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Un destino buono in mezzo alle macerie

26 settembre 1997. Stavo studiando per sostenere l’esame di Filosofia della Religione a Perugia, quella mattina. Ero seduta su una bassa poltrona mezza rotta, tipico arredo da appartamento di universitari senza soldi. Ad un certo punto mentre la noia sopravveniva sull’interesse per lo Hegel mi sentii risucchiare verso il basso.

8 Aprile 2009 alle 08:00

26 settembre 1997. Stavo studiando per sostenere l’esame di Filosofia della Religione a Perugia, quella mattina. Ero seduta su una bassa poltrona mezza rotta, tipico arredo da appartamento di universitari senza soldi. Ad un certo punto mentre la noia sopravveniva sull’interesse per lo Hegel mi sentii risucchiare verso il basso. Guardai la mia compagna di studi, incredula e poi iniziò a ballare tutto. Per nove lunghissimi secondi. E così uscimmo di corsa, una gran puzza di gas, un silenzio interrotto da pianti, da macchine della polizia, cellulari assenti. Mura gonfiate e panorama irriconoscibile. Così cominciarono quei terribili otto mesi di scosse. 
Cosa dire oggi? Li risento tutti sulla mia pelle e mi ricordo di gente che faceva la spesa di corsa, che non andava al cinema, che alla messa si sedeva solo vicino alla porta, di strani sguardi quando faceva un po’ caldo, di pianti isterici, di bicchieri d’acqua messi su ogni mobile, di notti in tuta e borse sulla porta, di isteria collettiva, di travi tralicci e impalcature ovunque. Mi ricordo persone che si paralizzavano in mezzo alla strada appena c’era un piccola scossa, e poi le immagini sparate in tv,  quasi offensive, del crollo della Basilica di Assisi. Mi ricordo che odiavamo (i sentimenti erano all’eccesso) gli interventi di Franco Barberi, che non capiva niente di quello che vivevamo. Altro che disaster  manager! Andammo a fare compagnia ai bambini e a fare i doposcuola, a cantare e festeggiare compleanni di persone sconosciute, noi che al vedere quei paesi distrutti eravamo quelli che stavano peggio. Seguivamo incessantemente le notizie, le diatribe sulla cifra esatta della misurazione della scossa. Avevo amici e parenti delle zone dell’epicentro che hanno visto le loro mura cadere. Io no. Io non persi niente. A parte il sonno e la serenità. Sembrava una apocalisse al rallenty. Una strana immobilità che contrastava con quelle scosse, che ti cambiavano nell’assetto umano. Otto mesi così. Unico vantaggio: l’esame slittò di qualche settimana, così ebbi il tempo di guardarmi intorno.  Arrivarono specialisti e psicologi. Ma nei paesini di montagna, dove non c’era più niente, in molti, nei mesi successivi, si suicidarono. Voglio dire, il peggio arriva dopo, quando superato lo shock ci si accorge di aver perso tutto. E di non avere ancora capito il senso di quello che ci accade.  I bambini disegnavano cose orribili e gli anziani, erano lì a piangere perfino le mucche morte sotto le macerie: non avendo altro. C’erano in corso i lavori di restauro per il Giubileo e molti monumenti e chiese si salvarono solo per quello.
Voglio solo dire che la vita è proprio quella del “dopo”. Io non ho avuto lutti per il terremoto, eppure sono due giorni che non respiro. E’ una esperienza che ti lascia il segno. Voglio solo dire che tutti le macchine di volontariato perfette non bastano a darti il senso di quello che stai vivendo. Servono il pane, l’acqua, un tetto, un dottore, ma il giorno dopo, serve poter fare esperienza di un senso, di un  Destino buono. Malgrado le macerie. Anzi dentro le macerie.
Unica raccomandazione. La sera prima, a mio modesto avviso, potevano allertare. Allertare significa che se hai paura, puoi non buttare tutto al caso. Puoi decidere di non dominare la natura e di proteggerti, puoi sentirti piccolo e fragile e fuggire dal pericolo. Quante notti passammo in piazza per paura! Questo aspetto è solo il frutto dell’umiltà di chi sa e conosce e decide per gli altri. Non vorrei essere al loro posto ora, ma se fossero stati più attenti, con tutte quelle scosse e avvertimenti, avrebbero potuto non salvare, ma lasciare non all’Istituzione ma ai padri di famiglia, le decisioni importanti.
 Ah dimenticavo… poi presi 30 e lode! E la vita andò avanti. Diversamente.

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