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Il Maestro

Lo chiamavano il Maestro. Citava Majakovskij, Rimbaud e Antonin Artaud. Nella vita aveva fatto di tutto, l’insegnante, il contadino, il mozzo nei mari del nord. E’ tornato sul Lago Maggiore, nella sua terra natia, quando le gambe hanno iniziato a tremare.
Profilo greco, baffi folti e capelli bianchi. Il sigaro in bocca, la penna ed un foglio ingiallito, i suoi monili.

9 Aprile 2009 alle 09:00

Lo chiamavano il Maestro. Citava Majakovskij, Rimbaud e Antonin Artaud. Nella vita aveva fatto di tutto, l’insegnante, il contadino, il mozzo nei mari del nord. E’ tornato sul Lago Maggiore, nella sua terra natia, quando le gambe hanno iniziato a tremare.
Profilo greco, baffi folti e capelli bianchi. Il sigaro in bocca, la penna ed un foglio ingiallito, i suoi monili. Con gli occhi persi oltre le acque, sedeva su una panchina del porto di Luino. Lì colorava i pensieri, cantava versi lontani, rimembrava barricate ed amori.
Sessant’anni, una vita dedicata alla conquista di un brandello di pace tra terra e cielo. Figlio di un poeta anarchico di origini ebraiche, fuggito in Svizzera durante la seconda guerra, il Maestro è cresciuto tra libri e desideri, sogni e poesia. Sul volto i solchi della vita, le fatiche e le notti burrascose della gioventù andata.
Mani delicate hanno accarezzato la sua bocca, occhi curiosi indagato nel suo animo. Il Maestro però, mai ha condiviso il suo giaciglio o le pareti scrostate della sua dimora. Solo, con forza e delicatezza, irriverenza e tenacia ha attraverso le acque della vita. Ballate e sestine, le sue compagne d’avventura, amori fedeli che lo hanno accompagnato negli anni, tra stive e boccaporti, lavagne e gessi colorati.
Oggi, è difficile incontrarlo, chiuso nel suo rifugio ha abbandonato vizi e virtù. Su carta già scritta, dipinge con parole le vecchie cantine che lo hanno visto protagonista. Ogni frase, sonetto, un viso di donna che ricompare nella sua memoria. Dalle sue pagine escono odori e passioni. Fumo e Bacco si confondono tra le ciocche dei suoi capelli.
Il Maestro parla, gioca con il latino, scherza in dialetto sul suo futuro. Mentre lo guardo, la sua bocca si fa storta, gli occhi si alzano al cielo in una smorfia di dolore. Parla il Maestro, si rivolge a Dio e come Vladimir Vladimirovič Majakovskij lo chiama “compagno”. Non c’è provocazione o dileggio nelle sue parole.
La voce è tonante, lievemente percorsa da un rantolo leggero, segno degli eccessi del tabacco, fumato, sputato. Guarda la luce fioca della lampada, cerca un dialogo, l’appiglio ad una fune spezzata nel corso della vita. Piazze e vicoli di periferia sono stati i suoi palcoscenici. Le gambe erano ancora leggere e il Maestro sfidava il vento, le tempeste, calpestava istituzioni e morale.
“Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi.” Quando cita Rimbaud, i suoi occhi si fanno lucidi, nelle sue pupille scorrono immagini e visioni.
Il tono della sua voce s’innerva di forza e spudoratezza. “Ho percorso chilometri, strade di periferia, calpestato teatri improvvisati, cercato di cantare tutte le forme d’amore, di sofferenza e follia. Sono state notti sapienti, maledette, supreme. Sorrido ora anche per gli insulti ricevuti, le mani alzate, le sedie rotte. Sono fuggito da porte laterali, inseguito da uomini infuriati per un bacio rubato. Ho amato donne in sgabuzzini, dentro camerini e sale d’aspetto.” Usa la parola il Maestro, elevandola a senso primario. Fuori dalla narrazione retorica o civile, ancora oggi, egli cerca di tradurre il pensiero puro attraverso un linguaggio in grado di riassumere profumi, suoni e colori.
“Ho cantato i poeti, ma io non lo sono mai stato. Ho amato l’audacia letteraria ed il teatro di Artaud. Nel mio peregrinare ho tentato di portarli nei luoghi dell’incontro, in paesi di provincia o in grandi città. Ho amato l’avventura, la sfida, la provocazione. Ho consumato notti con compagni di viaggio ed amici fidati. Vino e discussioni, sbornie e sogni di libertà, le nostre sfide”.
Il Maestro racconta, nelle sue parole si confondono resa ed orgoglio, sconfitta e vanto. Non è facile seguire i suoi voli pindarici e le cadute improvvise.
Quando le mani hanno iniziato a tremare e le gambe a cedere sotto il peso degli anni, è tornato alle origini, in quella vecchia casa abitata con il padre. Ha ripercorso un tratto di strada, cercato un porto per narrare le partenze. Sul lago sembrava aver ritrovato destinazione, l’osservatorio per cantare nuovamente la vita.
Poi, d’improvviso la mente ha iniziato a giocare la sua vendetta. Vuoti improvvisi, paure ed ombre dietro l’uscio. Attorno a lui, il vuoto, la solitudine, il timore degli altri. Paure e silenzi che lo hanno reso goffo, ricurvo, insicuro.
Ha vissuto il Maestro, è caduto, si è rialzato e ricomposto. Sino a quando le forze lo hanno sostenuto, ha combattuto, accarezzato ogni momento, volto o bandiera.
Ora cammina solo tra le quattro mura di casa ed il porto.
Non ha più la forza. Gli amici di un tempo sono lontani, distanti.
Chi lo vede uscire dalla sua dimora, a tarda notte, narra di un uomo sconfitto, battuto.
“Parlami di te, raccontami, donami le tue visioni” lo esorto, guardandolo dritto negli occhi. Il Maestro, storce la bocca, accende il sigaro:  “Sono solitario come l’ultimo occhio
di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi”.

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