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Se mi bocci questa ti do mille lire

Andava avanti così da almeno un paio d’ore l’attesa di noi ragazzi.  Un certo ritardo era nel suo stile, anzi indispensabile. Carlin  aspettava già da più di mezzora e cominciava a innervosirsi. Era la partita della sua vita. Poi qualcuno aveva annunciato che la moto sidecar del  Pejù era ferma avanti il cimitero. E lui? Lui  - disse qualcuno - sarà nel boschetto lì sotto con la Rosa. E’ nel suo stile, anzi indispensabile.

14 Aprile 2009 alle 14:18

Nanìn, ti u cunusci  u can du Lecia?
Na
Ma  sci, kelu che invece de piscià u becia,

Battì, ti u cunusci Piva?
Na
Ma sci, kelu che t’ha messu intu u cù sinche chili de carne viva.


Andava avanti così da almeno un paio d’ore l’attesa di noi ragazzi.  Un certo ritardo era nel suo stile, anzi indispensabile. Carlin  aspettava già da più di mezzora e cominciava a innervosirsi. Era la partita della sua vita. Poi qualcuno aveva annunciato che la moto sidecar del  Pejù era ferma avanti il cimitero. E lui? Lui  - disse qualcuno - sarà nel boschetto lì sotto con la Rosa. E’ nel suo stile, anzi indispensabile.
Ma intanto non lo si vedeva e tutti eravamo nervosi. Poi abbiamo tutti visto il passo lieve e strafottente del Pejù scendere lungo il sentiero, giù dal bosco, fino al pianoro col baracchino di legno dove da almeno due ore si mangiava, si beveva, si aspettava. Eccolo lì, il grande Pejù pronto a giocarsi  la faccia pur di non darla vinta a chi diceva che le donne avevano preso il posto delle bocce nella sua vita. Questa, la Rosa, però gli stava appresso da un bel po’ e adesso scendeva appena un attimo dietro di lui dal bosco.
Carlin Zavalli da Montebruno era cresciuto molto nell’ultimo anno. Era adesso un uomo fatto, aveva partecipato a tutti i tornei da maggio a settembre e aveva sempre vinto, anche perché il Pejù non aveva partecipato a nessuno, considerandoli di nessuna importanza a consolidare una fama che era ormai leggenda. E poi non gli interessava vincere, gli interessava lasciare il segno. Per un tiro impossibile, di cui si sarebbe parlato ogni inverno, era pronto a rischiare la partita, a perdere la somma scommessa. Adesso solo partite  a testa singola, sfide a mostrare l’arte inarrivabile.
Appena varcato l’archetto metallico che reggeva l’insegna lignea dell’osteria  ‘Da Pina’ con pista da ballo e campo di bocce, noi ragazzi gli corremmo intorno a fargli da codazzo fino a campo di bocce. Mentre passava in mezzo ai tavoli c’era chi si alzava per stringergli la mano, e c’era chi alzava il bicchiere in suo onore, e chi lo avvertiva che aveva scommesso su di lui, quindi attenzione…
Lui era sorridente e benevolo come lo sono certi attori di Hollywood, quando scendono dalla nave. Però la strafottenza gli usciva da ogni asola della camicia, perché era troppa, e sebbene anche il panciotto fosse bene allacciato per cercare di tenerla ben nascosta sotto la stoffa, capivi che Pejù era lì per stupire, per essere ammirato, per non essere raggiunto da nessuno. Capivi anche, che dietro l’ovazione, l’attesa era quella di vederlo in ginocchio. Solo noi ragazzi eravamo interamente suoi.
Carlin, tutto diverso. Il suo mondo era in quella valigetta dove riponeva le bocce metalliche color argento dopo averle lucidate con meticolosa pazienza. Non veniva voglia di stargli intorno, sembrava un dottore con i ferri del mestiere o un uomo del governo con le carte bene sistemate in valigia. Era serio, silenzioso, attento e preciso. Uno con così tanta disciplina, da poter  fare a meno del talento. Vinceva perché aveva messo se stesso  servizio completo del gioco, e questo gli chiedeva di misurare e bilanciare tutto: forza del vento, qualità della sabbiolina che ricopriva la pista, carattere dell’avversario e strategia di gioco ottimale per metterlo in difficoltà, calcolo sistematico dei rischi e dei vantaggi di ogni giocata. E il gioco gli aveva riconosciuto il merito di questo servizio fedele e di questa dedizione commovente e lo aveva premiato.
Pejù, invece, vinceva perché comandava alle bocce, perché andavano sempre e comunque dove voleva lui. Prima le aveva sedotte, poi le aveva amate appassionatamente, e loro gli avevano risposto con altrettanto amore. Per lui avrebbero fatto tutto quello che avesse voluto, lo avrebbero seguito ovunque, avrebbero preso la direzione che voleva solo per amore, finché ci fosse stato amore.
Prese il calice che qualcuno gli porse e brindò platealmente alla salute della gente che si radunata per vederlo. Si slacciò il panciotto e iniziò a giocare proprio come non doveva, cioè guardando e sorridendo più a Rosa che alle sue bocce. E queste se ne accorsero e cominciarono ad andare per conto loro, proprio nei momenti cruciali della partita. Alla mano finale, quando con la presa del punto avrebbe vinto, piazzò un acchito eccezionale  mettendo la propria boccia al riparo da quelle dell’avversario dietro una corona di biglie che impedivano accostarsi al pallino e rendevano quasi invisibile la boccia a chi la volesse bocciare. Un sorriso raggiante di soddisfazione si disegnò sul suo volto e disse la frase che soltanto un demone maligno avrebbe potuto suggerirgli: “Se mi bocci questa ti dò mille lire, se non la prendi mi offri da bere”.
Carlin non rispose, fece un impercettibile gesto di assenso con la testa.
Soppesò con lentezza e concentrazione l’ultima biglia che gli restava in mano, la girò fra un palmo e l’altro, poi allontanò la sua anima da tutto e da tutti. Solo il suo corpo era ancora sulla pista, allampanato e immobile come un lampione nella nebbia di novembre. Improvvisamente l’anima, dopo avere vagato fra gli abissi degli oceani e fra la scia delle comete, rientrò in quel corpo immobile che, con un moto simile al balzo di una pantera e al passo di danza di uno sciamano, allungò il braccio fino a far partire la boccia che colpì di netto quella del Peju e si sostituì ad essa.
Un gelo silenzioso inchiodò ognuno al proprio angolo di visuale. Come in una fotografia tutti rimasero fissi e fulminati dov’erano. Solo pian piano iniziò ad alzarsi un soffuso bisbiglio, al risvegliarsi dal lampo con cui il divino si era mostrato e aveva lasciato la sua impronta. Nessuno però applaudì o esultò. Silenziosamente si raccolsero discreti in circolo attorno al Carlin, qualcuno quasi sfiorandolo con la punta della dita per sincerarsi se fosse ancora lui, ammirandolo tutti sbigottiti come se paralitico si fosse alzato dalla sedia, se muto avesse iniziato a parlare.
In un angolo il volto senza espressione e senza futuro di Peju.

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