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La voce di Antonio

Antonio era un uomo di mondo. Probabilmente non nel senso che i più danno al termine. In orario di ufficio (come per irridere l’antica e curata balbuzie) insegnava ai sordomuti. Insegnava con pazienza a parlare senza potersi ascoltare, e qualche volta a sapere cosa dire.

8 Aprile 2009 alle 13:39

Antonio era un uomo di mondo. Probabilmente non nel senso che i più danno al termine. In orario di ufficio (come per irridere l’antica e curata balbuzie) insegnava ai sordomuti. Insegnava con pazienza a parlare senza potersi ascoltare, e qualche volta a sapere cosa dire. Fuori orario si recava invece negli ospedali, nei manicomi, negli ospizi, e negli altri luoghi dove la civiltà di un popolo si misura meglio che al museo d’arte moderna. Lasciava scivolare rapidamente i letti presidiati da solleciti parenti, e si fermava senza avere l’aria vicino a qualche giaciglio incustodito, a qualche statua di sale. E attaccava: “Come va?”
Antonio, vecchio socialista e nuovo credente, portava più o meno la parola di Cristo. Almeno così mi parve. In ogni caso, la parola di Cristo può essere meno altisonante di come la immaginiamo. Può cominciare con un “Come va?”.
Perfettamente a suo agio, nelle strane aule dove i lunghi, innaturali silenzi erano interrotti da improvvise grida gutturali, Antonio fu proiettato prima dalla modernità e poi da precoci limiti di età dentro e fuori le classi della scuola pubblica, dove la definizione “insegnante di sostegno” davvero non era per lui.  Dopo ebbe più tempo per la sua felicità, e continuò a camminare per le corsie, a camminare fino a quando, per la prima volta, inciampò. Dissero “Sclerosi laterale amiotrofica”.
La parola fu l’ultima a spegnersi, in chi aveva imparato a parlare, aveva insegnato a parlare, e tantissimo aveva parlato.
 

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