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Il pallone di Sghira

“Ciao Sghira” e lui, voltandosi lentamente, ti rispondeva con un cenno della mano accompagnato dalla sua inconfondibile ed inimitabile risata gracchiante.

15 Aprile 2009 alle 10:00

“Ciao Sghira” e lui, voltandosi lentamente, ti rispondeva con un cenno della mano accompagnato dalla sua inconfondibile ed inimitabile risata gracchiante. Sghira era uno di quei mattocchi di provincia che, con la loro sola presenza, danno colore e movimento a quelle cittadine un po’ ripiegate su se stesse, adagiate nella tranquillità della loro opulenza, dove la vita scorre lentamente scandita da abitudini consolidate. Incontrarlo dava l’occasione per una battuta, una risata e in questo modo molti esorcizzavano il naturale imbarazzo che la sua follia alcolica - non si sapeva che cosa lo avesse indotto ad affidare la sua speranza, a riporre la propria fiducia nella bottiglia; lei era la sua confidente, la sua amica, l’unica amante rimastagli – poteva suscitare.
A me invece incuriosiva. Sentivo che in lui non c’era cattiveria; la voce impastata, gli occhi lucidi, il passo lento e incerto palesavano una dolcezza particolare. Viveva in una perenne dimensione fanciullesca e ciò lo rendeva un compagno ideale per giocare, soprattutto a pallone. Spesso si presentava nella bottega artigiana di mio padre e mi faceva capire che aveva voglia di giocare. Allora si correva nel cortile retrostante, io a tirare le mie bordate, lui a cercare di pararle. Sembrava che i suoi movimenti riprendessero magicamente elasticità e plasticità. Non era un caso che si mettesse proprio in porta, piuttosto un gesto naturale, istintivo. Sghira aveva giocato come portiere nell’A.C. Legnano.
Un pomeriggio venne in bottega con un pallone di cuoio nuovo di zecca. Mio padre gli chiese dove l’avesse preso. Lui, incurante della domanda, non distogliendo il suo dolce sguardo sulla mia persona, disse semplicemente: “E’ per Giuseppe, il mio amico”. Al momento pensai solo a ricevere nelle mie mani il regalo e correre a giocarvi. Non immaginavo che non l’avrei più visto. Sparì, lo cercai all’osteria che frequentava abitualmente, a casa sua. Inutilmente. Sembrava essersi volatilizzato, i vicini sapevano nulla. Mi rassegnai e, con cinismo fanciullesco, non ci pensai più. Qualche tempo dopo, casualmente, seppi che Sghira era morto dopo essere stato raccolto su un marciapiede della periferia legnanese dove, in una sera d’estate, si era accasciato sfinito. La bottiglia aveva ultimato il suo lavoro.
Ci rimasi male e pensai al nostro ultimo incontro. Presi in mano il pallone da lui regalatomi. Quanta generosità, quanto bisogno di dare e ricevere affetto in quel dono. Capii che fra noi era nata una strana ma bellissima e complice amicizia, fatta di poche conversazioni e molti silenzi, sguardi, sorrisi. Una fedele amicizia che aveva dato un tocco di unicità alla mia giovinezza.

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