l’indice. Né Marcello né Luigi alzano gl’occhi dal piatto. A me viene da ridere, per via della sua testa enorme e rotonda, come quella di un cocomero. “Appena ti muovi ce l’hai in culo! 1000 euro minimo di capsula. E a me, quei maledetti della procura mi pagano le perizie a 6 mesi, a 9 mesi…”. Fa fatica a separarsi dal pezzo di dente. Continua a tenerselo in mano mentre con la lingua, vistosamente e rumorosamente, ispeziona il cratere che si è appena procurato.
“Sembri un cucciacazzi” dice Marcello, continuando a mangiare e a tenere gli occhi bassi. “Facci mangiare in pace!”.
“Una volta”, dico, “ho addentato un monscerì, sai quei cioccolatini con la ciliegia e il liquore dentro… E insomma, dentro quel cazzo di ciliegia c’era il nocciòlo. No, dico… ma ti rendi conto?! M’ha vibrato il cranio per 2 minuti buoni, oltre al dente spezzato. Son cose che capitano, ti volevo dire…”. “Affanculo, vado al cesso a vedere il dente, sperando ci sia rimasto qualcosa…”.

E’ un bel posticino il ristorante, un vecchio casale ristrutturato la cui cantina è stata adibita a mangiatoia per gli indigeni della bassa e per i bolognesi, che, così, si incontrano a mezza via. D’altra parte, la persicetana, l’SP568, è una strada terribile, ci tirano il calzino un bel po’ di cristiani l’anno, perciò, durante il tragitto, Luigi, che guida, non ci rivolge la parola, concentrato sulla linea di mezzeria. La strada è uno spaghetto tirato 15 km… 2 macchine che sfilino nelle opposte carreggiate le separa solo la fede dei guidatori di non finire uno in faccia all’altro… Eppoi c’è l’immensa pianura padana tutta intorno… traverso il Veneto a nordest, Lombardia e Piemonte a ovest, su fino alle Alpi… una roba da diventare pazzi solo a pensarci. E viverci in mezzo…?
Alle 23 e 30, i camerieri, sfottutissimi dalla routine mangereccia, ti levano il piatto da sotto il muso e danno inizio alle danze. Si alzano tutti dai tavoli e cominciano a ballare. L’aria è satura di alcool, vapori suini, deodoranti e sudore, più una consistente dose di umidità genitali che contribuiscono generosamente all’innalzamento della temperatura. In fondo questi posti sono tutti uguali. Non conoscersi è d’obbligo, a nessuno frega niente chi sei e da dove vieni, quel che conta è stordirsi un po’ per alleviare l’angoscia del mutuo, delle rate della macchina, delle cartelle esattoriali, di tua moglie che non ti guarda neanche più in faccia o di tuo marito che parla da solo di notte chiuso nel bagno; dei tuoi figli, che a un certo punto ti ritrovi grandi, brutali ed estranei, quando ti va bene… Altrimenti, a 15 anni, sono già un groviglio inestricabile e cortocircuitato di neuroni, inebetiti dall’assunzione d’ogni genere di stupefacente, con i pantaloni sotto il buco del culo e il vocabolario d’uno sarafaggio stercatore…
“Ah! non voglio sentir storie ’stasera!”, ci annuncia l’avvocato, “tutti a sfregarsi contro un paio di chiappe, forza!”. Ma Gianluca, detto Sandalo perché sta sempre in ciabatte, pure a -10°, ci ha la rogna del dente spezzato e dell’horror vacui in piena bocca, ’na roba che lo intristisce fino alla morte. “Bevici su”, gli dico paccheggiandogli le spalle, “è solo un dente. Te lo mettono a posto, che ti credi? Non fotterti la serata, pensa che domani sei di nuovo a Reggello, moglie e figlio…”. Questo lo scuote un po’. Luigi, con tono estremamente fermo e professionale, gli dice: “Considera l’eventualità di un’azione legale di risarcimento del danno contro il proprietario di questa baracca. Non sta in piedi, certo, ma sono convinto che la semplice prospettazione della causa convincerebbe il bifolco ad accompagnarci gentilmente verso l’uscita senza farci pagare il conto, dopo averci generosamente offerto un altro paio di bottiglie, come minimo. Che ne dici? Devi lasciar parlare me, naturalmente. Tu rimani lì in silenzio con la mascella in mano, al resto penso io. Facciamo un po’ gli italiani come si deve, cazzo! A proposito, le schegge di dente e il pepe dove li hai messi?”. “Le ho scaricate nel cesso…”. “Sei un po’ stronzo allora, se permetti… Allora basta chiacchiere, andiamo a divertirci. C’è un monte di fica da scalare, animo, animo!”.
Ma l’animo, ahime’, è una cosa striminzita e silenziosa, perduta tra i campi e i capannoni dell’eterna bassa… o tra i rigagnoli oleosi e maleodoranti che sono diventati i nostri pensieri e le nostre parole, che neanche ci capiamo più tra di noi… A volte l’animo te lo ritrovi mentre passeggi sotto il chiuso opprimente dell’infinito budello dei portici di Bologna o sull’autobus che ti riporta a casa, tra musi orientali da macaco, teste di donne arabe fasciate con annessi cuccioli umani appesi al collo e livide rabbie inespresse di facce italiane; e quando ti parla, l’animo, quello che ti dice non ti piace perchè è una storia vecchia, che hai ascoltato mille e mille volte, come la cantilena mozza e stonata di un vecchio alcolizzato che mentre se la canta se la ride pure, manco fosse a conoscenza di chissà quale misteriosa e inattingibile verità, rivelata solo a lui e a pochi altri eletti… Pezzi di ricordi incoerenti e indecifrabili come le schegge di vetro della bottiglia andata in frantumi secoli prima, prossimi ad essere inondati dalla pozza di urina che si va silenziosamente allargando sotto i suoi piedi.
Dice Marcello: “Vado a fumare, qui manca l’aria….”. “Ma che c’avete tutti ’stasera ?! A saperlo, me ne andavo da Milena…”, sbotta l’avvocato incredulo. “Chi, quella coi tre figli adolescenti a carico?”, gli domando per chiarezza. “Te la chiavi con loro in casa?”. “Ci mancherebbe, quelli mi odiano. I due maschi e pure la femmina… Prima o poi mi avvelenano. Sono attaccati al padre morbosamente… E sì che l’hanno visto schiaffeggiare la madre un casino di volte… Mah… vai a capire che frulla nella testa d’un figliolo…”. “E’ che tu sei bruttino, diciamo la verità, e peloso per giunta… Guardati le mani, sembri un gibbone. Poi co’ sto cellulare che ti squilla in continuazione… Insomma, sei indisponente, un avvocato del cazzo esattamente. Difficile volerti bene. O no?”. “Sentite, non è che si può stare seduti… O sgambiamo anche noi o ci leviamo dai coglioni. Faccio ancora in tempo per la Milena, voi fate un po’ il cazzo che vi pare, basta che vi decidete… Che poi, dico, le vostre mogli manco ve la danno più, oppure vi dormono in faccia mentre le montate…”. E’ Sandalo a concludere la serata: “Sentite, ne ho le palle piene di ‘sto posto, andiamo a farci un bicchiere in centro e poi tutti in branda che è meglio…”.
“Per me va bene”.
“Anche per me”.
“Via allora…”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi